Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Racconti nella Rete 2020 “Ranocchia” di Stefania Fava (sezione racconti per bambini)

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Storia di un rana convinta di essere un delfino

La nostra storia inizia in un giorno di Primavera, precisamente il primo giorno di Primavera, che cade solitamente il 21 di marzo, ogni anno.

 Tutto intorno alla città era verdissimo, pieno di foglie tenere e fresche rinate dopo l’Inverno, ovunque era un brulicare di fiori e di api in festa. Man mano che si usciva dalla città e ci si addentrava nella campagna, la Natura si faceva sempre più selvaggia, fino ad entrare in un piccolo bosco fitto di querce, antiche, grandi, solide e scurissime, talmente scure che i raggi del sole faticavano a passare. Tutto era così buio e ombroso, tutto sapeva di umidità.

All’improvviso si apriva una radura verdissima e luminosa e nel pieno centro della radura, quasi nascosto dall’erba alta e coperto di splendide ninfee bianche e rosa si nascondeva un piccolo stagno pieno di melma, sotto il velo d’acqua.

Siamo in Piemonte, a Cantalupa in particolare, un piccolo paese in provincia di Torino.

“UAO Cantalupa, che nome fantastico, mi aspetta un destino superglorioso!” pensò Ranocchia.

Non si accorse di aver dormito, né per quanto tempo e si trovò all’interno di un uovo gelatinoso, opaco, denso e …appiccicoso!

E intorno a lei altre migliaia di uova che essendo tutte appiccicaticce come la sua, se ne stavano attaccate insieme: migliaia di uova vicine vicine, viscide viscide. Che schifo!

“Dove sono finita?” si domandò Ranocchia e intanto, muovendosi o meglio agitandosi un po’, si accorse in quel momento di avere una coda lunga, flessibile e argentata.

“UAO! devo essere una sirena, o un delfino!” e cercò di uscire da quella gelatina e scappare il più lontano possibile da quell’ammasso di uova, acqua e fango, che in realtà erano i suoi fratelli… Attraverso l’involucro poteva intravedere qualche raggio di Sole: doveva essere pomeriggio là fuori, la materia era così densa, che non riusciva a distinguere nulla.

A furia, ecco sì, furia è la parola più adatta, di agitarsi provò a staccarsi dall’enorme massa di uova: cominciò prima puntando con la testa poi spingendosi con la coda, continuò imperterrita e, finalmente ancora nel suo involucro appiccicoso, con rapidi colpi di coda, iniziò a nuotare: sentì l’acqua entrare nel suo ovetto, rinfrescarlo e alleggerirlo un po’, l’acqua la faceva sentire fresca e leggera.

Quel contatto le diede una sensazione fantastica. Sì, doveva essere un pesciolino di sicuro, l’acqua era il suo elemento: nuotò rapida, veloce e sinuosa convinta che lo stagno fosse solo la culla per nascere e che presto sarebbe arrivata al mare e poi, sicuramente all’Oceano verso mille avventure. E mentre nuotava, immaginava già come sarebbe stata da grande, un delfino, una sirena, argentata e bellissima… le partì il sogno di solcare i mari tropicali, di saltare le onde, e immaginò di inseguire le grandi navi, di incontrare tanti amici e vivere mille avventure… che meraviglia meravigliosa!

“Da qualche parte ci sarà già l’accesso al mare”, pensò, “lo so mi devo ancora liberare di questa gelatina, ma l’importante è trovare una via di uscita.”

Iniziò a nuotare sempre più forte, muovendo la lunga coda per superare tutte le velocità e si schiantò contro un sasso poi un altro e un altro ancora…maledizione, non c’era via di fuga!  

Cercò di nascondersi tra i sassi dello stagno, rotolando all’interno del suo ovetto, continuando a ripetere: “Non voglio rimanere qui, con tutti quei girini e tutta quella gelatina!”

La bellissima Luna piena di quella notte di marzo emanava i suoi raggi su tutto lo stagno, mandò un sorriso affettuoso a quel girino che tentava la fuga ancora nel suo denso uovo …

Intanto a Mamma Rana non era sfuggita la sua Ranocchia che cercava disperatamente di scappare, e lei, che in cuor suo non si era mai sentita così adatta ad essere madre, era parecchio in ansia e tutte quelle uova che sarebbero diventati ranocchi, i suoi ranocchi, beh un po’ la spaventavano, e perciò figuriamoci Ranocchia che si agitava così! Mamma Rana non aveva mai avuto il coraggio di uscire dallo stagno e allora aveva trovato un bel Rospo serio e lavoratore dalla testa grande, sintomo di intelligenza. Le leggende antiche piemontesi narravano che nel suo grande testone si nascondesse un prezioso gioiello, la mitica pietra Crapaudina, forse perché in piemontese “crapa” vuol dire testa e anche persona di ingegno… e così pareva che questo gioiello curasse i morsi di bestie velenose e persino i gonfiori! E, quindi, Mamma Rana, conoscendo bene anche tutte le leggende, si era sempre sentita al sicuro con il suo bel marito.

Papà Rospo aveva un buon carattere allegro e gli piaceva tanto mangiare grilli fritti, salame di libellula, mosche al sivet, formaggio di latte di ninfea…ogni tanto Mamma Rana gli faceva mangiare anche un po’ di verdura, e lui accettava solo se tutto il resto rimaneva garantito!

“Questa qui da dove è uscita? chi me l’ha mandata? non mi somiglia per niente!” pensò Mamma Rana guardando Ranocchia che si agitava nel suo ovetto, “mi darà un sacco di lavoro e preoccupazioni, se già non sta ferma buona e zitta come tutti gli altri, però sembra così dolce e carina…uhm dolce ma anche furiosa, andiamo a conoscere questa piccola belva!”

“Ranocchia, Ranocchia dove sei? vieni qui è tempo di nascere” le disse dolcemente Mamma Rana, che aveva ormai intuito la natura inquieta di quell’ovetto guizzante ed era decisamente preoccupata, mentre Papà Rospo si tuffò sotto le rocce per andare a recuperarla e riportarla insieme ai suoi numerosi fratellini e sorelline.

La trovò in un angolo dello stagno spiaccicata contro un sasso enorme che cercava disperatamente di spostare e in tutto quello sforzo la coda si era allungata, era uscita dalla gelatina e affondata nel fango, denso scuro che la trascinava giù…aiuto!  

 Papà Rospo la sollevò con il suo gran testone e fu così che nacque Ranocchia.

Appena nata, Ranocchia venne immediatamente inserita in un gruppo di 600 girini, e sapete cosa fanno i girini? Girano! Girano tutto il santo giorno in tondo per lo stagno pure piccolo in questo caso, stanno tutti insieme per sembrare un grande pesce e spaventare eventuali predatori.

“Predatori, in uno stagno, quali possono essere? Boh!” pensava Ranocchia.

Nuotano tutti vicini e rapidi come un enorme pallone che si muove su e giù per lo stagno. Ranocchia, da girina, si metteva sempre o in testa al gruppo quando aveva voglia di nuotare rapida e si sentiva piena di energia come un super motoscafo e trainava tutti, oppure in coda quando era più stanca…stare in mezzo non le piaceva neanche un po’: si prendevano un sacco di spintoni da tutti!

Chi non guardava dove nuotava e ti veniva addosso, chi si girava dall’altra parte e dovevi riportarlo nella giusta direzione, chi andava su chi andava giù, PUF PANT che fatica!

E che noia, a Ranocchia, non piaceva per niente tutto quel girare in tondo, in gruppo.

Eppure tutti gli altri sembravano sempre contenti di girare nello stagno e mangiare melma e insetti.

Tra tutti i girini, Girandolino era il suo preferito, era più piccolino degli altri un po’ come lei, aveva due occhietti scuri e vispi e sognava di fare l’architetto da grande e progettare dighe per i castori, creare lampade artistiche con gli alberi dello stagno, trovare la sua rana dai grandi occhi, che dovevano essere azzurri…

Così, tutto procedeva come nei migliori stagni del Mondo: fai questo, fai quello, questo non si dice, questo non si fa, questo fa paura, questo è pericoloso, meglio stare tutti uniti, non ti allontanare, non parlare con gli sconosciuti, metti gli insetti e le ninfee in ordine, lavati e mangia…ecco assolti tutti questi compiti zitta e buona e tutti erano contenti, ma lei no, eh no proprio no!

Per fortuna c’era Girocchio, il suo gemellino dai grandi occhi azzurri, con lui da veri fratelli si alleavano per sfuggire a tutti i consigli di mamma e papà che, timorosi che potesse succedere qualcosa ai loro piccoli, erano iperprotettivi.

Irina e Irona erano state le uova più vicine a lei, entrambe sapevano tutto di tutto, facevano le maestre, organizzavano corsi su corsi e spiegavano sempre tutto a tutti!

Si erano suddivise le materie:

 Irina era esperta in Dieta Ranologa, prevalentemente caccia alle mosche, frittura e pepatura, c’erano delle varianti con salsa di libellula e ragù di teneri moscerini, mentre Irona dava lezioni di Girologia, insomma la filosofia del Girino perfetto, come pulirsi dal fango, come girare intorno ai sassi senza sbatterci contro, come sembrare i più bravi e i più belli davanti a Mamma e Papà…Quando Ranocchia delle regole e dello stagno e di quel girare sempre in tondo proprio non ne poteva più e si sentiva triste, guardava la Luna e tornava a sognare, le sembrava che la melma non esistesse più e che le Stelle brillassero ancora di più per lei e le cantassero una ninna nanna.

 “Oh sì, ci sono dei mondi bellissimi da scoprire quaggiù” e sognava il suo futuro da delfino nei mari tropicali, tra mille avventure.

Finché un bel giorno, proprio mentre scivolavano giù dalle ninfee, Ranocchia e Girocchio sentirono la coda ritirarsi, farsi sempre più corta e 4 zampette dalle dita tonde tonde spuntarono quasi d’improvviso, o almeno a loro sembrò proprio così e d’istinto spiccarono un salto lunghissimo: era come volare.  

“UAO UAO UAO!” urlò Ranocchia prima di trovarsi sott’acqua e rispuntare con 3 ninfee sulla testa. Toccandosela per togliersele, Ranocchia si accorse che anche la sua testa era cambiata, adesso sembrava tutta bitorzoluta e molto più grande. Allora si sporse per guardarsi nell’acqua “terribile, ho davvero una testa enorme!”

“Speriamo non diventi grossa come quella di Papà Rospo,” pensò seriamente preoccupata di tutte quelle trasformazioni improvvise.

Cercò di girarsi per controllarsi tutta, e si accorse che, ops, anche la sua bellissima coda argentata era sparita, le gambette che erano spuntate erano tozze e corte, e il suo corpo si era fatto bello pienotto, in cima poi campeggiava quella testa così grande.

Fu un attimo per Ranocchia rendersi conto che, con quella struttura e quell’aspetto, tutti i suoi sogni sugli Oceani svanivano di colpo. Altro che pesce, altro che delfino o sirena. Era una rana, ecco cos’era! Proprio come sua madre e suo padre, proprio come tutti i vicini e i suoi fratelli che chi prima e chi dopo stavano diventando anche loro uguali a lei. E cra cra cra, neanche una bella voce a dirla tutta!

In meno di un mese lo stagno si riempì di Ranocchi e Ranocchie, tutti verdissimi, che saltellavano allegramente tra i sassi dello stagno, sguazzavano felici nel fango e scivolavano lungo le rocce, tutto sembrava facile per loro, mentre Ranocchia continuava a pensare: “Povera me, non sono un delfino e neanche un pesce, tantomeno una sirena!”  

Si sentiva sempre triste e sola, nonostante fosse circondata da mille altri ranocchi.  A livello di prestazioni e attività ranesche non era proprio ai primi posti della classifica, non sapeva saltare bene quanto gli altri e nella caccia alla libellula era davvero una frana…a poco a poco ricominciò a convincersi che anche se magari l’aspetto non era proprio quello, beh, lei comunque dentro continuava a sentirsi pesce, delfino e sirena e perciò non si sarebbe mai arresa, lei, avrebbe escogitato qualcosa, doveva per forza trovare una soluzione e presto!

In quanto a sogni e visioni, non la batteva nessuno e così Ranocchia prese l’abitudine di salterellare un po’ da sola nell’erba, senza allontanarsi troppo.

Stava facendo tutti i suoi ragionamenti, quando dal folto della vegetazione che circondava lo stagno le arrivò una voce.

 “Ciao! Bella Ranocchia!”

“Chi ha parlato? Chi sei? Fatti vedere!”

“Sono qui nascosta nell’erba mi chiamo Lumy e sono una lumachina, porto con me la mia casa e vado piano piano”

“Ma piano piano, dove vai Lumy?”

“Vado lontano Ranocchia, e tu non correre troppo, non saltare troppo, non scappare, piano piano arrivi dove devi arrivare e a volte quello che cerchi lo trovi proprio lì, dove sei.”

“Uhm, non so se ti ho capito… sei sola con la tua casetta sulla schiena?”

“No, ora sono con te.”

Ranocchia si voltò a guardare verso il suo stagno, difficilmente riusciva a stare ferma anche solo con gli occhi per più di un minuto! E quando si voltò a cercare di nuovo Lumy, era sparita.

“Come è possibile? Dove sei finita? Mi hai detto tu di andare piano…beh ciao, ovunque tu sia buona fortuna!”

Ranocchia continuò a saltellare pigramente nell’erba, in cerca di un’idea e mentre saltellava, poco più in là fu attratta da una sfera viola con una luce verde sopra, si avvicinò e si accorse che la sfera era un cristallo di ametista e sopra c’era un bellissimo grillo, talmente verde che emanava luce.

I grilli portano in dono un desiderio a chi li incontra, Ranocchia ci pensò a lungo, ne aveva tantissimi di desideri, ma se avesse dovuto sceglierne uno, quale avrebbe scelto?

Appena Ranocchia si avvicinò, il grillo iniziò a saltarle intorno velocissimo senza fermarsi mai, urlando sempre più forte CRI CRI CRI.

“Ehi! Sei matto? Mi stai facendo venire mal di testa! Fermati, stai un po’ zitto… non c’è pace qui uffa!”

“Ecco voi ranocchie saltate tutto il giorno e fate CRA CRA CRA, se poi un grillo vi salta intorno facendo CRI CRI CRI, vi dà fastidio, va che siete proprio bizzarre!” borbottò Tonello il vecchio grillo parlante, nonché danzante, ex campione nazionale di ballo liscio piemontese.

“Mi scusi Sig. Tonello il Grillo parlante e danzante, ma come vede lo stagno è pieno dei miei fratelli e sorelle che gracidano tutto il giorno e io ogni tanto scappo, perché non li sopporto più, anzi lei mi saprebbe indicare una via di fuga da questo stagno?”

Tonello era molto, molto parlante non riusciva a stare fermo e zitto neanche un secondo, inondò Ranocchia di parole, le raccontò più o meno tutta la sua vita, circa 3 mesi, ma molto molto intensi.

Ranocchia ebbe alcuni momenti di assopimento, si pentì parecchio di avere fatto quella domanda al grillo, che tra l’altro parlava solo di sé e non le stava dando alcuna notizia interessante per la sua fuga! Infine Ranocchia decise di tornarsene sulla propria ninfea e se ne restò lì imbronciata e pensierosa. Per quel giorno non aveva combinato niente di buono e né la lumaca, né tantomeno il grillo le avevano detto qualcosa di utile e lei non sapeva proprio come uscire da quella situazione e soprattutto da quello stramaledetto stagno.

Nelle settimane successive, ogni giorno faceva un salto più lontano dallo stagno, esplorando un nuovo pezzo di radura, faceva qualche nuova conoscenza con gli animali dei dintorni e quelle piccole conquiste e quegli incontri le parevano magici, e tutto ciò che trovava un po’ lontano dallo stagno le sembrava bellissimo perché lo aveva scoperto lei, da sola.

Aspettò più o meno pazientemente l’arrivo dell’Inverno, e quando di colpo vide che tutta la sua famiglia si stava inabissando nel fango per entrare in una specie di letargo – si trattava di rane di montagna, della specie detta anche Rana Temporaria – ecco, a quel punto Ranocchia capì che non c’era più tempo, doveva decidersi, doveva lasciare il suo gruppo, o adesso o mai più.

Indossò la sua tutina da sci rossa, le sue ciaspole arancioni per non affondare nella neve e mentre tutti erano intorpiditi dal sonno, si avviò nella notte buia d’Inverno, sotto i grandi fiocchi di neve che cadevano fitti fitti.

Dovete sapere che Ranocchia odiava nell’ordine la neve, il freddo e le ciaspole…e quella notte affrontò tutte le sue paure perché l’ignoto, il tanto temuto ignoto, la stava chiamando.

Dopo qualche ora, però, cominciò a sentirsi stanca, forse si era imbottita troppo, chissà quanto aveva camminato non aveva neanche capito da che parte si era avviata, Nord Sud Est o Ovest, aveva paura e voglia di piangere e si sentiva sola, ma non voleva fermarsi, doveva andare avanti. Lontano. Lontano da quello stagno, troppo stretto per lei.

Le ciaspole scricchiolavano sulla neve, il freddo le faceva lacrimare gli occhioni. Oppure era la paura? C’erano solo lei e il bosco, in quel tratto gli alberi erano completamente spogli, come grandi scheletri scuri che delimitavano la stradina innevata, tutto era silenzioso, magico e inquietante allo stesso tempo.  D’un tratto ebbe la sensazione di essere osservata e seguita, un brivido ancora più gelido le attraversò la tutina rossa, gocce di sudore le scendevano dalla fronte, come avrebbe fatto a scappare con quelle zavorre alle zampe?  

Per fortuna si ricordò di essere una rana, quindi poteva girare gli occhi e vedere lateralmente senza girare la testa e anche un po’ dietro, e scorse un corpo peloso e un muso poco simpatico a pochi metri da sé…  Allora si ricordò dei grandi balzi giù dalle ninfee con Girandolino, si liberò rapidamente dalle zattere e iniziò a saltare in mille direzioni per confondere quel mostro peloso.

Era una faina: acerrimi nemici delle rane, insieme ai gatti, e correva veloce inseguendo Ranocchia ed era chiaro che non aveva nessuna intenzione di perdersi quel delizioso pasticcino!

Il pasticcino però non aveva affrontato quella neve e quella notte per finire nella pancia di quell’orrenda faina, e così continuò a saltare sempre più in alto meravigliandosi di sé stessa, dove aveva trovato quell’agilità e quella forza?

La faina era velocissima e non si lasciava ingannare dai salti di Ranocchia in tutte le direzioni, e dal canto suo Ranocchia anche se continuava a saltare sentiva il fiato di quella bestiaccia sempre più vicino e …bleah…non aveva neanche un buon odore, qualche zampata l’aveva quasi tramortita e un dente aguzzo le aveva ferito una zampetta.

Sentì un dolore acuto e un liquido freddo scivolare dalla sua polposa coscetta, era ormai senza forze e al freddo non avrebbe resistito a lungo, improvvisamente si trovò sotto una grandissima quercia e quasi per sbaglio finì dentro un buco semi nascosto, proprio sotto il grande albero!

Ranocchia percorse rapidamente un breve tratto di galleria buia sotto l’albero, mentre ancora sentiva il fiato affannato della faina all’imbocco della galleria, che però era troppo stretto per farla entrare: era salva!

“PUF PANT, ce l’ho fatta” farfugliò Ranocchia e si accorse di avere una gran fame, non mangiava da un sacco di ore.

Legò la sciarpetta rossa alla zampetta ferita e proseguì al buio, si sentiva al sicuro senza paura in quel momento: al fondo della galleria apparve una piccola lucina davanti ad una minuscola porticina e una targa con la scritta “GNOMI E COGNOMI”.

Timidamente bussò tre volte, come le aveva insegnato la mamma, le venne un po’ di nostalgia nell’attesa, che le sembrò eterna, nessuno rispose, stava per andarsene, quando la porta si aprì e apparve uno gnomo classico, come quelli che ti descrivono le nonne nelle loro storie fantastiche: una grande barba bianca, il cappello rosso a cono più alto di lui, una gran nasone in proporzione alla sua minuta statura, dei pantaloni da gnomo e degli stivaletti rossi con la punta rigirata verso l’alto.

Ne aveva sempre sentito parlare, ma non ne aveva mai incontrato uno, anche se non aveva mai messo in dubbio la loro esistenza. All’ingresso della calda e accogliente casetta trovò una piccola cicala che iniziò a cantare per annunciare a tutta la famiglia, o meglio alle due famiglie di cugini, Gnomi e Cognomi, che abitavano sotto la quercia secolare, l’arrivo di questa piccola ospite tutta verde, vestita di rosso!

Tempo di entrare nella casetta calda e colorata, e a Ranocchia si annebbiò la vista, i grandi occhioni si girarono al contrario e cadde svenuta davanti a tutti.

“Presto, presto!” urlò Ricky, il topino di campagna che condivideva la casa con le famiglie di Gnomi, insieme a suo fratello Rocky e alla cicala, quest’ultima fungeva principalmente da campanello e da radio ufficiale, cantava qualsiasi genere musicale, anche se di solito gli gnomi, incredibilmente preferivano il rock!

Nelle due casette collegate sotto la quercia antica vivevano Nonno Gnomo e Nonna Gnoma da una parte e Cugino Gnomo e Cugina Gnoma dall’altra, tutti apparentemente molto avanti negli anni: è curioso come gli Gnomi appaiano sempre anziani, pare che nessuno abbia mai incontrato uno gnomo bambino o ragazzino.

I due topini, invece aiutavano a tenere pulita la casa e si accontentavano di un lettino caldo e di un po’ di formaggio in cambio.

“Presto mettiamola nel letto, ha una zampetta ferita, presto presto Rocky portami garze, cerotti, disinfettante, per fortuna si tratta di poco più di un graffio…Rocky dove sei, stai dormendo o mangiando come sempre?” urlò di nuovo Ricky cercando di svegliare suo fratello Rocky, che nei momenti più importanti o dormiva o mangiava o era in bagno.

Rocky era tondo come una forma di parmigiano e tutte le magliette gli stavano corte e si vedeva la sua panciotta abbondante e soffriva di una lieve balbuzie “Ricky non urlare sempre sono ssss…sveglisssssimo! arrivo”.

Mentre le curavano la zampetta e Nonna Gnoma le portava un latte profumatissimo che le sembrò una pozione magica, Ranocchia aprì gli occhi, si sentì tornare al Mondo e bevve il bicchierone di latte che le avevano messo sul comodino: odorava di cannella e di mirtilli selvatici, di miele di castagno e di mandorla dolce…

“Buonissimo! Grazie, mi chiamo Ranocchia e stavo scappando dal mio stagno, poi ho incontrato una faina che voleva mangiarmi. Per fortuna ora sono qui con voi, la zampa mi fa già meno male, e perciò è vero che siete magici!” disse Ranocchia tutta d’un fiato, le capitava spesso di parlare molto veloce perché di solito nessuno la ascoltava e la capiva mai e così le veniva di dire tutto in fretta, quasi senza respirare e gli altri non la capivano, uffa!

“Fai aaa-attenzione ai gatti e alle faine, sono cattivissimi!” le sorrise Rocky.

“Chissà come fa a sfuggire alle faine così tondo hihihi” pensò ridacchiando tra sé e sé Ranocchia, sentendosi già affezionata a quella strana combriccola che l’aveva curata ed accolta.

Rimase qualche giorno con loro, per far guarire la zampetta, e intanto imparò quasi tutto su come vivono gli Gnomi e apprese alcuni segreti per sopravvivere da sola nel Bosco e quando finalmente si sentì meglio, rimettendosi in piedi, le sembrò che la sua forza fosse raddoppiata e il suo coraggio adesso fosse infinito.

Così abbracciò e salutò tutti e partì verso Est.

Ranocchia era testarda, lo sapeva e i suoi fratelli e sorelle non facevano che ricordaglielo continuamente…no non l’avrebbe data vinta a nessuno, non si sarebbe arresa, non sarebbe tornata allo stagno! Lasciare la casetta calda e accogliente degli Gnomi e ripartire con la neve, dimenticando di prendere le sue ciaspole oltretutto, non era stato semplice, ma quel giorno il Sole splendeva e il Cielo era azzurrissimo, alcuni uccellini la seguivano canticchiando e lei cercava di saltare da un sasso all’altro lungo la via, per non affondare nella neve fresca.

La zampetta le faceva ancora male, ed era di nuovo sola, ma continuava a saltellare fiduciosa, dove sarebbe andata e chi avrebbe incontrato ancora non lo sapeva, si inoltrò in un bosco fitto di castagni che tra un’ombra e l’altra nascondevano ancora dei ricci ormai vuoti ma pungenti!

Ranocchia si divertiva a schivare i ricci ad un certo punto rischiò di atterrare su una salamandra pezzata gialla e nera che stava prendendo un po’ di Sole tra i castagni, non sapeva quanta strada aveva fatto ma aveva proprio voglia di chiaccherare con qualcuno:

  • Mi scusi signora Salamandra non l’avevo proprio vista!
  • Per cominciare bene, mi chiamo Sal e sono un signor Salamandra, buongiorno benvenuta a Castania signorina Rana
  • Ranocchia, mi chiamo Ranocchia e vengo da uno stagno dell’Ovest!

Avrebbe voluto dire Far West, che le suonava molto avventuroso, ma la serietà del Signor Sal Salamandra la gelò più della neve, con un filo di voce tra il curioso e il timoroso, osò chiedergli come mai in quel bellissimo bosco di castagni sembrava non ci fosse anima viva se non qualche cornacchia gracchiante e lui, il Salamandra.

Fu così che apprese che uno Specchio magico stregato da una Cornacchia di mezza età a PH elevato, un modo gentile e scientifico per dire acida, appariva improvvisamente in mezzo al Bosco dal primo giorno d’Inverno. Lo Specchio rifletteva a seconda di chi lo guardasse un’immagine dei propri sogni o delle proprie paure e tutti quelli che lo avevano incontrato erano spariti nel nulla risucchiati da una strana energia che li faceva passare attraverso l’immagine riflessa e scomparire chissà dove.

Ranocchia, che tra i tanti pregi non si potevano certo elencare la riflessione e la cautela si sentì chiamata a sposare quella nobile causa: trovare lo Specchio, scoprire dove erano finiti tutti gli abitanti di Castania e liberarli, non valutando rischi e pericoli e soprattutto il PH acido della Cornacchia.

Sal le fece una breve descrizione e sintesi della Strega Cornacchia: alta e magra, non amava mangiare molto, qui Ranocchia ipotizzò la causa principale della sua cattiveria e solitudine, non si era mai sposata perché ogni Cornacchio che aveva incontrato veniva respinto alla prima manifestazione di un difetto:

chi mangiava troppo, secondo lei, chi era avaro e non le portava mai fiori e gioielli, chi non amava l’acqua e non profumava certo di bosco, chi passava ore a parlare invece di lavorare, chi era troppo geloso e la soffocava, chi era troppo pigro e non scendeva mai dall’albero, chi correva dietro a tutte le penne del vicinato…insomma nessuno andava mai bene così si rintanava nel suo nido sul castagno più alto del bosco e non sopportava più nessuno e diventava sempre più acida e burbera.

Iniziò a studiare libri di stregoneria e pozioni magiche, una nuvola nera circondava il suo nido mentre cercava il modo di fare sparire tutti e rimanere da sola, la regina del bosco.

Con la sua cattiveria zittiva tutti, nel bosco non si poteva più cantare, ascoltare musica, organizzare grigliate con gli amici che subito la Cornacchia acida fulminava tutti con la sua voce stridula.

Tutto il bosco si era intristito, ma a lei non bastava ancora il suo obiettivo era far sparire tutti, finché un giorno prese un’anta del suo armadio antico, quella con lo specchio e con una serie di lozioni magiche fatte di ossa di criceto claustrofobico, di penne di pipistrello arrabbiato, guano di cornacchia acida, il tutto condito con grasso di orso in letargo, ottenne lo Specchio Magico che avrebbe inghiottito chiunque si fosse specchiato e avesse creduto nell’immagine riflessa.

Trionfante posizionò lo Specchio Magico al centro del Bosco, dopo aver fatto sparire come prova due passerotti gemelli che vennero a salutarla dal balcone, i tapini videro due bellissime aquile volare sulle cime incantate delle Alpi e il loro sogno di gloria li inghiottì per sempre.

Da quel giorno poco per volta tutti gli abitanti di Castania furono attirati dallo Specchio e svanirono nel Nulla, la Strega Cornacchia aveva realizzato il suo sogno solo qualche suo parente intuì il piano e non si lasciò attirare, mentre Sal cercò di fermare tutte le altre salamandre che videro un bellissimo Fuoco riflesso e risvegliarono la leggenda antica di essere le guardiane del rovente elemento.

Sal si era bruciato tutte le macchie gialle durante un incendio da piccolo, era rimasto tutto nero per un bel po’, preso in giro da tutti, fino a che non era tornato come tutti gli altri, almeno nell’aspetto…perché di indole non era più tornato come gli altri, aveva imparato a pensare con la sua testa, pure troppo, perché tutte le volte difendeva la sua idea e la sua diversità a spada tratta!

Si occupava della salute del suo gruppo di salamandre, dai consigli alimentari, alle capriole sull’erba per rimanere sveglie e flessibili, alle posizioni Yoga, al concentrarsi sui propri desideri…mentre ascoltava il lungo racconto di Sal qui a Ranocchia tornarono in mente le lezioni di Irina e Irona, le mangiate domenicali con Papà Rospo e le polpette di moscerini, e le venne nostalgia del suo piccolo stagno, che un po’ sotto la sua scorza verde cominciava a mancarle!

  • Presto! Vado! Parto! Troverò lo Specchio e gli abitanti di Castania!
  • Aspetta Ranocchia è pericoloso, Ranocchia ascolta ti spiego come…Ranocchiaaaaaa

Non sentì le raccomandazioni del signor Sal Salamandra era già corsa anzi saltellata a cercare lo Specchio stregato per tutto il Bosco, presa dal suo entusiasmo incosciente, dalle sue manie di salvare il Mondo e forse di diventare così il Delfino magico dei mari tropicali.

Lo Specchio aveva già visto saltellare qualcosa di rosso dall’alto di una rocca al limitar del Bosco, era tempo che non vedeva saltellare nessuno da quelle parti e non si sarebbe perso quella ghiotta occasione di far sparire un altro essere.

La Cornacchia acida dal canto suo, non si sentiva più felice adesso che tutti gli abitanti del Bosco erano spariti, era diventata sempre più cupa e con l’avanzare degli anni, qualcuno su cui contare cominciava a mancarle.

Sal iniziò a correre più veloce possibile con le sue zampette corte, doveva raggiungere Ranocchia prima che commettesse qualche stupidaggine oppure seguirla, non ce l’avrebbe mai fatta da sola così piccola e sprovveduta.

Ranocchia non si sentiva né piccola né tantomeno sprovveduta, ogni tanto le veniva fuori un coraggio da leone della foresta e nessuno l’avrebbe mai fermata.

Lo Specchio si fermò indifferente nei pressi di una cascata si ripulì e aspettò Ranocchia tutto luccicante, era così facile quella Ranocchia era davvero un libro aperto, trasparente come l’acqua cristallina che scendeva dalla Montagna Incantata.

Ebbe tutto il tempo di riflettere l’immagine perfetta del sogno di Ranocchia: un bellissimo delfino argentato che saltava accanto alle navi da crociera nei mari tropicali e lei come previsto si sentì girare la testa di fronte a quell’immagine meravigliosa e si sentì attratta dallo Specchio come un ferro di cavallo in un campo magnetico, chiuse gli occhi e sparì.

Si sentiva girare come una trottola, vedeva scorrere immagini come in un tunnel senza distinguere nulla, ora buio ora illuminato le sembrò di viaggiare sospesa in un letto di aria calda per un tempo infinito, si lasciò andare senza pensare dove sarebbe finita e se ne sarebbe uscita viva!

Pian piano la corrente che la trasportava iniziò a rallentare e la luce a diventare sempre più forte, Ranocchia si sentiva stordita come in un sogno, con i sensi offuscati e un’arietta fresca e leggera le accarezzò il musetto paffuto.

Si svegliò dopo un viaggio che le era sembrato eterno, si stropicciò gli enormi occhioni da rana e vide che tutto intorno a lei c’era una valle verdissima e bellissima, tutte verde piena di fiori e alberi da frutta carichi di frutti di tutti i colori, uccelli variopinti volavano intorno a cascate scroscianti di acqua smeraldina, in un clima di apparente eterna Primavera: pensò di essere in un sogno o di essere morta e di essere in Paradiso.

Per la seconda volta in vita sua si sentiva sola, non si era accorta del tempo che era passato, lo specchio era lì accanto al ruscello e le rimandava un’immagine strana, incomprensibile: vedeva una grotta buia piena di stracci, che guardando bene si muovevano!

Fece un balzò all’indietro, quell’immagine la inquietava parecchio.

Dovete sapere che Ranocchia nei momenti topici, di fronte a paura, dolore e persino fame, semplicemente …SVENIVA!

Certo questo particolare non fa di lei un’eroina intrepida dei Sette Mari o meglio dei Sette Stagni, si addormentava o sveniva, insomma perdeva coscienza, come se non ne volesse più sapere, certa che qualcosa o qualcuno o tutti e due sarebbero intervenuti in suo aiuto.

Credetemi non era viltà la sua, era un modo di cercare aiuto, si lei era forte e coraggiosa, ma era convinta che nei momenti difficili si trova sempre un aiuto e così si affidava al …nulla praticamente.

In ogni caso, aiuto o no, si svegliava sempre riposata e piena di energia per ripartire, comunque se la sarebbe sempre cavata in tutte le situazioni sempre, era certa …o quasi.

Stremata dal turbinio di emozioni, iniziò a girarle vorticosamente la testa e cadde stesa accanto allo specchio e al ruscello.

“Oh guarda che bella Ranocchia, ce la mangiamo?” disse annusandola Lino, l’asinello. Era piccolo e biondo con delle chiazze marroni sparse su tutto corpo, ancora cucciolo tra le orecchie aveva un ciuffo di peli marroni più scuri che formavano uno strano ricciolo come la coda che andava all’insù, gli occhi erano scuri e profondi, a dispetto di quanto si dice degli asini sembrava molto saggio e quando sorrideva tirava fuori una fila di dentoni dritti dritti e bianchissimi.

“Via no è troppo piccola non ce n’è per tutti e poi in 3 finiremmo per litigare e non mi piace litigare!” rispose Wolf, il lupo-cane. Era un incrocio tra un lupo bianco artico e un cane da pastore, era tutto bianco con una chiazza nera a forma di cuore proprio sulla gola, di un’età indefinita né giovane né vecchio.

“Puah! A me le rane fanno schifo” aggiunse Paul, guardando al di sopra degli occhialini tondi e dorati, era una corvo dalle piume nerissime, nonostante non fosse più giovanissimo, con una nota di disappunto che gli derivava dal becco giallo e un po’ storto, chissà forse per un…battibecco un po’ acceso!

Ripresero le domande, nello stesso ordine, perché parlavano sempre in ordine prima Lino, poi Wolf e infine chiudeva Paul.

“La svegliamo?”

“No, dorme così tranquilla”

“Ma starà bene?”

“Sembra che sogni felice”

“Guarda che bella panciotta che ha”

“Un po’ di dieta non le farebbe male, fra un po’ non riesce più a saltare”

“Come si permettono?” Ranocchia in realtà li stava sentendo, ma continuava a fingere di dormire per capire se erano cattivi e saltare via al primo segnale di pericolo o scoprire se aveva trovato dei bizzarri nuovi amici.

Lino, l’asino, che in realtà era il più saggio e intelligente di tutti, la guardò con affetto “che carina!” “vi ricordate la leggenda del Principe Ranocchio?” “NO DAI RACCONTA” gracchiò Paul.

“Si narra che in questa bellissima Valle ci sia una grotta oscura dove vive una Strega Umana tutta vestita di nero con una bocca color del fuoco, una voce stridula, nera di occhi e di capelli, alta e snella con un nasone lungo lungo da strega. Nessuno sa come sia arrivata qui, pare che gli umani l’abbiano cacciata e rinchiusa nella grotta, da lì attraverso lo Specchio Magico e l’alleanza con una Strega Cornacchia e un Serpente Viscido aveva fatto sparire tutti gli abitanti di Castania nel nulla. Avendo scoperto dallo Specchio Magico che tutto riflette che una coppia di ranocchi l’avrebbe sconfitta, ha fatto rapire dal viscido Serpente il Principe Ranocchio e lo tiene prigioniero sotto un mucchio di vestiti dimenticati dalle umane che ne hanno troppi.

La grotta oscura si sta espandendo, al di sotto di tutta la valle e sta assorbendo l’energia dei fiori e dei ruscelli, se non si ferma presto la valle sprofonderà nella grotta. Una ranocchia arriverà per salvarla…ma sarà mica questa qui piccola e tonda che dorme?”

Negli anni interi eserciti di rane, ranocchi, rospi e rospetti erano arrivati nella valle Luminosa (così si chiamava) , con i loro caschetti verdi, armati di ramoscelli e scacciamosche, ma nessuno di loro aveva mai trovato l’accesso alla Grotta Oscura.

Ranocchia non amava propriamente l’avventura e tantomeno i conflitti o le streghe umane, e per dirla tutta ancora si stava chiedendo perché era partita dal suo stagno sicuro, quella notte di Inverno.

“Ora mi fingo morta, finché non se vanno questi tre” stava pensando, quando la coda di Wolf le solleticò il naso, scatenando un incredibile e ranocchiesco starnuto ETCIUUUUUU, che echeggiò per tutta la valle.

Così fu costretta, suo malgrado, a svegliarsi, conoscere Lino, Wolf e Paul e partire alla ricerca della Grotta Oscura, inseguendo lo Specchio che aveva iniziato a saltellare come un matto verso il fondovalle, verso l’orrido delle Ombre.

Ranocchia accettò volentieri l’invito di Lino a salire in groppa, Paul volava per non perdere di vista lo specchio e Wolf seguiva una pista tutta sua, convinto del suo fiuto.

Visti da fuori erano una bizzarra combriccola e Ranocchia si divertiva un mondo ad ascoltare le loro storie surreali e i loro battibecchi. Si conoscevano da molti anni, ognuno di loro aveva perso le tracce dei propri simili in qualche modo e si erano trovati per caso e aggregati per farsi forza l’un l’altro, tutti insieme.

Vivevano di ciò che trovavano nella natura, frutta, erba, qualche insetto e per Wolf ogni tanto qualche piccolo animaletto che cacciava di tanto in tanto, per non dimenticare la sua natura di lupo.

La valle era abitata prevalentemente da farfalle e fiori colorati e non succedeva mai niente.

Nessuno di loro era convinto che la Strega Umana e la Grotta Oscura esistessero davvero, ma da qualche tempo avevano notato che i fiori e le farfalle erano diminuiti e i loro colori stavano sbiadendo.

Lo specchio saltellava sempre più velocemente e il Sole stava ormai tramontando sulla Valle Luminosa, per la grande gioia di Ranocchia stavano arrivando all’Orrido delle Ombre.

Scavato dalle grandi cascate, delimitato da umide, fredde, buie e alte pareti rocciose, tortuoso e pieno di cunicoli, così si presentava ai loro occhioni ormai stanchi.

“Vado a perlustrare dall’alto, non vi muovete!”, disse Paul.

“BRRR, odio l’acqua e il freddo”, replicò Wolf senza dare ascolto a nessuno. Lino si accasciò sull’erba e Ranocchia saltò giù per sgranchire le sue tonde gambette: l’erba era fredda e umida, saltellò tutto intorno “Uhm questo posto non mi trasmette nulla di buono e comincio ad avere freddo, fame e sonno!”. Ranocchia era sempre molto legata ai suoi bisogni primari e un’avventura a digiuno non era affatto nei suoi programmi!

“Andremo d’Inverno, in un vagoncino rosa con tanti cuscini blu. Sarà dolce. * Arthur Rimbaud

Che cosa voleva dire questa frase che le risuonava in testa?

Le sembrava di sentirla dalle acque, da sotto la cascata centrale, presa da una folle curiosità senza pensare si tuffò nel laghetto formato dalle acque impetuose che scendevano dall’alto con un rumore fragoroso e nuotando rapida e sinuosa come sempre passò sotto la cascata.

Ranocchia era così, a volte pigra, a volte paurosa poi improvvisamente si buttava in imprese pericolose senza ragionare, senza pensarci un attimo! Si trovò in un cunicolo liscio, freddo, buio e umido e da lì esattamente proveniva quel canto…dove lo aveva già sentito? “Andremo d’Inverno…” lo seguì senza timore mentre il cunicolo si faceva sempre più stretto, ma lei era piccolina, proseguì dritta e sicura, piena di una forza e di un coraggio che proprio mai avrebbe pensato di avere.

“Chissà quanto è preoccupata la Mamma Rana, ti prometto che tornerò presto e starò sempre con te!”

“Non avere paura piccolina, va’ e sii felice, se tu sei contenta lo sarò anche io”

Le sembrò di vederla e sentirla, si era fatta più curva, non saltellava più e i suoi passi si erano fatti più insicuri e più lenti, le si riempì il cuore di nostalgia.

“Dai libero ‘sto Principe Ranocchio e arrivo maman! Yuhuuu! “

Alla fine del cunicolo si apriva una grotta ampia, a pianta circolare, buia e scivolosa, sembrava fatta di roccia granitica rossiccia con delle venature grigio scuro, era ricoperta di licheni verdissimi dai quali scendevano piccole goccioline di umidità senza fine sul pavimento melmoso. Un odore di marcio esalava da ogni parte, per fortuna verso l’alto si apriva un’ampia fessura a forma di dente aguzzo dalla quale arrivava un po’ di luce e di aria, guardando bene dalla fessura partivano dei gradini scolpiti nella roccia che scendevano nella grotta circolare.

A destra si intravedeva una specie di altare di alabastro nero lucido con tanti teschi di ogni forma e dimensione e una candela che si stava spegnendo, dietro l’altare sembravano aprirsi altri lugubri cunicoli come se la grotta non avesse fine.

“BRRR che orrore!” urlò Ranocchia.

In mezzo alla grotta c’era un enorme mucchio di vestiti di tutti i colori che formava una grande montagna che si ergeva verso l’alto, verso la fessura.

“UAAAAA che ci faccio qui in una grotta buia, puzzolente e piena di vestiti UAAAAAAAA” pensando di non essere vista e sentita scoppiò a piangere disperata, le sembrava tutto così assurdo, si guardò indietro da dove era arrivata, poteva uscire da dove era entrata eppure qualcosa la immobilizzava lì.

“Ehi lassù chi sei? Sono qui sotto i vestiti AIUTOOOO!”

“Chi ha parlato?” sobbalzò Ranocchia.

“Mi chiamo Frog, sono il Principe Ranocchio e sono imprigionato qui sotto tutti questi vestiti delle umane, liberami per favore”

“Frog come ci sei finito lì, da dove arrivano questi vestiti, se sei un Principe tu dovresti liberare me, io mi chiamo Ranocchia!”

“Sono cambiati i tempi, DAI AIUTAMI SU’!”

“Uffa! Da che parte comincio adesso?” osservò quel mucchio di vestiti, di tutti i colori, taglie e modelli, ma che se ne facevano le umane e che ci facevano lì?”

Iniziò lentamente a riordinarli, da un lato quelli ancora belli, dall’altro quelli sgualciti, quelli stracciati, quelli nuovi, quelli vecchi, quelli brutti…ma mano che il mucchio si assottigliava cresceva in Ranocchia una strana sensazione, quasi ansia o forse erano le famose farfalle nello stomaco, proprio a lei che l’unica cosa al mondo che non mangiava erano proprio le farfalle colorate.

“E tu chi sei piccolo sgorbietto verde?”

“AAAH la brutta strega cattiva!”

Stava scendendo rapidamente con le lunghe gambe magrissime dall’alto, nera come il carbone, con le mani chiazzate di bianco sembrava una salamandra: gli occhi scurissimi dal guizzo maligno, il naso lungo, la voce acuta e stridula.

“Caspita, esattamente il prototipo della strega…precisa!” le scappò tra il pensiero e l’alta voce. Guardando bene aveva un serpente viscido intorno al collo, dalla testa tonda e calva e la coda sottilissima, di un colore indefinito tra il verde e il marrone come se fosse fatto di melma. Le ricordò vagamente Sir Biss di cui aveva sentito parlare nei giorni felici allo stagno…

La salamandra, ops la strega e il viscido serpente erano brutti e minacciosi e si stavano precipitando verso di lei, che fare?

Frog era ancora sepolto sotto i vestiti e non lo aveva più sentito…Bel Principe si sarà sicuramente addormentato! Dovete sapere che Ranocchia aveva perso ogni fiducia nei Principi Ranocchi. Dal lato suo, nei momenti difficili si paralizzava, quando non sveniva, ovviamente!

Non avendo possibilità di lottare ad armi pari contro le due viscide creature scelse di saltare più in alto possibile, perché questo sapeva fare lei meglio di loro, proprio quando la strega che si chiamava Lena la stava per afferrare con le sue manacce lunghe e chiazzate e il viscido serpente Tino stava allungando la sua velenosa linguaccia biforcuta su di lei.

Era verde a chiazze marroni il serpente, odorava di marcio putrido, mentre saltava in alto riuscì a dargli un calcio fortissimo da farlo roteare tre volte intorno al collo della strega soffocandola all’istante e caddero violentemente su una roccia e furono trascinati via dalle acque torbide e impetuose della grotta e sparirono per sempre, inghiottiti dal loro stesso fango.

In quel momento arrivarono i rinforzi, forse un pochino tardi, ma vedere gli amici riempì il cuore di Ranocchia, Paul il corvo che planava sui vestiti, Wolf che ululava tra il minaccioso e il festoso quando si accorse che il pericolo era già scampato e Lino appeso ad una corda si calava dall’alto insieme ad un enorme cesto per raccogliere tutti i vestiti a mucchi.

“LA FORZA DEGLI AMICI”, urlò Ranocchia e mentre la strega e il serpente sparivano trascinati via dalle acque tra i cunicoli tortuosi, si sentì leggera e libera come se qualcosa che la tormentava da sempre fosse sparita per sempre, le venne da piangere e lasciare scorrere tutte quelle lacrime via come il torrente, come la strega e il suo serpente.

Si ricordò di Frog, che in tutto ciò si era veramente addormentato, il bel addormentato nel pozzo! E non si svegliò neppure quando lo tirarono fuori dai vestiti, issandolo sù nella radura verde, che apriva sopra la grotta. Il verde brillante e luminoso aveva di nuovo ricoperto la Valle e la Grotta Oscura si stava richiudendo su stessa scomparendo per sempre, erano stanchi, sani e salvi si buttarono sull’erba stremati.

“Com’è bello” si disse Ranocchia e gli stampò un bacio per svegliarlo, ma niente lui continuava a dormire con un lieve ronzio e la bocca semi aperta, lei lo vedeva bellissimo, forse così era l’Amore, guardava oltre ogni difetto.

Spariti i vestiti, la strega e il serpente finalmente Frog si svegliò: “Ehi mi sono perso qualcosa?” Il Ranocchio medio va preso così com’è, quando è…sveglio!

Così gli stampò un altro bacio e decise che andava bene così com’era.

Ora voleva solo tornare al suo stagno, al suo vecchio caro stagno con la sua famiglia e la sua Luna dai raggi argentati, salirono su per la radura e iniziarono a cercare lo Specchio Magico, ma non c’era traccia e anche Paul, Wolf e Lino era svaniti nel nulla senza salutare, senza lasciare traccia.

Ranocchia si era abituata a trovare amici “a tempo”, tempo di un’avventura, di trascorrere dei momenti insieme e poi PUF sparivano, a volte con baci e abbracci, a volte senza salutarsi.

Il ricordo le rimaneva sempre impresso e ogni amico incontrato l’aveva resa più ricca, aveva imparato qualcosa da lui o da lei anche dai nemici, ora però doveva trovare lo specchio e tornare a casa.

Prese Frog per mano, che era un Ranocchio di poche parole e ancora meno di fatti, almeno dalle prime impressioni, eppure accanto a lui le batteva forte forte il cuore e si sentiva già a casa.

Dopo avere camminato per più di due ore nella radura sotto il sole cocente, senza sapere se la direzione presa era quella giusta, giunsero all’ombra di un’enorme quercia dalle pesanti fronde piene di foglie verde scurissimo, sulle cui radici sedeva un vecchio ranocchio dagli occhi orientali. Era magrissimo, Ranocchia non aveva mai visto in tutto il suo stagno un ranocchio così magro, era solo pelle verde verdissima, gli occhi orientali erano saggi e luminosi nascosti dagli occhialini tondi dorati ed un sorriso calmo e imperturbabile scopriva una fila di denti piccoli ed aguzzi e una lingua piccola e appuntita che di tanto in tanto catturava un moscerino croccante che ingoiava dopo averlo masticato all’infinito.

“Cerca il vero nutrimento e troverai tutto e prima di tutto, la pace”

“Buongiorno, dice a me?”

“Ti aspettavo Ranocchia, da lungo tempo” disse Tamio, il ranocchio giapponese.

Ranocchia alzò gli occhioni al Cielo, e adesso cosa voleva questo? Era inutile farsi domande su come sapeva il suo nome e perché la stava aspettando.

“Vai pure avanti, ti raggiungo tra poco, dopo aver parlato con Tamio” disse a Frog. Di tutte le prove che aveva superato, dentro di sé sapeva che quella era la peggiore, la più dura.

“DEVI CAMBIARE RANOCCHIA!” iniziò tra il serafico e il minaccioso allo stesso tempo.

“IL PROBLEMA NON E’ LA PANCIA, IL PROBLEMA E’ ESSERE CONTENTA”

In effetti aveva messo su un po’ di pancia nonostante le avventure, a lei le mosche e i moscerini non erano mai piaciuti e spesso rubava il miele alle api, le piaceva così tanto poi lo spalmava sui frutti e lo ricopriva di erba e fogli fresche, uhmmm buonissime, peccato non fosse cibo adatto alle rane e quindi nonostante il movimento e le emozioni, la sua pancia si ingrandiva sempre di più.

Le piacevano tanto il formaggio, le polpette di pesce fritte, il cioccolato…si forse non era il regime alimentare migliore per un anfibio!

“DEVI DEVI DEVI” …quel verbo, alla seconda persona singolare seguito dal suo nome urlato, le appariva come una minaccia, più che una cura. Certo aveva degli etti di troppo che tollerava e aumentavano sempre di più senza accorgersene perché non aveva altre rane intorno con le quali confrontarsi e lo specchio era sparito, ultimamente si sentiva stanca e appesantita e per dirla tutta a parte il momento clou con la strega nella grotta, non riusciva quasi più a saltare.

E questa storia di andare in giro per il mondo in cerca di avventure le era venuta a noia, esattamente come quando nello stagno sognava le avventure.

A pensarci bene dopo 5 minuti si annoiava di tutto e di tutti, chissà se Frog con quell’aria solida e pacifica l’avrebbe capita e soprattutto chissà per quanto tempo sarebbe rimasta ferma, cercò di scacciare questi pensieri che le oscuravano la mente.

“Il vero nutrimento della rana è il moscerino, devi capire qual è il tuo vero nutrimento e masticare bene, per un mese mangerai solo moscerini, colazione, pranzo, cena e spuntini solo moscerini, masticare masticare bene così digerire”

“Se mangi come mucca diventi mucca, se mangi pesce di venti pesce, se mangi come leone diventi leone!”

“DEVI CAMBIARE RANOCCHIA”

“Se stai bene non importa peso in più o in meno, devi essere contenta, se non stai bene devi cambiare”

“Si si, maestro Tamio, promesso, cambierò”

Non vedeva l’ora di andarsene, prima di dargli un pugno in testa, perché questo le aveva suscitato con le sue belle parole, di correre tra le braccia del suo Frog, che l’amava così com’era e che nel frattempo tanto per cambiare si era assopito sopra un grande sasso di granito rosso. Lo osservò mente russava con la bocca aperta e la pancia che gli andava su e giù. Era un bel ranocchio forte e muscoloso con gli occhioni verdi e grandi, indossava un grande papillon a pois verdi e rossi, canotta e pantaloncini sportivi blu marine e un tatuaggio sulla cosciotta destra, che guardando bene doveva essere una nota musicale.

Il completino sportivo non aveva una macchia e sembrava appena stirato e profumato, dettaglio che colpì Ranocchia, dal momento che era stato a lungo nella Grotta Oscura. Le zampe anteriori erano leggermente più lunghe di quelle posteriori, al contrario dei solti ranocchi e anche lui come lei era di un verde luminoso e brillante.

Frog era “basico” come ogni vero ranocchio: mangiare, dormire, un riparo dove riposarsi e divertirsi, era un mix di leggerezza e solidità, zampe per piantate per terra e risata sonora.

Non si arrabbiava quasi mai, diceva che il tempo era troppo poco per perdersi dietro a cose inutili. Trovava il lato buono di tutti e il lato umoristico di tutto, con lui si sentiva davvero a casa, sicura e tranquilla, e quasi quasi non aveva neanche più voglia di scappare per il mondo, chi lo sa se sarebbe durato questo effetto, ora era così.

Un moscerino gli entrò dritto in gola mentre stava russando con la bocca aperta “che bella immagine hihihi” a Ranocchia scappò da ridere…eh si andava proprio preso così com’era!

Frog si svegliò di scatto “uhm buono questo moscerino, allora dove si va mia bella Ranocchia?”

“Cerchiamo di tornare al mio stagno, vieni con me?”

“Certo piccola, ti seguirò ovunque!”

Ranocchia odiava essere chiamata “piccola” e l’idea di essere seguita ovunque la faceva rabbrividire – DEVI CAMBIARE RANOCCHIA- le parole di Tamio le ronzavano ancora nell’orecchio, piuttosto di mangiare moscerini preferiva essere seguita da Frog, che poi non era così male!

Si presero per mano e partirono decisi verso Ovest, perché lo stagno doveva essere verso Ovest e lo avrebbero ritrovato ne erano sicuri, infatti poco dopo incontrarono lo Specchio Magico e quando si avvicinarono videro lo stagno pieno di ranocchi saltellanti e bianche ninfee e in un attimo furono catapultati nel fango!

Mamma Rana e Papà Rospo erano un po’ invecchiati, ma tutto era rimasto al proprio posto, scelsero una quercia un po’ defilata per costruire la loro casetta verso il bosco, sempre pronti alla fuga e iniziarono giorni di festa, danze e banchetti per il ritorno di Ranocchia.

Mamma Rana tirò una gran sospiro, finalmente era sistemata. Si ma per quanto?

3 commenti »

  1. Bellissimo racconto, ben scritto, con un linguaggio semplice ( a portata di bambino) ma allo stesso tempo ironico e divertente. Ranocchia e i suoi amici sono personaggi ben descritti e, a mio avviso, potrebbero fare tante altre avventure insieme .

  2. Inserisco il commento di Marina Romanu: una “favola”, e ti dirò di più ci ho trovato un pizzico di autobiografico e persino qualche elemento in cui mi riconoscevo persino io! Le storie che si identificano “per bambini” sono sempre magiche anche per noi adulti! Divertono, rilassano e sono sempre uno spunto di riflessione! Insomma …servizio completo!

  3. Molto piacevole da leggere anche per un adulto, nei racconti per bambini é sempre importante introdurre dei messaggi importanti e lei lo ha fatto.
    Questa simpatica ranocchia ci dimostra il coraggio, la determinazione e il credere di poter fare cose diverse dagli altri, questo é ció che ci rende speciali, la diversità e uscire fuori dagli schemi.
    Complimenti per il suo racconto!

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