Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

“Liberi tutti!” di Cinzia Montagna

Categoria: FORUM, Forum di Racconti nella Rete

Da un giorno all’altro, ci eravamo trovati tutti costretti a stare a casa. All’inizio avevamo pensato: “Durerà poco” e non ci era spiaciuto rimanere sotto le coperte il primo lunedì. La primavera stava arrivando, ma la notte era ancora fredda, le coperte calde, il tepore dello scatto del termostato confortevole. Non avevamo le idee precise su cosa stesse accadendo: avevamo idee confuse e ci dicevamo, in pubblico, in privato e, ancor più spesso, nel cuore, nel cervello e nello stomaco che sarebbe finita in fretta, che in fondo non era così grave, che l’avevano ingigantita, che noi no, noi no, non io, figuriamoci, cose lontane. Avevamo preso le distanze dal dolore degli altri, un po’ per salvarci, un po’ perché avevamo perso nel tempo il senso di “comunità”. L’avevamo perso in schermi piatti, piccoli come scatole di fiammiferi, grandi come confezioni di caramelle, medi come copertine di un libro senza la parola “fine”. Che ne sapevamo, allora, della tristezza dichiarata da uno che non è lì davanti, che è una fotografia, che abita a 300 chilometri, che quando ti stufi basta bannarlo perché non esista più? O delle sue gioie, della volta che mangiò pasta e vongole sul lungomare, del selfie che aveva fatto quando era andato al parco e sullo sfondo spunta il becco di un colibrì? Tutto piatto, la tristezza, le vongole, il sorriso, il lamento e anche il colibrì.

Il secondo lunedì ci svegliammo prima del solito. Avevamo dormito poco e male. Iniziavamo a crederci. Iniziavamo a sentire le sirene delle ambulanze e non erano distanti. Arrivavano e si fermavano due case più in là, pochi minuti, poi ripartivano. Ci chiedevamo chi fosse quello che, quanti anni avesse, se prima aveva dei malanni. VOLEVAMO che ci venisse detto: “Stava già male”, lo volevamo con tutta la nostra anima per prendere ancora distanze, non dall’altro, ma dalla nostra paura.

Il terzo lunedì guardammo fuori dalla finestra e la strada era deserta. L’unico movimento fu la luce di un lampione che, automaticamente, si spegneva. Non l’avevamo mai notata. Gli altri non passeggiavano, non facevano rumore, come se non ci fossero. Eppure iniziavamo a diventare comunità, una comunità invisibile e reale.

Il quarto lunedì passò una camionetta mandata dal Comune. L’uomo che si sporgeva da un finestrino urlava al megafono: “Liberi tutti!”. Scendemmo per strada, cauti, dentro ai nostri pigiami che avevano reso inutili gli abiti griffati. Eravamo arruffati e un po’ pallidi, non stavamo al sole da un po’. Ci guardammo intorno e iniziammo a salutarci, prima da lontano, poi stringendoci una mano, poi appoggiando il corpo contro il corpo perché avevamo bisogno di toccarci.

Eravamo liberi, finalmente. Liberi tutti.

4 commenti »

  1. Aspettiamo con ansia il momento del “liberi tutti”. Grazie Cinzia, il tuo racconto infonde speranza.

  2. Secondo me, c’è il tuo caro babbo dietro.Libero, ormai.

  3. Volevo dire, hai pensato a lui , scrivendolo

  4. Quando arriverà il libera tutti ci sentiremo quasi incapaci di ritornare al prima, o forse non ci ritorneremo mai e ci sarà un nuovo poi… Speriamo presto!

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