Racconti nella Rete®

22° Premio letterario Racconti nella Rete 2022/2023

Premio Racconti nella Rete 2023 “Al Termine della Notte” di Linda Lercari

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2023

Stavo guidando da dieci ore. Umanamente impossibile sopportare la stanchezza. Le palpebre si chiudevano come se pesassero cento chili e rialzarle prima di causare un incidente stava diventando sempre più difficile.

La macchina procedeva a un ritmo ipnotico seguendo la striscia di mezzeria come il binario di una monorotaia: stavo viaggiando in mezzo alle due corsie: pericolosissimo.

Era una zona che conoscevo bene, sin da bambino percorrevamo quelle strade con la famiglia per andare a trovare i nonni, e come viaggiatore di commercio l’asfalto era diventato ancora più familiare.

Fermarsi sulle piazzole di sosta in autostrada era rischioso, ma avevo scelta? No, stamparsi sul guard-rail era una certezza che dovevo evitare. Accostai. Spensi il motore e con esso il cervello. Il buio avvolse l’auto, l’abitacolo e la mia mente. Mi addormentai all’istante.

Un sonno di pietra mi tramortì per circa un’ora. Mai dormito tanto in macchina e con un freddo umido che mi serpeggiava dalle gambe sino al cuore. Dormii. Niente sogni o pensieri vaghi di stanchezza. Niente.

Fu il rumore metallico a svegliarmi. Qualcosa stava grattando alla portiera. Lo stridio graffiante era sommesso, ma insistente. Un animale, di certo, forse un cane visto che il suono proveniva dalla parte bassa della carrozzeria. Ancora semi assonnato cercai di urlare qualcosa: di tutto avevo bisogno che di un rognoso sporco di fango o, peggio, di un morso alla gamba.

Silenzio. Lo avevo spaventato? Di colpo mi resi conto che ero ai margini di un’autostrada trafficata. E se il cane si fosse gettato in mezzo alle macchine? L’immagine di un incidente atroce balenò vivida agli occhi. Deglutii saliva acida e aprii lo sportello.

Fuori il buio era interrotto solo dai fari cattivi di auto sfreccianti. Nessun cane, nessun animale, solo auto. Bene. Scesi con circospezione per sincerarmi se ci fossero segni sulla carrozzeria. Al tatto la portiera era liscia e perfetta come sempre. Nessun danno. Avevo sognato? Rientrai in macchina, il motore cantò discretamente e mi rimisi in marcia.

Dopo circa una decina di chilometri mi resi conto che c’era un odore strano nell’abitacolo. Qualcosa di dolciastro, fastidioso. Dovevo aver calpestato qualcosa di sgradevole nella piazzola. Che stupido! Una torcia mi avrebbe impedito di commettere una simile sciocchezza.

La puzza aumentò al ventesimo chilometro. Dovevo fermarmi per dare una ripulita alla suola delle scarpe o non avrei potuto continuare a guidare in quelle condizioni: l’aria stava diventando irrespirabile.

Coi finestrini spalancati e coi morsi ghiacciati dell’aria nebbiosa sul collo riuscii a arrivare a un autogrill. Uno spettacolo surreale, la foschia che si era alzata prepotentemente rendeva le luci giallastre dei neon simili a fuochi fatui nel nulla. La stazione di servizio era deserta. Entrai e chiesi un caffè alla barista. La donna mi fissò come se vedesse un fantasma, la bocca semiaperta dallo stupore, poi si riscosse, annuì e cominciò a mettere la polvere scura nel filtro. Notai i fianchi prominenti agitarsi e le mani grassocce e un po’ tremanti. Dandomi la schiena potei constatare che i capelli, raccolti in una coda frettolosa erano sporchi.

Sorbii il caffè in silenzio senza chiederle spiegazioni: probabilmente era stanca quanto me.

Comprai uno spray detergente e delle salviette cercando di rimediare, per quanto possibile, al disastro che doveva esserci in auto. Mi preparai al peggio e aprii la portiera: niente. L’odore nauseabondo era svanito, scomparso del tutto. Controllai le suole delle scarpe, cosa che, stupidamente, non avevo fatto appena uscito, ma anch’esse risultavano perfettamente linde.

Andai in bagno: una buona lavata al viso mi avrebbe schiarito le idee.

L’acqua gelida sciolse i residui di sonno depositati nelle borse sotto gli occhi, alzai lo sguardo verso lo specchio e cacciai un urlo. Davanti a me un muso irsuto che niente aveva a che vedere con la mia faccia. Strizzai le palpebre e afferrai la ceramica del lavandino sino a far sbiancare le nocche.

Pochi istanti, cercai di respirare a fondo, l’acqua gocciolava dal naso bagnando la camicia. Stavo impazzendo? Scossi violentemente il capo e tornai a osservare lo specchio.

Un’espressione stanca, la barba di due giorni, la sclera venata di rosso, ma tutto normale: avevo avuto una specie di allucinazione. Cercando di ricompormi come meglio potevo decisi di riprendere il viaggio, più a lungo fossi rimasto in autostrada e più avrei avuto problemi, questo era il mio unico pensiero fisso.

La macchina sembrava un cetaceo appena uscito dal mare, perline microscopiche di nebbia sull’intera lucidissima carrozzeria.

Girai la chiave nel quadro senza successo. Il motore rimase inerte come se fossi seduto su un divano. Perfetto, ci mancava solo questa!

Imprecai sonoramente mentre rovistavo nel cassetto alla ricerca del numero d’emergenza della mia assicurazione. Documenti di tutti i tipi, ma non quel dannatissimo pezzo di carta.

Intanto l’odore terribile era tornato e si era fatto più forte, terribile. Lo distinguevo chiaramente: carogna in stato di avanzata putrefazione. Conoscevo quell’aroma dolciastro e nauseabondo: mio nipote aveva avuto la pessima idea di portare il cadavere di un gatto sino in casa appestando la cucina. Un’esperienza indimenticabile.

Vinto dall’odore e dalla disperazione decisi di chiedere aiuto al personale della stazione di servizio. Intravidi nell’aria sempre più spessa di foschia la sagoma di un benzinaio, era girato di spalle, gli toccai leggermente una spalla. L’uomo si girò e fece un repentino scatto indietro. Per qualche istante rimanemmo a fissarci increduli. Poi si stropicciò gli occhietti porcini e mi rivolse un brontolio di scuse.

Venne a dare un’occhiata al motore. Era tutto a posto, all’apparenza, ma non c’era verso di farla partire.

Tutto inutile, sarebbe stato meglio attendere che il tempo migliorasse o, addirittura, che sorgesse il sole.

Dormire in macchina non era nei miei progetti, ma cos’altro potevo fare? Afferrai di malavoglia una coperta che tenevo d’emergenza nel portabagagli e mi avviluppai stretto sul sedile posteriore. Era una situazione scomoda e fastidiosa, ma non avevo altra scelta. L’odore era di nuovo sparito, almeno non avrei passato la notte immerso nella puzza.

Era una situazione sin troppo surreale eppure non riuscivo a formulare dei pensieri coerenti per affrontarla.

Il sonno arrivò come uno schiaffo e fui spinto in un pozzo profondo e completamente buio. Udivo rumori lontani, il pianto di un bambino, il vociare di adulti. Mio padre mi guardava severamente e mi imponeva di non piangere, mia madre mi fissava come si potrebbe fissare un tostapane. Dov’era Tobia? Avevo cinque anni e chiedevo dove fosse il mio cane. Dove eravamo? Faceva caldo, troppo caldo, e le macchie di un ghiacciolo rosso rimanevano appiccicose e profumate sulla mia piccola canottiera a righe bianche e verdi. Di Tobia nessuna traccia. Era scappato, diceva mio padre, mentre mamma annuiva con poca convinzione. Un animale stupido e inutile, non potevamo aspettarlo, dovevamo arrivare al paese della nonna e la strada era ancora lunga.

Ripartimmo, in mano stringevo un biscotto a forma d’osso e piangevo tutte le mie lacrime.

Il pozzo si stringe attorno a me, le voci spariscono nel nulla e solo un’eco rimane sospesa. Tobia aveva amato disperatamente quel cucciolo d’uomo e mai lo avrebbe abbandonato. Il tradimento degli adulti era stato un assassinio senza appello. Un guard-rail rovente, la fuga in mezzo alle auto, lo schianto, la morte. Nessuna pietà per un bastardino senza valore.

Mi svegliai in un bagno di sudore, la bocca amara.

Il ricordo del mio primo cane era qualcosa che avevo rimosso completamente. Tobia. Pelo perennemente arruffato, una massa marroncina di coccole e gioco, sempre al mio fianco, amico di tanti giochi e poi sparito nel nulla. Ero un bambino e non potevo ancora immaginare che i grandi potessero essere anche crudeli.

Una gran voglia di fumare mi fece alzare di scatto. Uscii e mi accesi una sigaretta, mi appoggiai all’auto con l’intenzione di godermi ogni boccata. Dovevo smettere, ovvio, ma non era certo quella la notte adatta.

Lo stridio isterico delle sirene squarciò il silenzio ovattato: una, due, cinque, sfreccianti verso un’alba lontana. Controllai l’orologio, impossibile, il sole non poteva ancora essere sorto.

Le ambulanze vennero seguite da un paio di furgoni dei vigili del fuoco, meno veloci, ma altrettanto rumorosi, poi la polizia, almeno quattro auto.

I lampeggianti sembravano macabre lucine natalizie e il loro dono di disgrazia era palpabile, concreto.

Al bar il telefono squillava senza posa, la barista e il benzinaio avevano completamente perso l’aria assonnata. Neppure si resero conto che ero entrato fumando.

Un pauroso incidente aveva coinvolto un’autobotte piena di benzina e un numero ancora non quantificato di automobili. Una strage, un rogo visibile nonostante la distanza. L’autogrill era in una posizione sopraelevata che dominava la piccola vallata sottostante.

Un tremore incontrollato alle mani mi fece cadere la sigaretta a terra. Deglutii a vuoto. La bocca secca e i denti stretti nella paura della morte evitata per miracolo.

Mentre il personale parlava con voce concitata ai telefoni cellulari tornai verso l’automobile. Le porte scorrevoli dell’autogrill mi restituirono un veloce riflesso scuro passare dietro le mie caviglie. Mi voltai di scatto, ma non c’era niente.

L’aria era ancor più gelida, frizzante di vita e stupore batteva sul palato. Restai un tempo infinito piantato accanto all’auto, poi una sensazione umida sul dorso della mano destra.

La toccai, ma era asciutta.

Un guaito lontano appena percettibile: “Io non ti ho mai abbandonato”.

18 commenti »

  1. Racconto coinvolgente e piacevole, tiene sulle spine fino alla fine. Brava Linda.

  2. Racconto coinvolgente che ti lascia con il fiato sospeso fino all’ultima riga. Linda con la sua scrittura riesce a trasmettere tutte le emozioni del protagonista. Bravissima.

  3. Questo racconto ha un ritmo veloce, attrattivo fin dalle prime righe. L’autrice riesce a catturare la curiosità del lettore e a coinvolgerlo emotivamente attraverso il filo dei ricordi, anche sensoriali. Ci immedesimiamo nella storia provando sentimenti di empatia sia nei confronti dell’anonimo conducente che di Tobia, prezioso protettore.

  4. Dire che si legge tutto d’un fiato non rende l’idea! È meraviglioso e la bravura della scrittrice è come sa calarti nell’emozione unica dell’amore degli animali verso l’uomo.
    Leggerlo fa bene al cuore.

  5. Un racconto degno del migliore e più classico Buzzati.
    Credo che basti, se si è lettori o letterati. Altrimenti: umanitá, mistero, animalismo e una asciutta bena narrativa rendono assai valido il racconto.

  6. Dall’inizio alla fine del racconto,sono rimasto con il fiato sospeso ed i brividi sotto la pelle…..bravissima Linda…complimenti.

  7. Bello, molto bello, forse una discordanza di tempi verbali in un punto… ma idea molto interessante e un bel messaggio contro l’abbandono

  8. Linda sempre coinvolgente. Lascia il lettore col fiato sospeso. Impossibile smettere di leggere!

  9. Un racconto interessante, specchio dei nostri tempo. Forse non troppo chiaro il passaggio di cosa vede riflesso il protagonista nello specchio. Sono dovuto tornare dopo su quel punto. Comunque una bella, magari si potrebbe creare una raccolta di racconti a tema. Complimenti

  10. Bravissima Linda!

  11. Bellissimo racconto. Tiene incollati e fino alla fine non si capisce dove l’autrice voglia andare a parare. Anche il tema dell’abbandono molto originale.

  12. Un bellissimo racconto intrigante che presenta una situazione abbastanza weird e che lascia il lettore nel dubbio di che cosa si tratti. E piano piano, riga per riga si viene a sapere di che scenario si tratti che viene svelato solo alla fine. Complimenti!

  13. Storia pronta per la sceneggiatura di un film in cui il protagonista ripercorre le impronte della vita.

  14. Racconto bellissimo che tiene incollati alla lettura fino all’ultima riga. Nel leggerlo mi sono anche commosso. Del resto Linda è una scrittrice affermata che riesce sempre ad emozionare. Bravissima.

  15. Amo lo stile di Linda, riesce sempre a tenere la mia attenzione e la mia curiosità vigile e, ad ogni rigo, non posso fermarmi. Linda è magica, riesce a scrivere, descrivere in un modo che mentre leggi lo vivi. Che dire? Brava!

  16. Mi hai colpito la scrittura fluida, il modo di descrivere le sensazioni e le emozioni del protagonista, l’analisi dei personaggi che si affacciano nel racconto.
    Poi il finale inaspettato a cui la scrittrice ti prepara a poco a poco.
    Con pochi capoversi un vero capolavoro.

  17. un racconto breve, coinvolgente e intenso che si legge tuttodunfiato. complimenti Linda|

  18. Gran bel racconto! Un buon ritmo sostentuto da una narrazione essenziale e sincopata capace di generare un sacco di suspense. Un crescendo di mistero che lascia intendere a tratti sempre di più, fino al finale, deliziosamente allusivo. Bello!

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