Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Le caratteristiche della Giungla amazzonica” di Maria Pia Acquistucci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

In un villaggio di capanne viveva un popolo primordiale. La vita girava intorno a loro lenta e felice. Le capanne erano fatte con tronchi d’albero e i tetti di rami di foglie e sterco.
Vi era un capo, che dirigeva questa tribù.
Le donne si occupavano dell’andamento del villaggio, mentre gli uomini erano tutto il giorno fuori per portare alla famiglia cibo e altre cose.
Il villaggio era in mezzo alla foresta dove passeggiavano indisturbati animali feroci e serpenti che potevano uccidere.
Siamo nei meandri dell’Amazzonia a sfondo naturalistico, è meravigliosa. Piante giganti e lussureggianti per non parlare delle varietà di volatili, di mille colori. Specie di pappagalli volavano da un ramo all’altro senza mai stancarsi.
Volevo esplorare la giungla e mi ero trasferito lì per studiare di animali inerenti al posto dove soggiornavano.
Non c’erano molte comodità ma per me, che ero un esploratore, andava bene. Ero abituato ad alzarmi molto presto e gli indigeni che abitavano in quel villaggio mi conoscevano e mi trattavano con dovuta gentilezza, specialmente il capo tribù.
La sera in questo villaggio spesso si riunivano, facendo feste e riti che solo loro conoscevano. Qualche volta partecipavano i turisti e lo stregone leggeva loro il futuro. I turisti erano attratti da tutto questo. Si immedesimavano nei personaggi più assurdi.
Io stando lì per lavoro mi godevo tutto questo.
Nel villaggio c’era pure una missione appartenente ai francescani. Loro avevano il dovere di civilizzare questa gente, istruendo i bambini, educandoli e insegnandogli a leggere e a scrivere.
Vicino alla missione c’era anche un piccolo ospedale. Qui i medici volontari curavano la gente del villaggio, con fatica perché erano abituati ad andare dallo stregone che con i suoi talismani e erbe risolveva ogni cosa.
Una mattina dovevo andare, per lavoro, ad esplorare una zona molto pericolosa. Presi la mia sacca e i miei attrezzi e salii sulla jeep con altri due uomini del posto. Ci introducemmo nella giungla. Fino ad un tratto di strada si andava bene ma poi cominciava la paura. La piantagione era fitta e insidiosa. Insetti che ti venivano addosso, per non parlare di animali pericolosi.
La guida che era con me andava avanti, con una pertica apriva il passaggio e se, in caso, si presentasse un leone o una tigre sapeva come comportarsi.
Dopo un pò di cammino ci fermammo in una piazzola, ci riposammo un pò e mangiammo qualcosa.
Mentre che eravamo seduti vedemmo davanti a noi un cucciolo di tigre. La guida si alzò e, come sapeva fare lui, lo mandò indietro. Forse la tigre aveva fame e sentendo odore di carne arrostita si era avvicinata.
Poi ci alzammo e riprendemmo il nostro cammino. Io mi avvicinai a delle piante rare. Erano piante medicinali. Le loro proprietà erano miracolose per la cura delle piaghe. Gli indigeni ne facevano molto uso.
Dopo ore di cammino ci imbattemmo in un villaggio. Gli abitanti, erano tutti nudi e in testa avevano un’ariete contornato da piume colorate. Venne verso di noi un bambino e dietro delle signore con delle collane etniche lunghe e vestiti di foglie. Poi ci invitarono ad entrare nel loro accampamento. Ci diedero il benvenuto con dei balli primordiali che solo loro sapevano interpretare. Infine uscì da una capanna il capo e ci fece accomodare al suo desco per mangiare carne arrostita.
Gli facemmo capire che eravamo lì per studio e che ero un esploratore gemmologo.
La mattina seguente riprendemmo il cammino nella giungla. Piante di banani e scimmie erano in questo paradiso incontaminato, almeno per me lo era. Se il lavoro non mi avesse ostacolato sarei rimasto a vivere lì.
Proseguendo vennero davanti a noi delle farfalle multicolore, cangianti. Erano molto belle. Degli esemplari che da noi non esistevano. Ne presi una nella mano per osservare la specie, la misi in una scatolina e la portai in laboratorio.
Ritornammo dalla spedizione dopo cinque giorni. Con soddisfazione non mi era successo niente di brutto.
Una sera mi invitarono nella missione i francescani. Erano molto accoglienti e vollero sapere tutto di me. Rimasi a lungo con loro. C’era qualche volontaria che lavorava nella missione.
Eravamo sotto una pianta quando si presentò Mercedes con del tè e della frutta.
“Signori vi ho portato qualche cosa di fresco.”
Ringraziammo e se ne andò.
Intanto raccontavo che la mattina dopo sarei andato a visitare la miniera di smeraldi brasiliani. Il frate mi disse che non era molto prudente. La miniera era circondata dalle guardie e era difficile entrarci. Poi salutammo e rientrai alla mia pensione.
Chiamai subito l’uomo che era venuto con me nella giungla. Gli dissi che volevo visitare la miniera di smeraldi. Lui fu titubante poi accettò.
La mattina seguente mi venne a prendere in albergo. Ripartimmo per la foresta. La miniera si trovava a tre giorni di cammino, nel versante opposto.
Raggiunta la spianata riposammo un pò, sempre piante folte.
La giungla era buia, nemmeno uno spicchio di cielo. Ma l’avventura ormai era iniziata. La frenesia di vedere la miniera di smeraldi era più forte di tutto.
Riprendemmo il cammino, ne facemmo di strada.
Intanto vidi davanti a me dell’acqua e dentro nuotavano dei coccodrilli. Ebbi paura ma l’uomo che era con me mi rassicurò, prese un arnese tipo ascia e con maestria gli tagliò la testa. Poi proseguimmo.
Intanto si faceva buio. Nella foresta scese freddo, dovemmo accamparci per dormire. Accendemmo un falò molto grande e mangiammo della carne arrostita.
Intanto qualche scimmietta ci veniva vicino. Poi ci addormentammo.
La mattina riprendemmo il cammino. Arrivammo alla miniera nel tardo pomeriggio. C’erano delle guardie che facevano da sentinelle. L’uomo che era con me disse qualcosa alla guardia che ci fece entrare.
Una lunga galleria scavata nella roccia. Di qua e di là delle passatoie strette che raggiungevano la parte più importante, dove si vedevano venature verdi.
Arrivati lì assistemmo all’estrazione delle pietre, con degli scalpelli tagliavano queste venature verdi e poi le portavano in superficie.
Il responsabile ci fece ancora visitare altri cunicoli.
Le pietre venivano messe nei carrellini per essere poi trasportate.
La miniera di smeraldi era un incanto. Facevano bene a proteggerla. La preziosità di quelle pietre dava lustro al territorio anche se era discussione della nazione.
Gli altri territori limitrofi volevano impossessarsi della miniera ma non ci riuscivano perché era ben protetta.
A fine giornata ritornammo a casa. Io avevo preso con me degli appunti per poi divulgarli e farli conoscere alla gente comune.
Quando fui in camera telefonai alla mia ditta che mi aveva mandato lì. Raccontai della miniera e mi dissero che avrei raggiunto con molto zelo la mia capacità. Lo sapevano che ero molto bravo ed efficiente, perciò avevano scelto me.
Feci una doccia, mangiai qualche cosa e riposai.
Nel villaggio dove vivevo non c’era molto da divertirsi, ma qualche chilometro più in là c’era una cittadina dove gente e turisti, che la frequentavano, andavano lì per passare la serata.
Una sera andai anche io ad entrai in un locale caratteristico. C’erano dei pappagalli molto colorati e belli con delle creste da fare invidia a dei galli. Il locale era di forma rotonda e intorno con tante piante e delle cascatelle d’acqua. Qualcosa di meraviglioso.
Sedetti ed una cameriera, con la veste tipica, venne al mio tavolo. Portava una grossa ananas e dovevo bere del succo. Era una tradizione che facevano. La ragazza era molto bella. Carnagione ambrata, occhi grandi e un corpo da mozzafiato. Era una vera carioca. Volsi lo sguardo su di lei e con un sorriso smagliante mi porse l’ananas. Lo bevvi e poi ordinai il menù della casa. Mi lasciò solo, andandosene. Cenai con gusto.
A metà serata rallegrarono il locale delle ballerine. Poi verso la fine ricomparve la ragazza. Mi feci coraggio e le mandai un bigliettino per conoscerla meglio. Poi venne subito al mio tavolo. Aveva un seno prorompente. Era lì diritta. La invitai a sedersi, le versai un pò di vino e lei soddisfatta cominciò a parlare.
Veniva da Bahia e era di famiglia numerosa. Per guadagnare qualche soldo faceva la ballerina e ravvivava le serate insieme al gruppo folkloristico. Mi raccontava che il suo paese era povero. Molte famiglie sacrificavano i bambini a lavorare. Qualche famiglia benestante mandava i loro figli a calcio perché in Brasile vigeva il culto dello sport. Giocavano sulla spiaggia, sempre con questo pallone ai piedi.
Venne il momento mio. Le dissi che ero un antropologo, esploratore e intenditore di pietre preziose.
La ragazza rimase sbalordita dal mio raccontare. Continuai con il dire che alloggiavo vicino ad un albergo attiguo ad una missione.
La ragazza disse: “Io conosco la missione. La mia famiglia si è servita di essa nel momento del bisogno, quando non lavoravo come ballerina.”
“Come si chiama? Ancora non so il suo nome”, disse lei.
La sua intraprendenza non mi dispiaceva.
“Io mi chiamo Francoise e sono francese. Il suo nome?”
“Kavanna. É un nome che a me non piace e che mi hanno voluto mettere per volere dei miei nonni paterni.”
Poi le promisi che ci saremmo rivisti. La ragazza ritornò al suo lavoro per fare un altro balletto.
Quella sera mi divertii molto e stanco ritornai in albergo. Dovevo mettermi in testa che ero lì per lavoro.
La mattina seguente, mentre aspettavo la mia guida, pensavo a Kavanna. Era veramente una ragazza graziosa. Un’avventura non avrebbe poi guastato la mia permanenza lavorativa.
Ecco che vidi apparire la guida.
“Capo, allora dove si va oggi?” Disse il ragazzo.
“Andiamo un’altra volta alla miniera di smeraldi. Chiamami Francoise”, dissi.
“Va bene Signor Francoise”, rispose la guida
Ci avventurammo così nella giungla e, carichi di tutte le attrezzature, partimmo.
Arrivati all’accampamento Indios ci vennero a salutare. Ormai ci conoscevano e quando arrivavamo con delle cose da mangiare ci facevano festa.
Quello era il punto di riposo. Il capo tribù non batteva ciglia, anzi era diventato nostro amico.
Raccontai della ragazza che avevo conosciuto. Lui fu molto contento e mi regalò dei talismani preziosi fatti di corno per scacciare la cattiva sorte. Io non credevo a queste cose, però per non offendere il capo li accettai.
Con delle pietre magiche mi lesse anche il futuro e mi disse: “Sei un uomo volitivo e gentile. Avrai delle soddisfazioni lavorative e conoscerai una donna buona e servizievole che completerà la tua vita.”
Gli diedi qualche soldo, poi con la guida andammo a dormire per proseguire alla miniera di smeraldi.
La mattina, molto presto, riprendemmo il cammino. La foresta era folta e buia. Ad un certo punto vidi strisciare un qualcosa. Mi avvicinai non più di tanto, la guida che era con me andò più vicino, sollevò il fogliame e sotto vide un serpente tutto arrotolato su se stesso.
Ebbi paura.
La guida subito tirò fuori il macete. Nel far rumore il serpente strisciò via e noi tirammo un sospiro di sollievo. Però era bello, aveva dei colori verde fosforescente, ma pericoloso.
Finalmente arrivammo alla miniera di smeraldi. Entrammo e a
metà percorso, le striature verdi si confondevano con la roccia e il calcare dell’acqua. Erano cunicoli speciali. Meravigliosi!
La descrizione non era niente, di fronte a chi non aveva visitato da vicino queste miniere.
Vennero verso di noi due addetti.
“Buongiorno”, dissero, “Siete i signori di ieri vero?”
“Si”, rispondemmo.
Poi proseguimmo la visita. Arrivati in un’altra grotta c’erano gli uomini che separavano la pietra dalla striatura verde. Mi misi a guardarla da vicino prendendola tra le mie mani. Era una meraviglia, di una particolarità unica.
Lo smeraldo era molto apprezzato nella gioielleria e dalle signore.
Lo scrutai bene girandolo da tutti i lati. Aprii il mio taccuino e scrissi qualche cosa a riguardo.
Uscimmo dalla miniera e riprendemmo la strada del ritorno. La guida mi riaccompagnò in albergo e poi andò via.
Due giorni dopo rincontrai la ragazza della festa. Era ad una bancarella che comprava della frutta.
La salutai e ci mettemmo a parlare. Le raccontai della miniera di smeraldi. Poi la invitai a bere qualcosa. Lei titubante accettò.
Mi raccontava della sua famiglia, della sua vita piatta e non facile, fatta sempre di rinunce. Voleva trovarsi un uomo e andarsene da casa.
Ascoltavo con attenzione quello che diceva. Per amicizia le presi le mani con delicatezza e lei mi guardò con quegli occhi grandi ed espressivi che mi sconvolgevano.
Approfondii l’amicizia con questa dolce creatura. Quando non lavoravo uscivo con lei. Andavamo in luoghi meravigliosi. Facevamo passeggiate con le canoe in mezzo a paesaggi incontaminati. La foresta era bella.
Un giorno non la vidi, non venne all’appuntamento. Non so, pensai che fosse malata.
Ripresi la vita lavorativa di sempre non pensando a questa distrazione passeggera. Invece me la ritrovai di punto in bianco lì davanti a me come se non fosse successo niente.
“Kavanna come mai non ti ho più visto?”
“Sono dovuta andare a trovare la mia famiglia”, disse.
“Ho creduto che non ti facesse piacere la mia compagnia.”
“No, non è così come dici”, rispose la ragazza.
Francoise raccontò di se stesso e che voleva portarla in Francia per farle conoscere Parigi. Kavanna lo ascoltò senza interromperlo. La sua risposta era un si.
E venne il momento del rientro dalla sua missione. Kavanna si preparò a partire e con lui avrebbe conosciuto Parigi e tutta l’Europa.
I due ragazzi arrivarono in aeroporto e sull’aereo si rilassarono.
Giunti a Parigi, Francoise la portò a casa sua. Ad accoglierli c’era sua madre. Appena lo vide lo abbracciò, poi vedendo la ragazza disse: “Francoise mi presenti la signorina?”
“Mamma questa è Kavanna. É una ragazza meravigliosa e me ne sono innamorato.”
La mamma fece strada, la condusse nella stanza degli ospiti e poi la lasciò sola.
Si rividero per la cena. Francoise fece visitare a Kavanna Parigi di notte e rimasero loro due a coccolarsi.
La mattina dopo Francoise doveva presentarsi in ufficio per relazionare il lavoro che aveva svolto in Amazzonia. Venne accolto dai colleghi con allegria. Poi entrò nell’ufficio del capo.
“Sono orgoglioso di te Francoise. Hai svolto un bel servizio sulla miniera di smeraldi”, disse il capo.
“Grazie signore, è il mio lavoro e quando si tratta di esso sono intransigente. Voglio dirle che il Brasile oltre al lavoro mi ha regalato anche l’amore. Una bella ragazza di nome Kavanna e che presto sarà mia moglie.”
“Sono molto felice per te.”
E uscì dall’ufficio del capo.
Francoise era impaziente di ritornare a casa. Ora c’era Kavanna che lo aspettava.
Appena aprì la porta la vide nel salotto. Lei le corse incontro. Poi si sedettero e presero un aperitivo prima di cena. Si coccolarono un pò. La mamma venne ad avvertire che la cena era pronta.
Dopo cena i ragazzi uscirono.
Francoise fece visitare la città alla ragazza. Di sera Parigi era un incanto. Si sedettero lungo la Senna e lì riaffiorò tutto il loro amore sbocciato in Brasile.
Dopo un pò di tempo andarono a vivere insieme e da lì cominciò il loro cammino coronato di felicità.
Mentre erano a Parigi, seppero dalla televisione che l’Amazzonia affrontava dei momenti penosi e tristi di calamità naturali. La foresta bruciava e con essa tutti gli animali.
Kavanna pianse sulla spalla di Francoise. Voleva fare qualche cosa ma ormai non si poteva fare più niente.
É il pianeta che va salvaguardato da fattori meteorologici e sta a noi vivere ecologicamente più attenti.
Vedere questo polmone distruggersi per Kavanna e Francoise era un pianto, così spensero la TV e andarono in camera per continuare il loro sogno d’amore e non pensare al problema amazzonico.

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