Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “La sedia” di Valeria Rago

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

“Accidenti a queste tende!” pensò Elisa, impegnata nella quotidiana attività di osservare il giardino di fronte casa sua. Ma le tendine bianche finemente ricamate non potevano essere scostate troppo senza farla scoprire e passare così per un’impicciona! “Ecco che arriva qualcun altro a farsi prendere in giro…chi è? No, non la conosco questa bionda, sarà straniera. Ma si certo ora anche gli stranieri sanno che in questo paese c’è una megera che pretende di avere una risposta per ogni domanda. Da quando vivo qui non so quante persone ho visto!”.

Il giardino osservato speciale era quello della signora Amelia Lomasto, al secolo Amelia Coppi di anni 92, dolce ex insegnante abbandonata dal marito, partito per chissà dove, più di trent’anni prima. Ogni giorno la signora Amelia trascorreva la maggior parte del tempo seduta in giardino, immobile, con il grembiule allacciato in vita, i capelli candidi raccolti in una treccia ed un impercettibile sorriso. Accanto a lei sempre un’altra sedia, pronta ad accogliere chi volesse parlarle o semplicemente farle compagnia. All’inizio i suoi vicini la videro come una stramberia, poi qualcuno, tanti anni prima, ci si sedette sul serio su quella sedia e, senza scendere nei particolari, consigliò agli altri di imitarlo. Le voci corrono molto più velocemente della verità e, in poco tempo, la signora Lomasto divenne una delle attrazioni di quel minuscolo paesino incastonato nella costiera amalfitana.

Nadia in realtà non era straniera, era solo bionda. Prima di sedersi aveva esitato. Magari quella signora era una chiacchierona e le leggende su di lei folklore per attirare i turisti. Forse. Ma quando hai qualcosa che ti tormenta la possibilità di essere preso in giro, in fin dei conti, non ha alcuna importanza. Nadia si sedette, con il dubbio negli occhi e un’improvvisa mancanza di parole.

«Buongiorno cara. Ha visto che splendida giornata? Quest’estate sarà meravigliosa, me lo sento».

«Mi chiamo Nadia, sono qui in vacanza. Vengo da Milano. Veniamo da Milano. Io e mio marito Umberto. Amiamo questi luoghi e così ogni anno facciamo un pochino di vacanza da queste parti. Solo pochi giorni. L’anno scorso siamo stati a Sorrento che pure è bellissima».

Nadia fece una pausa mentre rifletteva sul fatto che la signora non aveva badato molto alla comodità della sedia: era vecchiotta, di legno con la seduta in paglia, non il massimo per rilassarsi.

«Io e Umberto siamo sposati da dodici anni sa? È passato in fretta il tempo. Di lui mi sono innamorata subito, avevo 27 anni e un anno dopo eravamo già sposati. Due folli. Abbiamo una vita bellissima, viaggiamo molto e fortunatamente possiamo contare su tanti cari amici. Poi ci sono le famiglie, ovviamente, io ho una sorella e tre nipoti che ricopro di regali. Sono la loro zia preferita! Le ho detto che quest’inverno siamo stati in Giappone? Già…era il mio sogno».

«Posso darti del tu?», la domanda arrivò a bruciapelo e Nadia, rimasta per un attimo di stucco, decise di adeguarsi rispondendo come se nulla fosse: «Certo, mi fa piacere».

«È stato un viaggio bellissimo, quello in Giappone dico. Siamo stati lì quasi un mese e abbiamo visitato il più possibile. L’anno prossimo forse toccherà alla Cina, ma anche l’Australia mi attira molto». Nadia girò lo sguardo verso l’orto: «Ogni anno facciamo un viaggio. Questa è la nostra grandissima passione. Io passerei la vita da turista e in Umberto ho trovato il compagno perfetto. Abbiamo deciso di non avere figli così tutti i soldi che guadagniamo li impegniamo nel prossimo progetto. Sapesse le serate ad organizzare con minuzia ogni spostamento, a scegliere cosa visitare e cosa sacrificare. A volte le decisioni vengono prese dopo litigate feroci. Ma è divertente anche così, la nostra complicità su questo punto è perfetta, profonda».

«Ma tu ora desideri un figlio», Amelia pronunciò queste parole con la sicurezza di chi, nella vita, ne ha sentite di tutti i colori e sa estrapolare la verità anche da un tono di voce.

Nadia fissò con una certa sorpresa il volto dell’anziana signora, non si aspettava tanta schiettezza ma non ebbe la forza, e forse nemmeno la voglia, di negare: «Si, ma…».

«Ma non erano questi i patti, lo capisco», la interruppe ancora l’altra. Nadia a quel punto era spaesata ma si rassegnò a porre solo una domanda, quella per cui, in definitiva, lei era lì: «Che devo fare?».

«Avere un figlio, mia cara».

«E se lui non vuole? In fondo la nostra vita va bene così».

«Va bene a lui e fino ad ora andava bene anche a te. Ma non puoi vivere con un desiderio soffocato. Devi parlare. Se si parla si trovano soluzioni».

«Potrebbe dire di no».

«Potrebbe anche dire di sì».

«E se dice di no?».

«Allora dovrai decidere se la tua volontà di diventare madre è un qualcosa a cui puoi rinunciare».

Stanca e irritata la giovane sapeva che l’unica soluzione era proprio quella: rischiare di perdere qualcosa per recuperare se stessa. Se ne andò senza dire una parola, salutando la signora solo con lo sguardo.

Elisa sorrise vedendo la bionda andar via senza salutare, o almeno così le era sembrato. Ma il sollievo durò pochi minuti, già un’altra ragazza l’aveva sostituita.

Donatella conosceva bene la storia dell’anziana signora, per questo aveva deciso di porre a lei la domanda che la assillava. Il suo compagno era andato via già da ben tre settimane e lei voleva assolutamente il suo ritorno.

«Insomma abbiamo avuto un litigio piuttosto brutto, devo ammetterlo. È che lui è geloso, e pure sospettoso, un po’ mi assilla però vuol dire che mi ama no? E poi…».

La signora, come sua abitudine, la interruppe all’improvviso: «Ma perché in realtà è andato via?».

Donatella, istintivamente, pensò di descrivere nuovamente il loro litigio, le urla e invece disse: «Si sentiva in colpa».

«Per cosa cara?».

Guardandosi le mani, la ragazza parlò a voce un po’ più bassa: «Mi ha dato due schiaffi», poi, ritrovando sicurezza, aggiunse: «Era davvero arrabbiato e, sa, sono volate parole grosse e come spesso succede abbiamo iniziato a litigare anche per vecchie questioni e non la smettevamo più di urlare. Ma non è tutta colpa sua, a volte io…».

«Era già successo?».

«Una volta ma mi aveva chiesto scusa».

 «Cosa vuoi sapere da me di preciso?».

«Tornerà?».

«Si».

Donatella sembrò rilassarsi e accennò un sorriso, ma l’altra non aveva finito.

«Tornerà perché una giustizia divina esiste. Lui tornerà per dare modo a te di cacciarlo via come merita. Tornerà perché tu possa dirgli che se si riavvicinerà a te tu andrai alla Polizia. Tornerà per sentirsi dire che tu non lo ami più e che, senza dubbio, lui non ha mai amato te».  

Donatella aprì bocca per controbattere ma, in verità, non aveva nulla da dire. Si sentiva svuotata e si accasciò sulla sedia, dopo poco anche lei andò via senza salutare.

Elisa era basita, come al solito sembrava che nessuno andasse via contento. Indecisa continuava a guardare il giardino, anche se a volte aveva l’impressione che la vecchia guardasse proprio lei, anche attraverso le tende. Sentendosi a disagio, lasciò il punto di osservazione solo pochi minuti, e quando vi fece ritorno sulla famosa sedia c’era quello che sembrava un bambino, non poteva avere più di undici o dodici anni. “Eh no anche i bambini prende in giro?”. Uscì di casa come una furia, precipitandosi nel giardino di fronte urlando: «Ora basta! Lei, cara signora, può truffare gli adulti ma di certo non un bambino!».

«Io non sono un bambino, ho già undici anni!», a parlare fu Antonio, che ancora non era riuscito a formulare la sua domanda.

«No caro, tu ora torni dai tuoi genitori e qui non ci metti più piede fino almeno ai diciotto anni!».

Antonio andò via arrabbiatissimo, senza poter chiedere alla signora come convincere la madre a mandarlo ad un concerto.

Elisa si scagliò contro Amelia: «Deve smetterla di prendere in giro le persone. Lei non è né una psicologa né, spero, una veggente. Non può promettere di svelare, che ne so, il senso della vita!».

«Ma io non conosco il senso della vita, e poi nessuno mi chiede una cosa del genere».

«Ah sì? E allora cosa le chiedono?».

L’anziana rispose vaga: «Ognuno di noi ha un dilemma irrisolto. A volte nasce dal dolore di una perdita, a volte sono pene d’amore o desideri non svelati».

Elisa non credeva alle proprie orecchie: «Pene d’amore? Cristo santo signora mia, con tutto il rispetto, ma io so che suo marito l’ha abbandonata qualcosa come trent’anni fa. Cosa può mai dire lei sull’amore? Suo marito non tornerà mai più».

«Certo che tornerà! Anche molto presto».

«E come fa a saperlo?».

«Lo so e basta. C’è una cosa che ancora dobbiamo fare io e lui, insieme. E la faremo».

«Tutto questo non ha alcun senso per me. Lei è matta. E poi scusi permetterebbe ad un uomo che l’ha lasciata sola per tanto tempo di ritornare come se niente fosse? Solo per fare chissà cosa?».

«Per una promessa. Io l’ho perdonato per quello che ha fatto. Spero e credo fermamente che anche lui mi abbia perdonata».

«No aspetti, ora sono fuori strada. Di cosa diavolo dovrebbe perdonarla lui?».

«Di non averlo seguito. Lui desiderava una vita diversa, io no. Entrambi abbiamo agito di conseguenza, con grande testardaggine. Lui non ha avuto il coraggio di restare, io non ho avuto il coraggio di andar via. Spero che lui mi abbia perdonato per questo».

Elisa, riflettendo su quanto fosse potente il perdono e come fosse difficile concederlo davvero, senza secondi fini, ipocrisie o vendette camuffate, si sedette sulla famosa sedia, a contemplare il cielo.

Ma Amelia aveva la vista lunga e, passando dal lei al tu con naturalezza, chiese: «Qual era la domanda che desideravi farmi?».

L’altra non rimase minimamente sorpresa, in fondo se l’aspettava. Con un sorriso amaro e lo sguardo rivolto in su, rispose: «Una domanda dice? No, non ho domande…o forse sì ma dubito che lei possa rispondere. So solo che non penso ad altro ormai da mesi». Dopo una breve pausa, Elisa rivolse uno sguardo improvvisamente indurito verso la Lomasto: «Ho perso un bambino. Ero incinta, felice, emozionata…e poi non lo ero più. L’ho presa male, parecchio e credo di aver dato la colpa a tutti: Dio, il mio corpo, il destino…mio marito. E lui ha incassato il colpo sa? Sono odiosa da mesi ma lui non fiata. E fa bene…ho comunque perso un figlio io».

«L’ha perso anche lui», fece notare l’altra.

«Già», e dopo un attimo di silenzio: «Sono un mostro?».

«No, ma non è colpa di tuo marito. So che lo sai».

«Si, si certo…ma era così facile! Ho molte cose per cui chiedere perdono. Ha visto? Siamo in due a sperare!», osservò mentre una lacrima solitaria rotolava lungo la guancia.

«Qual era la domanda cara?».

Elisa non aveva più molto da perdere: «Perché? Solo questo. Perché?».

Ma la signora Lomasto non poteva dare risposte impossibili: «Non c’è un perché, è successo. Puoi prendertela con il fato, con Dio se ti fa piacere ma l’importante è che tu poi guardi più lontano. Per andare avanti, per essere di nuovo felice e ottenere quel perdono che tanto desideri».

Elisa si sentì pervadere dalla calma, quella che cercava da mesi. E fu con quella serenità che rivolse all’anziana un sorriso e andò in silenzio.

Dopo alcuni giorni durante i quali Elisa cercò con fermezza di riprendere il filo della propria vita e del proprio matrimonio, vide delle persone radunate fuori la casa della signora Lomasto. Incuriosita uscì e, grazie ad un’altra vicina, seppe che il marito fuggiasco era alla fine tornato. Li avevano trovati insieme stesi sul letto mano nella mano; erano vestiti elegantemente e avevano distribuito sulla coperta alcuni fiori del giardino. Erano morti insieme. Elisa in fondo non sentì tristezza: come lei, anche Amelia Lomasto aveva trovato il perdono che cercava.  

14 commenti »

  1. Molto bello. Direi che Amelia incarna quella necessità di sentirci dire dagli altri cose che, in fondo, sappiamo già. Brava Valeria!

  2. Grazie mille. Hai colto il senso del personaggio di Amelia.

  3. Ci sono pagine che erano sempre lì. Noi possiamo trovarle oppure no. Io stasera l’ho trovata, Valeria. Da giorni vivevo una sensazione che chiamerei “dover continuare ad aspettare” anche se poteva continuare troppo a lungo. Ora tu me l’hai confermato, con la sedia, messa lì per chi ci si vuole sedere, per curiosità, per abbassare la cresta o prendere in giro Amelia. Io farò tutto insieme, perchè mi hai confermato che la vita è seria e scherzosa assieme. la pagina mi ha trovato, grazie ad entrambe

  4. Che bel commento, ti ringrazio. Mi fa piacere che il mio racconto ti abbia aiutato…sono sicura faccia piacere anche ad Amelia.

  5. Davvero un bel racconto Valeria, rivela l’impossibilità di trovare tutte le risposte dentro di noi e in fondo la solitudine interiore di chi non ha il coraggio, per paura di dover cambiare la propria vita o le proprie convinzioni di porre seriamente a sé stessi alcune domande. Ancora complimenti sia per il contenuto della storia che per la tua scrittura.

  6. Grazie! Io credo che spesso abbiamo bisogno di un “aiutino” per capire davvero quello che, in fondo, sappiamo già.

  7. Davvero una piacevole lettura Valeria, una di quelle che inevitabilmente ti invita a guardarti dentro, perché la risposta la conosciamo, sempre, basta solo scavare un po’.

  8. Grazie mille

  9. Fermarsi, e parlare. Parlare e ascoltarsi, ascoltarsi e capirsi. E poi arriverà il cambiamento interno che modificherà le cose. Il titolo giustamente punta sulla sedia e non sulla anziana, che non è un oracolo, ma poco più di uno specchio. Mi è piaciuto come la scrittura si addolcisce progressivamente fino ad un finale pieno di tenerezza. Brava!

  10. Grazie, hai fatto centro con l’interpretazione del titolo!

  11. La sedia di paglia rigida, scomoda, fastidiosa, deve esserlo, come lo sono le parole di Amelia, della coscienza, che ci ricorda quello che troppo spesso non abbiamo il coraggio di sentire. E ascoltare.
    Complimenti.

  12. Grazie!

  13. Il sedersi su quella sedia è sempre un atto di coraggio: riconoscere che abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti, che non possiamo risolvere tutto da soli, che non siamo obbligati a farlo. Fermarsi ed ascoltarsi, perché in fondo Amelia non ci dice nulla di nuovo rispetto a quello che sappiamo già e che risiede dentro di noi, ma lei trova il tempo e il modo di dircelo, di essere nuda e sincera, come la verità. E il tono delicato e riflessivo impreziosisce di immagini vivide questa storia. Un bel racconto, complimenti Valeria!

  14. C’è tutta la serena tranquillità della costiera in questa bella metafora delle cose che facciamo finta di non sapere.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.