Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Apnea” di Marco Lombardi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

La mia carriera sportiva non si può certo definire gloriosa. Fin da bambino ho giocato a calcio nella squadra della mia scuola ricoprendo tutti i ruoli, da portiere ad attaccante passando per i vari punti intermedi. All’inizio pensavo che ciò fosse dovuto alla mie estrema duttilità ma ben presto ho capito che la causa era la mia totale incapacità. Col passaggio alle scuole superiori ho anche dato l’addio al calcio col rimpianto di nessuno. 

Sono rimasto un tifoso piuttosto blando di calcio ma una delle più grandi emozioni sportive mi è stata regalata da una disciplina da me distante e da un campione entrato nella leggenda, Jury Chechi.

Non voglio affrontare la sua carriera perché non sarei all’altezza dei grandi giornalisti che lo hanno già fatto, bensì un episodio specifico e che episodio: la vittoria dell’oro olimpico ad Atlanta 1996. Lo farò parlandovi dell’emozioni da me provate in quell’occasione.

Premetto che Jury ed io siamo concittadini e con questo le analogie ed i punti in comune terminano brutalmente (per me). Della ginnastica artistica non conoscevo veramente niente e come me tantissime altre persone ma il ragazzo dai capelli rossi l’aveva fatta irrompere nelle nostre vite con una lunghissima serie di successi. Ovviamente erano nati esperti di fama internazionale e ginnasti provetti dalla notte alla mattina, io no, umilmente mi cullavo nel tepore rassicurante della mia ignoranza. D’altronde avevo sedici anni e a quell’età  pensavo ad altro, ’truccare’ il motorino e ovviamente le ragazze. A parte episodi sporadici quest’ultime rimanevano dei pensieri così potevo dedicarmi anima e corpo a cilindri, marmitte ecc.

Fu proprio un pomeriggio di estate da sedicenne che avvenne l’Evento. Nel mio quartiere, piuttosto popoloso, eravamo tantissimi ragazzi che fin dalla tenera età si affrontavano in epiche partite ai giardini sottostanti casa mia e che terminavano con le urla intimidatorie dei genitori per farci rincasare per i pasti. Crescendo erano diminuite le partite, riservate ormai alle nuove generazioni (quanta malinconia eh?) e noi ci dedicavamo adata fuori casa, era impossibile tenerci nelle mura domestiche. Pasti veloci e via di nuovo per ritrovarsi ed organizzare qualche riunione o meeting sui problemi dell’umanità e su come risolverli. Credo abbiate colto l’ironia di quest’ultima affermazione, in realtà stavamo fuori con l’unico scopo di stare fuori il più possibile. Fu così anche quel giorno, con una piccola variazione però. Avevamo assegnato ai genitori il compito di avvertirci pochi minuti prima che iniziasse la prova del nostro concittadino in modo da poter rientrare e gustarcelo anche noi. Questa prassi era in uso solo per le partite della nazionale agli europei e ai mondiali. Quella fu l’ eccezione per la ginnastica, gli anelli e per il loro signore.

Era montata un’attesa spasmodica perché comunque Jury era il più accreditato alla vittoria dell’oro data la sua palese superiorità rispetto agli altri atleti ma la sfiga poteva essere sempre in agguato. D’altronde erano passati solo due anni dai mondiali di calcio in USA dei quali però non ricordo molto, anzi niente, si sono mai tenuti mondiali di calcio in USA?

Tornando a noi, al primo richiamo rientrammo scegliendo come teatro il salotto di casa del mio amico Davide Fortino col quale dividevo la maggior parte del tempo. Non so perché ma facemmo così, abitava al piano superiore al mio. Quando entrammo nella stanza tutta la sua famiglia era già schierata al gran completo davanti alla tv a confermare, ce ne fosse ancora bisogno,  dell’importanza dell’evento. Salutammo e Fortino, perché ovviamente ci chiamavamo per cognome, si sedette sul divano, io no, rimasi in piedi in fondo al salotto.

Dopo pochi istanti apparve Jury che venne aiutato dal suo allenatore ad afferrare gli anelli. Da quel momento ricordo che piombò su di noi un silenzio irreale, anche il giornalista non emise più un suono, io mi focalizzai sul televisore e tutto il resto scomparve. Iniziò con i vari movimenti e pur non conoscendo le regole si capiva che l’ armonia e la precisione si stessero manifestando al massimo del loro livello immaginabile. Lo sguardo di Jury sembrava quello di chi sta bevendo un caffè al bar, facendo pensare che tutto ciò fosse di una semplicità imbarazzante, alla portata di chiunque. I suoi muscoli però no, smentivano ogni possibile illazione e chiarivano la grandezza di ciò che stava accadendo in quel momento. L’esecuzione appariva perfetta anche a occhi inesperti come i miei. Una sola cosa sapevo, che l’esercizio si sarebbe dovuto concludere con un salto ed un atterraggio a piedi uniti, senza sbavature. Varie volte si erano viste perdite di equilibrio, piccoli passettini che avevano pregiudicato tutta l’esecuzione. Quando arrivò quel momento, sembrò un’eternità rispetto all’ era geologica che era trascorsa durante l’esercizio stesso.  Il signore degli anelli dopo un’esecuzione magistrale ed un volo maestoso atterrò immobile come il Cristo di Rio de Janeiro con le braccia larghe, che a breve iniziò ad agitare e sollevare in segno di vittoria, una vittoria schiacciante e troppo evidente per chiunque, anche prima dell’annuncio dei voti dei giudici. 

L’apoteosi conclusiva permise al giornalista di riacquisire l’uso della voce per osannare il campione, ad una popolazione di festeggiarlo e, a me di tornare finalmente a respirare gioendo insieme. 

Senza accorgermene avevo trattenuto il fiato tutto il tempo e ad oggi ancora non mi spiego come possa aver fatto, oppure, la spiegazione può essere semplice se collegata all’importanza e al coinvolgimento di quel momento. Grazie Jury, ti siamo grati per quell’emozione e per tutte le altre che ci hai fatto vivere ma ricorda che ancora ad oggi mi devi un minuto e mezzo di aria. 

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