Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Cotone” di Lucia Urbano

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Dove può essere finito, pensa Arturo. In quel cassetto ci sono molte cose, ma lui le conosce tutte. Si aggiusta gli occhiali sul naso un po’ adunco e sposta la lampada per illuminare meglio il fondo; con gli anni la vista è peggiorata. Si allunga con fatica, chinandosi per guardare meglio il fondo del cassetto. Sono cassetti profondi di quelli delle vecchie scrivanie, capaci di contenere molti oggetti ma scomodi: devi tirarli fuori quasi del tutto per arrivare in fondo. Dopo cena Arturo si chiude nel suo studio. Legge, ascolta musica. Studia. Anche da vecchio. Rimugina e fruga tra le sue cose. Un tipo preciso: ancora alla sua età non gli sfugge quasi nulla. Quando si è stancato va a raggiungere sua moglie sul divano e cerca un film rilassante in seconda serata. “Guarda che è tardi! Andiamo a letto che dormi, lo vedi?” La voce di Maria qualche volta lo sveglia. Finiscono la serata insieme di solito salendo le scale che conducono alle camere. Vivono nella grande casa costruita per una famiglia numerosa anche ora che sono rimasti soli.  Da molti anni ormai. Lui chiude le porte delle camere la sera prima di andare a letto. Gli fanno tristezza tutte quelle stanze vuote. 

Stasera è solo a casa: sua moglie Maria con due amiche è andata a vedere uno spettacolo a teatro. Anche se l’udito è un po’ debole il teatro le piace ancora.

“Eppure deve essere qui”. Non capita certo a lui di perdere qualcosa. Sa esattamente dove mette la sua roba. Conosce perfettamente la geometria dei suoi cassetti. Ad incastri perfetti in forme squadrate e regolari ci stanno penne nelle loro scatole, lapis e appuntalapis, gomme da cancellare, taccuini di varie misure, per non contare vecchie cartoline pubblicitarie o segnalibri di ogni genere. Anche quaderni di scuola nuovi di chissà quanti anni prima. E’ una vera mania la sua: non buttare mai nulla.  Maria  vuole buttare via  ma lui si oppone. Difende il suo mondo. Nella sua stanza una scrivania con quattro cassetti. Una poltrona comoda con rivestimento di velluto, all’antica. Tutt’intorno le pareti sono letteralmente coperte di libri, che arrivano fino al soffitto. Una libreria su misura, di legno scuro, fatta fare appositamente per quella stanza. In un angolo, uno stereo su cui far girare i dischi in vinile, collezioni di musica classica. Un caminetto per le serate d’inverno. Lì dentro con un po’ di buona musica si sente davvero a casa. Si riconosce ancora.

Ma se non trovi al suo posto ciò che cerchi qualcosa è saltato oppure qualcuno ci ha messo le mani. Pensa di chiedere a Maria appena ritorna, ma non ha voglia di sentirla brontolare.  “Ma cosa vuoi che sappia io? Lì dentro ci entro solo a spolverare, ad aprire i tuoi cassetti non ci penso neppure! Non te la prendere con me se non ti ricordi dove metti la roba, che c’entro io scusa?” Sua moglie poi non è mai stata troppo precisa neanche da giovane, figurarsi se potrà aiutarlo a quell’ora lei che a volte fa fatica a ricordarsi cosa ha fatto il giorno prima.

Sotto ai cassetti due sportelli chiudono dei ripiani interni. Anche lì gli oggetti stanno in un ordine perfetto: il bordo di ogni scatola poco più largo di quella sopra, linee regolari, alti e bassi. Scatole di cartone o di plastica, di tutte le forme, in una scala di grigi. E’ una scrivania antica eredità di un trasloco. Qualche tarlo ci lavora soprattutto d’estate.  

Arturo viene da una famiglia modesta, che si era portata dietro mobili e cianfrusaglie fin dal tempo di guerra. Erano sfollati e si erano portati quello che avevano potuto, che erano riusciti a non abbandonare.  Lui ci tiene a quello che gli è rimasto, ci è attaccato. Ci parla con le sue cose, ognuna ha un senso preciso o è un ricordo da custodire. 

“Nonno, fammi vedere il tuo cassetto! E dai, perfavore!” E’ il passatempo preferito dei suoi nipoti, specie il più grande. Il cassetto delle meraviglie. A lui non dispiace. Prende tra le sue quelle manine grassocce e morbide guidandole nell’esplorazione di lapis e penne. Poi ci sono taccuini da sfogliare dove fare disegni. “Attento, vedi che così si strappa…” Gli piace raccontare la storia di ogni oggetto, mentre i bambini cercano di rufolare tra i fogli e le penne. Maria in salotto chiacchiera con le figlie, intanto. Lui trastulla i nipoti in questo modo. Questo lo fa divertire ancora. Di far conversazione invece non ha molta voglia, abbraccia forte i figli quando se ne vanno, senza trovare niente da dire. Col passare del tempo si accorge di preferire le cose alle persone. Da un po’ di tempo gli esseri umani gli appaiono lontani se non estranei, quasi avesse intrapreso un percorso di distacco da loro. Neanche con il suo corpo si sente più tanto in buoni rapporti: il suo mutare progressivo lo rende goffo, un po’ curvo, facile alla stanchezza. Un’evoluzione irreversibile pensa, mentre si sforza di sorridere ai suoi figli che escono dalla grande casa. I suoi oggetti invece restano quelli di sempre, incapaci di ingannarlo o deluderlo.

Questa sera dei primi freddi di novembre c’è qualcosa di strano, quasi di nuovo, che lo irrita. E’ certo di aver messo quel foglio al solito posto. Si incaponisce per un po’, smontando tutto il cassetto un oggetto per volta. Niente da fare, non c’è. E’ tardi, forse  domattina lo troverà. Si sente anche un po’ infreddolito. La mattina il suo corpo risponde un po’ di più, tutto gli sembra più chiaro e ci vede meglio dopo il caffè. Ogni cosa sarà di nuovo al suo posto.

Mentre sta per richiudere lo sportello e andarsene alla TV un rumore da dentro la scrivania lo attira: nell’angolo in fondo c’è stato un piccolo crollo e una scatola è caduta giù. La guarda meglio mentre la prende per rimetterla al suo posto,  proprio nell’angolo in fondo del ripiano.  E’ una scatola di cartone grigio, di quelle dei biglietti da visita che usava all’inizio della sua carriera di medico; in paese a quel tempo ne facevano caso. Era stato molti anni prima quando non ancora laureato aveva cominciato a lavorare. Ora le usa per conservare oggetti di ogni genere.

Non che pensi di trovar lì il foglio che cerca, ma la curiosità e anche un po’ di stizza lo spingono ad aprire la scatola. Un guizzo di vita; la curiosità gli è un po’ passata. Dentro sono raccolti piccoli oggetti: un portamine nuovo di zecca, un accendino modello “zippo“ di quando fumava. Prova a far scorrere la pietra sotto le dita senza risultato.  Lo rimette al suo posto. Prende in mano una scatolina rettangolare con un coperchio trasparente da cui si intravede una specie di pallina grigiastra.  Come potrebbe dimenticare? La prende, la apre. Le mani gli tremano leggermente. Con lentezza solleva il coperchio liscio che  ha aderito alla scatola, deve fare un po’ di forza per staccarlo. Guai se dovesse rompersi. Uno straccetto di garza ormai secca avvolge un batuffolo di cotone rosa sbiadito.  Appoggia il fagottino sul tavolo sotto la luce della lampada per guardare meglio, aggiustandosi ancora gli occhiali. Estrae il batuffolo rinsecchito dalla garza e lo appoggia sul palmo della mano. Improvvisamente ha le mani calde: non gli accade da molto tempo.  Nient’altro, nessun bigliettino o scritto nella scatola. Lascia cadere lentamente  il batuffolo sul tavolo, gli occhi si illuminano. Un profumo fresco con sentore di agrumi gli entra potente nelle narici.

E’ il  profumo di lei, allora.  Con aria sicura si avvicina al suo gruppo quella  domenica pomeriggio di un lontanissimo novembre: come accade spesso stanno cercando di decidere che fare.  La vede arrivare insieme a Giuliana e l’avvicina senza pensarci troppo. Giuliana è la sua amica di sempre, gli sorride ammiccante mentre si avvicina. Ma lui ha occhi solo per la nuova arrivata, “Buongiorno, sono Arturo, tu chi sei?” la voce gli esce con qualche fatica, un po’ fessa. Qualcosa gli stringe la bocca dello stomaco, si sente un po’ ridicolo. Eppure non è la prima che avvicina. Un brivido di piacere gli attraversa rapido la schiena mentre lei gli risponde, pronunciando il suo nome, le labbra carnose allargate in un sorriso, i lunghi capelli neri annodati in una treccia. Indossa un vestito al ginocchio che lascia intravedere forme sinuose.

Mentre continua a fissare il batuffolo Arturo socchiude gli occhi, lasciando fluire le immagini che si affollano alla luce della lampada mentre un leggero calore gli scalda le estremità sempre fredde. 

Si rivedono la settimana dopo, e poi ancora e ancora. Proprio un colpo di fulmine, lo dicono anche gli amici.  Lei ha due anni meno di lui, ventitré. Vive fuori città, come tanti sfollati a guerra finita da poco. Studia all’università, è vicina alla laurea. Viene in città con la corriera dal paese poco distante in cui abita coi genitori. Lui è prossimo a laurearsi ma già esercita la professione di medico nel paese dove vive con la famiglia. L’emergenza degli anni di guerra ha anticipato i tempi. Lo chiamano “il dottorino” in paese: i suoi pazienti improvvisati gli portano polli e uova in cambio dei suoi interventi di fortuna. Viene a Pisa appena può, frequenta le corsie d’ospedale e nel tempo libero vede gli amici dell’università ritrovati a guerra finita. Da quando l’ha conosciuta va incontro a lei alla fermata della corriera, ogni sabato o domenica pomeriggio. Non ce la riaccompagnerebbe mai, se potesse. Mentre aspettano prima di salutarsi, là dove tutti possono vederli, le stringe le mani. Lei ha sempre le mani fredde.  Ci ridono sopra, ogni volta. 

Alla luce della lampada Arturo guarda le sue, oggi coperte dalle macchie marroni della vecchiaia. Le sente fredde. Già, i farmaci forse, è malato di cuore e i medicinali che deve prendere gli fanno anche quest’effetto.

Quelle mani fredde però a un certo punto non gli bastano più; non resiste molto ai suoi slanci di passione. La vuole, anzi la pretende per sé. E’ passata solo una manciata di mesi dal loro primo incontro quando in quel pomeriggio di gennaio, così freddo, scantonano in una stradina laterale. Sono appena le cinque ma è già buio. Alla luce fioca di un lampione acceso da poco, la stringe a sé con la scusa di ripararla dal vento freddo che infila l’angolo con un sibilo tagliente. “Come sarebbe vivere insieme? Te lo immagini?” Butta là queste parole un po’ compiaciuto, Arturo, tutto riscaldato da uno slancio di passione ardente. “Ma come si fa, comunque dovrei finire di studiare. E poi ci conosciamo solo da poco”. Il tono  un po’ petulante e gli occhi sfuggenti lo trafiggono con un lampo freddo, lasciandolo al tappeto. Per un attimo rimane a guardarla in silenzio. Ma lei poi gli sorride: un filo di tensione tra i due si spezza al primo abbraccio. Lui, rincuorato, le racconta l’attesa di lei nelle notti lunghe di quei giorni invernali. “Voglio svegliarmi accanto a te, ogni mattina. Vedere te appena apro gli occhi, fare colazione insieme a te”, le dice. La bacia a lungo, poi. Lei gli sorride in quel suo modo così sicuro e suadente mentre si svincola dall’abbraccio; poi monta sulla corriera. 

Un rumore di porta che si chiude lo distrae dai suoi pensieri: sua moglie. Maria sta rientrando. “E’ tardi, te ne sei accorto? Che ci fai ancora lì?” Lui la guarda con aria compiaciuta e le sorride. D’istinto abbassa in grembo la scatola. “Vengo subito, non ti preoccupare”. E’ una sera simile a questa, una sera ancora fredda di marzo quando lo fa. 

Nell’intimità della sua camera. E’ un venerdì. La vedrà il pomeriggio di domenica. Non stanno insieme da due settimane: il sabato prima si sono visti solo per un breve incontro, in cui lei gli ha detto che deve andare all’università. “Ma come, di sabato pomeriggio…” “Lo so, il professore non ha altri momenti per ricevermi, dobbiamo parlare della tesi…mi spiace…”. Ci è rimasto male.  Nelle notti dopo, da sveglio, si è chiesto se sia giusto rispettare le convenzioni, aspettare eccetera. Vero, la conosce solo da poco. Certo, lei studia ancora. E allora? In fondo lui è quasi dottore, ha già il suo lavoro no? Agli inizi, certo. Ma di cosa avranno bisogno poi? Non impedirà mai alla sua futura signora di avere una vita propria. Per un po’ ci penserà lui, almeno lei finirà di studiare.

Così prende la sua decisione. Un anello gli sembra banale.  “È un pegno di sangue che ti offro, non un anello”, si ascolta pronunciare queste parole mentre buca con un ago l’indice della sinistra. Osserva il sangue stillare, immaginando gli occhi di lei riempirsi di lacrime. Si emoziona,  il pensiero di quello che sta facendo un po’ lo commuove. Prende un batuffolo di cotone e lo preme con forza per intriderlo di sangue. Poi cerca qualcosa dove metterlo; lo nasconde dentro un pezzetto di garza. Chiude il tutto in una scatolina di plastica bianca con il coperchio trasparente che trova nel cassetto. Una di quelle scatoline in cui all’epoca  si mettevano i gioielli in un batuffolo di cotone. Niente fronzoli pensa. E se lei non accettasse? E se lo rigettasse nella solitudine? Non può accadere pensa. Se la prefigura con la sua lunga treccia scura ed i suoi occhi grigi illuminati dalla sorpresa. 

Un rumore, questa volta dal salotto, lo scuote. Maria sta chiudendo le tapparelle, lo chiamerà di nuovo. Inventerà una piccola bugia, pensa con un po’ di vergogna. Le sue guance scavate dagli anni si accendono appena di un leggero rossore.

            E’ una domenica di marzo. Sta andando da lei, sorridendo sotto i baffi esili fatti crescere come usano all’epoca. Per l’occasione indossa il suo borsalino beige.  A lei piace. E’ in anticipo come al solito; si accende una sigaretta per ingannare l’attesa. Con le mani insolitamente fredde infilate nelle tasche sente la scatoletta. La tasta nervosamente.  Alla fermata, tanta gente che aspetta. La sua non è ancora arrivata. Meglio fare due passi fino all’angolo, tanto la vedrà spuntare subito dopo la curva. Immagina gli occhi conosciuti sorridergli dal finestrino. Per distrarsi si mette a guardare gli alberi della piazza che hanno già cominciato a rimettere le foglie. L’inverno sta finendo ormai, presto andremo al mare. Posa lo sguardo su un tipo che se ne sta seduto da solo sulla panchina lì davanti. Si domanda se anche lui stia aspettando qualcuno. Torna a pensare a lei, girando gli occhi verso l’angolo da cui di lì a pochi minuti spunterà la corriera. Ancora tasta la scatoletta nella tasca dei pantaloni. E’ un po’ nervoso, ma sicuro. Lei scenderà e lo saluterà e si incammineranno insieme, non verso il centro però. Non è molto distante dalla fermata il bar dove ha pensato di portarla per un caffè, tanto per cominciare. Un posto accogliente, ma in una traversa un po’ defilata dove è più difficile incontrare qualcuno che si conosce. Poi faranno un giro, ci vuole il posto giusto. A quello penserà dopo. 

“Ehi Arturo io me ne vado su a letto”. La voce proveniente dalla sala lo scuote ancora una volta dai suoi pensieri. “Vengo subito, arrivo”. Finge di chiudere il cassetto per fare rumore, come se armeggiasse tra le sue cose. “Sbrigati però che poi non dormi”.

Il suo sguardo si posa di nuovo sulla pallina che ha ancora in mano quasi se ne chiedesse ragione. 

La corriera spunta da dietro l’angoloAncora da lontano.  Riconosce la scritta. E’ quella. Si ferma. La gente comincia a scendere. Nessun viso conosciuto per il momento. Sarà salita tra i primi si dice, sarà in fondo. Guarda e la cerca con gli occhi. No, una ragazza con la chioma scura lo ha quasi ingannato. Sente qualcosa stringerglisi dentro. Si avvicina, può essersi addormentata. Chi lo sa magari la vedrà accoccolata di là da un finestrino. Con lo sguardo attento a passo svelto si infila tra la folla e ripercorre i visi. Si volta, guarda indietro, non c’è.  Si sforza di dissimulare la paura che lo afferra giù al basso ventre. “Ehi, va tutto bene?” E’ il signore di prima che gli passa davanti. Ha notato il cambio di colore, sente di essere diventato pallido, le labbra smorte. Rimane lì fermo per un po’, senza trovare la forza di andarsene. A questo non ha pensato. Dopo più di mezz’ora passata a girellare intorno alla fermata torna a casa, stanco.  Butta il cappotto sulla sedia. Tira fuori la scatoletta dalla tasca dei pantaloni, la scaglia sul letto.   Ora gli sembra un’idea stupida, doveva capirlo. Si alza e va alla finestra a fumare una sigaretta. Si mette a guardare il cielo inseguendo con gli occhi i reticoli di stelle. C’è senz’altro una spiegazione. Ci deve essere. Forse un contrattempo. Non ha potuto avvertire. Domani si fa viva senz’altro. E’ davvero una serataccia quella, tutto lo disgusta, la sua casa, la sua camera, il suo letto.

            “Ma che stai facendo ancora, a quest’ora? “Maria adesso lo sta guardando dalla porta dello studio: lui le sorride senza dir nulla. Quasi per pudore abbassa lo sguardo sulle ginocchia e nasconde rapido la scatoletta dentro lo scomparto della scrivania.

Poi le va incontro e prova a cingerle la vita, allungandosi un po’; lei restituisce l’abbraccio, molto più elastica. Mentre si avviano su per le scale la stringe a sé: è ancora una gran bella donna. 

2 commenti »

  1. Una grandiosa poesia, straripante di una tensione narrativa che tiene incollato il lettore fino all’ultimo. Ancora più brava perché sei riuscita benissimo a scrivere dal punto di vista di un uomo. Ma… non farmelo rileggere perché è lunghetto ed è tardi… Maria era la destinataria del regalo che Arturo non poté consegnare, oppure questo è da considerarsi come un racconto con finale aperto e a libera immaginazione? Anzi, non dirmelo va, preferisco immaginare…

  2. Davvero un bel racconto, poetico e ben costruito!

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