Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Arrivederci ragazzi” di Stefano Pancaldi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Quando andavo a scuola, ero bravo ed avevo, quasi sempre, un’ottima condotta. Mi trovavo sempre meglio con quelli più tranquilli, mentre sognavo di essere dall’altra parte della cattedra. Ora sono dall’altra parte della cattedra e non sto mai in cattedra, mi piace girare tra i banchi, sentirmi parte della classe.

Ho insegnato russo per due anni in un liceo di Bologna, confrontandomi con un ragazzo motivato, attento e partecipe. Tutto bene, non succedeva nulla di strano, mi sono divertito spiegando delle meraviglie di questa cultura. Il ragazzo ha terminato le superiori, quest’anno ho svolto alcune supplenze.

Alla fine di gennaio, quando c’era un freddo boia e tanta neve, ricevo una telefonata da parte della scuola, con la quale mi viene richiesta la disponibilità ad una supplenza di inglese, con le lingue ci lavoro anche come traduttore. Accetto con entusiasmo, perché questo, per me, è il mestiere più bello del mondo e lo farei anche gratis. Mi piace stare con i ragazzi, anche con i più problematici e agitati. Ho quattro classi, a due delle quali faccio lezione nello stesso momento, incontro ragazze e ragazzi partecipi ed interessati. C’è qualcuno un po’ agitato, ma poca roba.

Incontro la seconda liceo linguistico, anche lì ci sono ragazzi e ragazze tranquilli ed intelligenti: Malisa, Giulia, Manfredi, anche Massimiliano. Ma non solo, c’è un gruppetto di scatenate che mi danno, fin da subito, del gran filo da torcere: Federica, Federica, Clarissa, Flavia, Sofia Elena, Francesca, Benedetta. Disturbano durante la lezione, chiacchierano, mangiano, sporcano per terra mentre mangiano, Benedetta e Francesca soprattutto. Mi infastidisco, mi dicono anche che io non posso valutarli, perché non sono il loro insegnante. C’é solo un problema: non riesco ad arrabbiarmi. Non so perché. Chiedo di sviluppare una pagina in cui raccontarmi del loro tema preferito riguardante un paese di lingua inglese e la loro inventiva è buona, rivela una mente interessante, le ascolto parlare in inglese e l’inglese è buono e penso che potrebbe essere anche migliore se solo stessero un po’ più attente. Chiedo loro di esercitare la fantasia scrivendo temi e tutti, anche quelli con più difficoltà, mi sorprendono per idee e ricchezza interiore. In mezzo a tutto quel caos trovo una vitalità folle, intelligente, che mi fa ridere anche nei momenti più scemi, come quando mi prendono in giro per la mia pronuncia emiliana della lettera zeta. Chiaramente ci sono le ricadute in condotta e, a volte, la testa pesa un po’, dopo quegli incontri tosti, ma, alla mattina, ho più voglia di alzarmi da letto.

Le cose belle finiscono sempre, tanto per usare una frase fatta: la collega, che ho sostituito fino a venerdì 24 marzo, mi annuncia il rientro dal periodo di malattia.

Venerdì scorso mi avvio alla lezione di inglese, deciso a far ascoltare alcune canzoni e a far svolgere alcuni esercizi, una delle canzoni è quella di Adele, someone like you. La lezione si trasforma ben presto in una specie di festa, quella canzone è tra le loro preferite, mi chiedono di cantarla quasi tutte, qualcuna canta con voce sommessa, qualcuna con voce alta e un bel po’ potente. Ogni tanto prendono qualche stecca, ma sentirle, sentire quelle parole poetiche e malinconiche, che parlano di persone che si reincontrano, in cui una delle due, chiede di non dimenticarla, sentirle cantate da voci anche un po’ incerte, a volte maldestre, ma così convinte ed appassionate mi spinge ad abbassare la testa verso il banco per celare la mia emozione. Non mi piace esprimere le mie emozioni, sono una persona schiva, timida, non mi va che mi vedano. Adesso ho un po’ paura ad ascoltare quella canzone, ho paura che l’emozione diventi troppa.

I minuti passano veloci fino al suono della campanella, Federica ed altre mi propongono una foto insieme con il cellulare, mi emoziono e divento anche un po’ rosso. Quel gesto mi ha fatto bene.

Sono piccole cose, cose minime. Ho imparato da tutti, ho scelto di raccontare di quelle meravigliose scalmanate forse perché io sono sempre stato il bravo bambino, il ragazzo della porta accanto e sarebbe stato banale raccontare di altri “bravi ragazzi” come me, calmi, tranquilli.

Grazie ragazzi, grazie scalmanate, a presto, un abbraccio.

 

 

5 commenti »

  1. Una pagina del tuo diario di insegnante? Colpiscono la passione per il lavoro e il senso di precarietà. Mi è capitato di incontrare insegnanti che lavorano senza entusiasmo. Qua il protagonista si mette in gioco e in ascolto e il cerchio si chiude nel duplice ruolo di maestro e allievo. Non si finisce mai di imparare … bello quell’ “arrivederci” nel titolo.

  2. Sì, lo è, è un pezzo di un racconto di un ragazzino che voleva fare l’insegnante, sapevo che avrei fatto l’insegnante, lo sapevo da quando ero bambino, da quando aiutavo i miei compagni di classe delle scuole elementari. Ho sempre voluto comunicare, amo comunicare e lo faccio da traduttore e da insegnante. Adoro questo lavoro, ci metto passione all’ennesima potenza, cerco di creare un bel clima con gli alunni, facendoli lavorare in una bella atmosfera. Ti ringrazio dal profondo del cuore per la tua attenzione e per il tuo commento. A presto. Un abbraccio.

  3. Pensavo ad un racconto diverso, il titolo mi ricordava un bellissimo film di un regista francese eppure questo tuo diario mi ha tuffato in tanti bellissimi ricordi di scuola e mi ha fatto ricordare i volti di tanti insegnanti che non amavano “le cattedre” ma un modo diverso di trasmettere il “sapere” e sviluppare la creatività. Un racconto semplice eppure toccante con cui trasmetti a tua passione verso questo lavoro.

  4. A me questo racconto ha scaldato il cuore. Come alunna di un tempo e come madre di bambini in età scolastica, mi rassicura leggere che ci sono ancora persone che, di fronte ad una classe, non si limitano a dare giudizi sulla gioventù odierna e ad usarli come scusa per non fare il proprio lavoro: al contrario!!
    In “Arrivederci ragazzi” trovo una figura professionale degna di nota, un professore come lo vorremmo tutti, che prende seriamente il suo lavoro e che sa che ha davanti dei ragazzi ed è lui l’adulto, quindi sta a lui, professionalmente parlando, raccogliere la sfida e inventare sempre modi nuovi per avvicinare i giovani allo studio di una qualunque materia. E mi piace anche la descrizione onesta del lavoro fatto e della risposta dei ragazzi. Con dei professori bravi, i ragazzi non sono mai inetti. Anzi.

  5. questo racconto testimonia di come i sentimenti siano fondamentali, di come l’empatia sia essenziale in un rapporto tra un insegnante e un allievo, oltre alla competenza. Per fare l’insegnante occorre amare il proprio lavoro, dimostrandolo con i fatti giorno dopo giorno. Questo racconto è la dimostrazione di come ci siano isole di resistenza al grigiore, di come sia importante un viaggio sentimentale nel mondo della scuola, che ha bisogno di qualcuno che creda in quello che fa, sia egli/ella studente o insegnante. Grazie a tutti per l’attenzione, comunque.

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