Premio Racconti nella Rete 2026 “Colpo da combattimento” di Francesco Di Bella
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Stava per accadere. John se ne accorse subito, non gli ci volle molto per capirlo. Ormai era abituato a una simile sensazione. La stessa sensazione che lui immaginava dovesse provare la terra negli istanti che precedono un immane terremoto, o un vulcano subito prima di un’eruzione. Non era una brutta sensazione, anzi. John la aspettava ogni volta come un’amica; sapeva che per lui era l’unica cosa possibile per evitare di trascorrere in pena tutto il resto della giornata. Era una liberazione, l’unica. E per questo era la benvenuta. Lo aveva già capito da molto tempo. Da quando era piccolo. Non sarebbe andato certo dal medico se non lo avesse costretto Esther, la sua ragazza, Sapeva bene che il medico non avrebbe fatto altro che complicare le cose, con quei paroloni e quelle medicine. “Aerofagia”, aveva detto. “Niente di grave, solo fastidiosa. Ecco qui… queste pillole rosse prima dei pasti e i confetti bianchi a sera, prima di coricarsi. Passerà presto, vedrà”.
Ma perché doveva passare, poi? A John non dava alcun fastidio questa aerofagia. Aveva imparato a vivere bene col suo corpo, e sapeva che anche il suo corpo viveva bene con lui. Era un buon corpo, che sapeva regolarsi da solo per il meglio. D’accordo, John ingoiava un po’ d’aria mentre mangiava. E allora? Il suo corpo avrebbe provveduto a liberarsene. Come sempre d’altronde, da ventiquattr’anni a questa parte. Così quelle pillole rosse e bianche lui non le aveva mai prese e stavano lì, chiuse in un cassetto del comodino, insieme con i consigli del medico. Tanto il suo corpo sapeva cosa fare.
Ecco, ora il momento si avvicinava. Il corpo stava preparandosi a intervenire. Il pranzo era stato abbondante questa volta, e certo l’aria inghiottita non doveva esser poca. John sentiva la bolla d’aria farsi avanti nel proprio ventre come quella spinta da una pompa di bicicletta in una camera d’aria. Ecco, ora si muoveva nell’intestino. Piano piano, senza fretta, raccogliendo altre piccole bollicine d’aria e ingrossandosi sempre di più. Un brontolio sordo, quasi impercettibile per gli altri ma che John conosceva bene, confermò che tutto si stava svolgendo come sempre. Tra non molto sarebbe stato il momento.
Solo adesso John si rese conto del problema: non era a casa sua come al solito. Oggi no, oggi era stato invitato a pranzo dai conti Crispi. Si guardò attorno. Il conte Filippo stava ancora parlandogli di un qualcosa che gli era successo durante una battuta di caccia. “…ed allora io presi il fucile e…». Certo che a vederlo così, con quei baffoni bianchi e la pipa in bocca, John non avrebbe mai detto che quell’omino sarebbe riuscito a tirar fuori così tante parole in soli dieci minuti. Doveva essere rimasto zitto per almeno un mese per caricarsi in quel modo. Dall’altro lato del tavolo Esther stava fingendo di sembrare interessata alle manie floreali della contessa Elvira.
Glielo aveva detto lui la sera prima: “Evitiamo di accettare questo invito”, ma Esther aveva insistito. I conti erano vecchi amici di famiglia di suo nonno. Però ora erano loro due a doverseli sopportare.
Un nuovo brontolio, più insistente del precedente, riportò John alla realtà. Ormai non mancava più molto, il momento si avvicinava. Pochi attimi ancora, pochi tratti di intestino e poi… Un dubbio colse John: e se questa volta fosse stato uno di quelli “da combattimento”? Li chiamava così, divertendosene, quelli che si potevano sentire. Di solito erano dell’altro tipo, di quelli “a salve”, inavvertibili. Non facevano rumore e non erano fiutabili. Ma quelli da combattimento no; quelli erano micidiali. John aveva sempre detto che avrebbe dovuto inscatolarli, come spray contro gli insetti nocivi. Il più delle volte comparivano quando il pranzo era stato pesante e più abbondante del solito. Proprio come oggi.
John guardò nuovamente la contessa. Immaginò la reazione che un colpo da combattimento avrebbe generato sulla sua faccia tonda e troppo dipinta. Sarebbe diventata prima tutta rossa, fino alla radice dei capelli, poi verde. O forse blu. Certamente avrebbe gridato e magari sarebbe svenuta. A John venne da ridere.
Il conte stava ancora parlando: “…. e dal fucile partì un secondo colpo che…” Oddio non parliamo di colpi, perché tra un po’… Ecco, un terzo brontolio sordo. Ormai tutti i muscoli del ventre di John erano in posizione… di sparo. Lo sguardo di John corse verso Esther che sorseggiava il caffè dalla tazzina continuando a far finta di ascoltare la contessa. Cosa sarebbe successo se quello che stava uscendo fosse stato davvero un colpo “da combattimento”? Esther sarebbe scoppiata a piangere, la conosceva bene, E poi non gli avrebbe rivolto più la parola per chissà quanto tempo. No, questo non doveva accadere. A John non importava nulla dei conti e della buona educazione, ma gli importava di Esther. Con una violenza e una decisione da eroe dei film western televisivi contrasse tutti i muscoli, addominali e sfinterici. Sentì la bolla d’aria che rallentava la sua corsa senza però fermarsi. Respirò profondamente.
Chissà per quanto tempo avrebbe resistito. Non per molto, lo sapeva bene. Bisognava fare qualcosa al più presto. Bisognerebbe… Ecco, un’idea. “Esther mi ha detto che lei ha la passione delle rose”, disse rivolto alla contessa, “mi piacerebbe ammirarle”. Sapeva che la contessa non avrebbe resistito all’invito di sfoggiare i suoi capolavori. E infatti fu così. La nobildonna si alzò sorridendo e li invitò a seguirla in giardino. Fu una tortura per John dover camminare con le natiche strette. Sembrava quel personaggio di quel cartone animato che aveva visto l’altro giorno in tivù. A John venne da ridere, ma si trattenne per non smuovere di più i muscoli dello stomaco.
Finalmente erano in giardino. La contessa aveva ripreso a parlare con più vigore di prima, mostrando i cespugli in fiore. Per fortuna il conte si era azzittito. Stava accendendo quella puzzolentissima pipa. Chissà perché una pipa puzzolente può essere accesa in pubblico senza timore, mentre per una normale esigenza… John cercò di assumere un’aria il più indifferente possibile mentre si allontanava di qualche passo da Esther e dai due padroni di casa. Ecco, lì, in quell’angolo, presto. Voltando le spalle a un cespuglio fiorito vicino a una fetta di muro di colore azzurro, finalmente John poté allentare i muscoli che erano ormai sul punto di cedere. La bolla d’aria, compressa al massimo, uscì con un getto di una violenza inaudita. Lo stomaco si sgonfiò pian piano, mentre John iniziava a rilassarsi. Tirò un sospiro di sollievo, cominciava a credere che non ce l’avrebbe fatta.
Dopo qualche attimo poté tornare, sereno, accanto al gruppo, mentre la contessa continuava a descrivere le diverse specie di rose, passando di cespuglio in cespuglio. “Ecco, questa è una rosa bianca della Spagna, questo un innesto tra le roselline a grappolo e quelle a strisce, qui invece c’è…».
Il nastro si bloccò a metà di una parola, mentre la contessa sembrò paralizzarsi. Il suo sguardo era rivolto verso quella fetta di muro azzurrognolo. Dal cespuglio pendevano una diecina di rose avvizzite e ormai irrecuperabili, mentre per terra giaceva un tappeto di petali che dovevano essere stati di un bel rosso vellutato ma che ormai erano pressoché secchi. “Le mie rose Thea da esposizione” sibilò la contessa con un filo di voce prima di piombare a terra svenuta.
Questa volta John non riuscì a trattenersi. Scoppiò a ridere come gli capitava di rado, mentre Esther e il conte baffuto lo guardavano con la bocca aperta e gli occhi sgranati.
![]()