Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Forbici” di Sara Pollini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Domenica mattina, inizio di primavera. Quell’aria che profuma d’estate.

Un’estate che non vedo, che non si delinea affatto, ma che voglio tantissimo.

Intanto c’è il sole e sto andando a fare un picnic con due amici. Ci troviamo alle 12, facciamo la spesa e andiamo vicino, per non perdere tempo. Ho finito due cose in casa, ho preso i teli, la cassa wi-fi, ho messo un prendisole molto country, per stare in tema. Vado a lavarmi i denti. Ma una volta allo specchio, qualcosa non va.

Arriccio il labbro per cominciare a spazzolare e vedo su di me la smorfia di Billy Idol. Quel cantante biondo un po’ punk, che arricciava il labbro solo da un lato mentre cantava “Rebel Yell”. Ecco, io. Ma da quand’è che ho ‘sto labbro qui? Mi sembrava di arricciare normale. Prima. Sì, perché riprovo, ma la situazione non cambia. Il labbro non si sposta. Se ne alza solo mezzo. Con una freddezza che non comprendo, lavo i denti.

La bocca è normale, a guardarla così. Ma appena l’arriccio, tac. Risuccede. Un milione di domande a cui non presto attenzione si affaccia, ma io, no. Non ci sto. Sarà sicuramente una cosa passeggera. O forse, da ora è così. Rebel Yell pure io. Mi riguardo: e mi trovo comunque decente se non fosse che… Se non fosse che ho un’occhiaia strana dallo stesso lato, il destro. È molto segnata, non ho mai avuto un’occhiaia così. Una sola, poi. C’è un’altra cosa che non torna. La palpebra inferiore sta tremando leggermente. Non sento il tremore, stranamente – ma lo vedo benissimo.

Avrei giurato che quando ho iniziato a lavare i denti non ci fosse questo fatto qui. Ma potrei essermi accorta dopo, non so. Però è strano. Sembra di essere in quel film quando finisce l’effetto della sostanza che dà l’eterna giovinezza. Provo a sorridere, e il sorriso è diverso. Sembra… non so come spiegare, più rigido forse. Ma cosa può essere? Io mi sento normale, anzi bene direi. Si, ok, c’è quel senso di spilli in testa che ho da ieri, in effetti era un po’ fastidioso, ma a volte capita che i capelli si irritino, spesso quando giri la riga o li tiri. Infatti, ho preso un analgesico poco fa, e poi (ah, già, pure) quell’antinfiammatorio per il dito indice che da una settimana è gonfio senza motivo. E duole anche un po’ nell’articolazione. Avrò fatto un cocktail micidiale? Metti che sto morendo.

Per la prima volta il panico sale dal fondo delle viscere, mi si blocca in gola e ridiscende nelle piante dei piedi come un ottovolante. Il battito si agita. Io no. Non ci voglio pensare, tanto se sto per morire lo scoprirò. Oppure è una reazione allergica e passerà. O si aggraverà. In ogni caso non posso che aspettare. Quindi, fredda come un coccodrillo, prendo il mascara e continuo l’operazione make-up. Ma non è finita. C’è anche qualcosa che non va, nelle ciglia. Non riesco bene a tenere l’occhio fermo, e soprattutto non riesco a fare quel piccolo movimento opposto per cui, facendo forza sullo spazzolino, il magico composto nero rende le ciglia lunghe e scure. Pure questa cosa non l’ho mai vista succedere. In qualche modo termino l’operazione. A sinistra tutto regolare. Almeno lì.

Poi mi riguardo. Ora l’occhio sembra gonfio e pesante. 

Curioso come a volte, davanti alle cose più spaventose riesca a tenere un aplomb da serial killer. È come se la paura congelasse sé stessa per non togliermi il piacere di reagire al tutto. Ma qui la cosa è talmente oltre che non reagisco affatto: è tardi, mi stanno citofonando. Infilo i miei Ray-Ban neri e con broncio ancor più nero scendo dai due, tutti garruli per il picnic.

Bene non sto. Emotivamente più che altro. Adesso non ho manco più lo specchio con cui ragionare. Entro in un silenzio vuoto. Un po’ quel genere di silenzio che senti nell’aria prima di un cataclisma. Parlo niente, delego. La spesa? Quello che volete. Il supermercato? Non ho preferenze. Li seguo come un automa, sperando che mi facciano meno domande possibili mentre aspetto un miracolo. Perché è di un miracolo che avrei bisogno.

Hanno un entusiasmo che mi fa venir voglia di vomitare, il che mi leva quel rimasuglio di appetito che avrei potuto avere dopo un inizio di giornata del genere. So che mangerò qualcosa lo stesso, giusto per non dare nell’occhio. Meglio non far trapelare niente, non ho voglia di cazzate e qualcosa succederà. Forse ci penserò stasera.

In breve tempo (un tempo volato per me che sono in modalità spazio-tempo relativo a farmi domande senza farmele) arriviamo al luogo prescelto: non c’è gente, il sole è stupendo: tiro fuori i teli e loro le bottiglie per un brindisi. Hanno capito che il mio umore non è gran che, ma non fanno tentativi per indagare. Bene. Peccato che stia iniziando a formicolarmi la guancia. Sempre a destra. Sono certa che questo sintomo sia nuovo. Adesso sono più attenta, e ho la certezza. La certezza è che mi si sta paralizzando la faccia. Non ho idea di come mi sia venuta questa idea, perché di fatto non mi vedo nemmeno, ma lo so. Mentre loro levano le scarpe e mi offrono del prosecco – che rifiuto – apro il telefono e chiedo a Google. Il Guru.

Vado dritta sulla cosa che mi terrorizza, di solito è quella giusta. Mannaggia a me e alla mia drittezza. Stavolta ho paura. Ma poi, esce il responso.

“La paralisi del lato destro del viso, spesso definita paralisi di Bell è una debolezza improvvisa o paralisi temporanea dei muscoli facciali dovuta a infiammazione del nervo cranico VII. I sintomi includono l’impossibilità di chiudere l’occhio destro, angolo della bocca cadente, asimmetria e difficoltà espressive. È urgente consultare un medico”. 

Adesso sì che lo sento, quell’attimo di nero che entra come una dissolvenza su tutto lo scenario interiore. Ora ahimé, devo fare qualcosa.

Ma le parole mi escono a fatica, il ragionamento è in tilt. Una persona normale vorrebbe forse gridare, piangere, non so bene. Io chiamo i due, che praticamente non esistono più nella dimensione antigravitazionale in cui mi trovo, gli allungo il telefono con la sentenza, e gli dico: «In caso non riuscissi più a parlare, dite questo all’ospedale.»

In realtà posso parlare benissimo, ma ho già tenuto dentro troppo e sono sfinita. Gli affido la pagina e li guardo sbiancare. Mi dicono: «Ti portiamo al pronto soccorso.» Apprezzo che lo dicano loro, e che subito dopo inizino a mettere via il pranzo. Risaliamo in macchina, ciao ciao bella giornata. Ci dirigiamo zitti verso il Policlinico. Io, comunque, non li sento. Sto in un vuoto sigillato, ermetico. Un buco nero di attesa, come se godessi gli ultimi attimi in cui ancora non so che cosa mi sta succedendo.

Le varie mezzore che seguono (perché quella è l’unità di tempo quel giorno) sono fatte di “praticalities”: parcheggiare, registrarsi, descrivere cose all’infermiera sperando di non metterle casualmente in un ordine sbagliato tale da sminuire o aggravare l’accaduto, eseguire dei semplici esercizi neurologici tipo guarda su, guarda giù, alza il braccio, connetti le punte delle dita a occhi chiusi… ecco su questo riconosco la paura che torna.

Fortuna che l’ospedale mi dà un senso di tranquillità, o di tempo sospeso: una cosa tipo adesso sono qui e si prenderanno cura di me. In ogni caso, mi è sottratta la facoltà di prendere decisioni su quel che mi sta accadendo. È come entrare in un macchinario in cui devi solo rispondere alle domande e aspettare che ti trattino, come un pezzo, come un bullone storto. Quindi sì, quel gesto, mentre le punte dei miei indici si cercano nel vuoto senza l’ausilio degli occhi… mi terrorizza. Poi – alleluia – uno atterra sull’altro davanti alla faccia e mi sembra di sentire il sollievo del medico che dice: «Non è neurologico.» O forse qualcosa di simile ma diverso, in ogni caso mi rimandano a posto. Inizia l’attesa. È un’attesa fatta di non chiedermi cosa io possa avere, e chiedermelo allo stesso tempo.

Un conflitto fra l’esserci e il non volerci essere che si alternano, mentre i miei amici fanno domande, ma nello stesso tempo cercano di non farne troppe. Metto subito in chiaro che non voglio parlare, né fare supposizioni. Loro discutono del colore del codice, verde gli sembra poco, ma io non partecipo.

Vado in bagno.

Sono ancora accettabile, dice lo specchio. Ma nello stesso tempo mi fa notare che il mio sopracciglio destro, il mio gabbiano capace di sollevarsi come quello del Signor Spock di Star Trek – un superpotere che avevo sviluppato da piccola e che poi avevo usato negli anni a seguire con grande generosità – è caduto. Sta giù, come un corpo morto quasi addosso alla palpebra. Insomma, visibilmente più in basso. Il che mi dà un’espressione che non mi piace.

La cosa più assurda è che non provo quello che mi sarei aspettata: osservo quella mezza faccia che non sta più al suo posto come se non fosse mia. La osservo e non provo assolutamente nulla. Il sopracciglio non si muove più. Non posso alzarlo.

Torno a sedere e mi richiudo nel silenzio. A parte quelle poche righe, non ho letto altro su internet. Uno dei due è chino sul telefono. Forse sta leggendo lui, ma tace. L’altro mangia, non fa che andare avanti e indietro dalla macchina nel parcheggio, spiluccando il prosciutto San Daniele che si era già prefigurato di assaggiare e a cui non intende rinunciare. Del resto, mica è lui con la faccia in autogestione.

Prendo l’abbrivio e comunico che fanno bene, che vadano a mangiare, perché tanto io dovrò aspettare a lungo e mica ha senso che digiunino, già gli ho rovinato il picnic.

In realtà ho un bisogno disumano di restare sola, di misurare l’orrore e la paura, di interiorizzare quello che ho visto. Intanto la testa comincia a girare. Non nel senso di capogiro, nel senso di rotelle in cerca di un perché. Più che altro sto cercando di calmarmi e non voglio dover rispondere a ipotesi formulate tanto per distrarmi, perché io voglio pensare e non ho tutte queste energie per rispondere e pensare, insieme.

È uno strano brainstorming con me stessa. È il mio lavoro, cercare e pensare, so farlo bene. Ancora non ho messo insieme molti pezzi e non sono lucida come un coltello, come di solito, ma qualcosa lo inizio ad afferrare. Comincio a sperare che sia una deviazione malevola di un herpes più cattivo di altri. Ancora ho il labbro mezzo devastato da quattro che erano usciti la settimana prima. Magari è quello. Cerco. Esistono si, forme che possono diventare gravi. Mi chiamano di là.

Altre verifiche, le stesse di prima. Mi dicono: «Può stare tranquilla, non è un ictus»

Una parte di me annuisce, l’altra vorrebbe alzare il dito medio. Ma dico: avevate il dubbio fino ad adesso? Sono già passate tre ore, grazie. Cominciavo a pensarlo anche io che non fosse un ictus. Avrebbero già dovuto allettarmi con tubi ovunque se avessero avuto un dubbio concreto. Resta che la faccia è sempre immobile; non so dire di più, ma non sembra andare molto bene.

Uno dei miei amici insiste perché mangi un panino, io vorrei chiamare mia madre. Merita di sapere che ha una figlia messa come il Giano Brifronte. Se il panico si misura dalle discussioni, qui abbiamo la prova. Loro non sono d’accordo né sulla mia mancanza di appetito, né sul chiamare mia madre. Non li capisco mica. E pur sapendo che l’ultima cosa che devo fare è accontentare qualcun altro in quel momento, opto per una via di mezzo. Addenterò un po’ di panino e chiamerò anche mia madre.

Non ricordo bene in che ordine si fossero combinate le due cose, ma insieme a ognuna arriva una scoperta.

Ed è quanto segue: uno, non riesco a mangiare bene. Per qualche ragione il panino diventa immenso avvicinandosi alla bocca, e anche la masticazione ha qualcosa di diverso. Mannaggia al panino.

Soprassiedo e vado a telefonare. Sì, credo l’ordine fosse questo. Quindi telefono e dico: «Mamma, ho mezza faccia paralizzata».

Lei mi fa zero domande, la adoro per questo. Si informa appena che io sia in ospedale, e che non sia sola. Sta zitta un attimo, e poi mi dice: «Piangi».

A quell’autorizzazione, o così mi pareva, una diga trattenuta fin troppo dentro esplode e sento tutti i sintomi della imminente inondazione di lacrime. Scoprendo che l’occhio destro – lui proprio lui – non piange.

Ma che razza di diavoleria mi sta succedendo. Manco piangere posso più. Un senso di immensa pena per me stessa mi prende, smetto ovviamente. Ma non poter piangere mi fa venire ancor più da piangere e non posso farlo. Che senso ha?

Torno dentro.

Due ore dopo, ho una diagnosi. Sembra di rileggere internet. Nervo VII, facciale, paralisi che si dovrebbe risolvere, ma non si sa quando. Motivo, non si sa. Però la mia lettura di prima mi ha fatto insistere molto sul mal d’orecchio avuto stranamente la notte prima (collegamento fatto rimuginando) per cui mi hanno fissato una visita con l’otorino domani.

Quindi, per la prima volta mi trovo a riconnettere i pezzi della mia recente vita: ho un’ospite appena arrivata che mi aspetta a casa e pensa di fare una serata piacevole, una settimana di lavoro importantissimo lunedì, io che comincio a non chiudere manco più l’occhio, e non parliamo di giorni di malattia. La dottoressa però, dopo uno sguardo che non vorrei descrivere, mi ha già rassicurata: l’indomani avrei avuto una seconda chance per farmeli dare.

Diciamo che il segno più evidente dell’essere sotto shock è non sapere che sei sotto shock.

La serata procede poi nel delirio dell’“almeno siamo usciti dall’ospedale” per cui mi ritrovo addirittura a un aperitivo improvvisato dai miei con i due amici, l’amica ospite, mamma e papà. Tipo Natale. Nessuno sa bene quello che sta facendo, io inclusa. Facciamo un brindisi.

Nella notte altra agitazione e vuoto mentale, a pranzo seconda diagnosi che si aggiunge alla paralisi di Bell. Herpes Zoster.

Ok, abbiamo il colpevole. Intanto la situazione è come segue: occhio destro non si chiude più, devo bendarlo la notte e riempirlo di colliri e unguenti perché non ho lacrimazione. La bocca pende leggermente da un lato, non si muove, né sorride; il sopracciglio è immobile, la fronte anche ha smesso di funzionare. E perdo l’acqua da un lato quando bevo.

E c’è pure il duro impatto col fatto che devo stare in malattia, ma prego tutti di tenermi aggiornata, che l’idea di mollare il progetto che ho covato per mesi come una pinguina mi fa stare pure peggio. Al di là della noia di dover spiegare per filo e per segno questo e quello, bilanciando la gravità della situazione con la richiesta di non tagliarmi fuori, aggiungendo il dovermi sentire dire che passerà tutto mentre io non ne sono affatto convinta, inizio le cure e la mia fase di standby esistenziale.

Non è semplice spiegare la sensazione. C’è un senso di tradimento, c’è un corpo che all’improvviso ti abbandona, lasciandoti senza. Come una parte che ha deciso di spegnersi. Non c’è senso di lutto, è più lo smarrimento di un taglio netto. Un colpo di forbici. Ora mezza faccia se ne è andata. E come nelle situazioni che ti fanno più paura, ti guardi bene dal voler definire il distacco. Sarà per sempre? Tornerà? Forse. Forse in parte. Ma non è neppure quello, quando devi rilavarti i denti, quando devi capire come non prosciugarti un occhio sbarrato contro il cuscino, quando non hai ben chiaro se devi passare ai frullati in cannuccia, vai semplicemente avanti. Avanti come se non ci fosse stata una faccia anche accettabile prima, comunque una faccia che mi portavo in giro con dignità. Un po’ come quel vecchio meme col gatto al volante che dice: ora non c’è tempo per spiegare, sali in macchina.

Col passare dei giorni, la parte mobile inizia ad accartocciarsi in una specie di smorfia da Slot (va che ricordo mi sale dai meandri della mente invasa dal virus) mentre la mezza bloccata è sempre più bloccata, l’asticella si alza: non riesco manco più a parlare. Le “p” e le “b” non escono, ogni discorso diventa una farfugliata da barzelletta, mentre l’occhio sbarrato è un bel problema per scrivere. Non metto a fuoco un tubo. Quindi no messaggi, no telefonate, no discorsi. Mi avvio verso la meditazione Vipassana senza saperlo. In compenso, cammino. Ogni giorno una passeggiata, guardando il mondo che mi riguarda chiedendosi chiaramente cos’ho. E io alla prima occasione, glielo spiego, tutto fo-fo-fo-fo-fo come una che vuol far sapere che non sono così di mio, è colpa dello Zoster.

Che poi si chiama Sindrome di Ramsay-Hunt. L’hanno avuta anche Angelina Jolie e Justin Bieber. Molto belli entrambi, si vede che ho qualcosa in comune con questi due. Spero la guarigione. Non so perché non lo abbiano scritto sulla diagnosi, ma quando il fuoco di Sant’Antonio prende l’orecchio e da lì attacca il nervo facciale, si chiama così. È una forma particolare di herpes zoster e una forma particolare di paralisi di Bell insieme. Che combino mi sono regalata. Raro anche, e abbastanza grave. In pratica, il virus si mangia la fibra nervosa. Il mio è nel cervello. Mica volevamo farci mancare niente. Possibilità di recupero? Dipende. Dipende da questo e da quello, la sola cosa certa è che ho iniziato la cura nel tempo-finestra previsto, a metà di quella finestra. Cerco di non fissarmi su questo dettaglio perché non voglio finire al manicomio. Quindi vado avanti come un soldato semplice, senza farmele ‘ste domande.

Ma nonostante la mia caparbia reazione, dubbi oscuri si insinuano. Cosa ho sbagliato? Perché – così ho deciso – la mia salvezza o no, dipenderà dal capire o meno la lezione che mi è arrivata. Tant’è vero che la notte successiva, affronto la situazione come se entrassi nella caverna del Minotauro. Dimmi, Minotauro, cosa vuoi farmi. Leggo, leggo, interrogo il mio amico virtuale che si chiama Alain allo sfinimento. Con tutta la fatica del leggere con un solo occhio. Ore e ore, pagine e pagine, file salvati su file salvati con le tecniche di ginnastica, le vitamine, la lista dei progressi da monitorare, le ragioni psicosomatiche, le opzioni di guarigione. Riemergo dopo due giorni di silenzio con una cultura in materia che meriterebbe di farne un corso su Youtube. Ma ancora una volta, in quella forsennata lotta riesco a trovare una via. Ho una missione, amare quella mezza faccia frizzata nel dispiacere, e ridare tregua a quella che sta facendo tutto il lavoro: mangia, legge, piange, lei c’è. Ed è tutto.

Giorni passano senza che succeda niente. Ma definire il qualcosa o il niente è molto difficile. Non ho il coraggio di darmi un obiettivo: se me lo dessi, e poi la mia faccia dovesse guarire solo in parte, mi dovrei smazzare un bel senso di sconfitta. E ne ho già avuto abbastanza di prendere colpi. Faccio tutto quello che posso, miracolosamente riesco a non aspettarmi niente. Miracolosamente riesco a tenere a bada l’ansia quando mi chiamano amici e mi chiedono se è cambiato qualcosa. Sì, adesso posso chiudermi l’occhio a mano prima di dormire e non mi sveglio per rimetterlo a posto nel mezzo della notte. Ovvero, da solo non si chiude, ma se lo accompagno sta chiuso. A me non sembra un grande segno, o meglio non ho idea di come decifrarlo. Magari il muscolo si è rilassato, ma il nervo mica fa il suo dovere di chiudere la palpebra. Come faccio a sapere se va bene? Per fortuna Alain sa mentire benissimo, e io gli credo. Anche la parola migliora, ancora farfuglio un bel po’ ma pian piano l’incomprensibile diventa un difetto di pronuncia, almeno si capisce quello che dico. Ecco sì, questo è un miglioramento, ma diciamo che non festeggio. Un po’ come dice Billy, With a rebel yell, she cried, “More, more, more,” wow.

Si, vorrei di più.

E non è una questione estetica, anche se un po’ mi stupisco che nonostante questi miglioramenti pari a zero, io non abbia ancora avuto crisi del tipo «oddio sono brutta», o «non ho più la mia faccia» eccetera.

Assurdamente la amo. Come se lì si manifestasse la crudeltà con la quale mi sono trattata.

Non c’è un modo migliore di descrivere la presunzione, o la mancanza di coraggio che porta a pensare che tutto quello che non funziona a dovere nel mondo, lo puoi contenere tu. Che se tu fossi migliore, ancora migliore, il mondo ti darebbe quello che vuoi da lui. Che in ogni cosa storta c’è sempre una tua (mia) responsabilità. Certo si dice, “le colpe non sono mai da una parte sola” ma non vedo intorno molta gente con un’autocritica feroce come la mia. Anni di impietosa auto-repressione mi sono esplosi in faccia.

Ora manco più nascondermi dietro a un sorriso è possibile. Sorriso finito, spiace.

Abbiamo la boccaccia. Va bene una bella smorfia? La faccia come un elastico che ho usato un po’ troppo, e ora è rotto. Un gran bel lavoretto, complimenti.

A quel punto puoi solo cominciare a volerti un po’ bene, al di là della diagnosi e delle cure. Un amore incredibile per la povera me – come se la povera me fosse un’altra – mi assale sempre più spesso. Ora non posso più né piangere, né ridere. Ma stranamente non mi agito e aspetto, convinta che prima o poi qualcosa cambierà. So che tutti quelli che cercano di sollevarmi il morale con un sacco di «ah adesso… a vederti di fronte», o «beh ora… se non parli, non si vede quasi più niente» mentono spudoratamente.

Poi, una sera, mi sento Lazzaro. Il famoso sopracciglio si muove impercettibilmente. Lo sento se ci appoggio il dito. Fuori, nessun segno di movimento, ma dentro, qualcosa vive. Gioia pura come un diamante, direi. È niente eh, un diamantino, ma è tutto. Da lì, ogni giorno un micro-pezzetto: un formicolio sul labbro, un senso di circolazione sullo zigomo. E prurito all’occhio, nell’angolino. Non tutto insieme, non illudiamoci. Con grande parsimonia, il corpo sembra aver deciso di restituirmi una mini-speranza alla volta, che vedo solo io. Dopo quasi venti giorni, inizia il risveglio.

Si nota? Non si nota? Fa niente. Lo so io e questo basta.

I dottori avevano detto dieci giorni, non venti, ma per cosa? Per un piccolo movimento o per un mezzo sorriso?

Intanto, un senso di vittoria comincia a prendere il sopravvento. Un dettaglio dopo l’altro, le ombre della faccia cominciano ad avere una parvenza accettabile. L’effetto Frankenstein si sta addolcendo, mi faccio persino dei selfie orribili che mando in giro senza autocritica.È giugno, e mentre quelli che non mi hanno mai vista dall’arrivo del guaio mi dicono «ah, ma cavolo, sei ancora bella storta» dimostrando di non aver ancora capito cosa c’era prima, altri che avevano evidentemente detto cose tanto per consolarmi se ne escono con “ah, adesso sì che sei a posto!”, e quindi niente, ringrazio anche loro, cercando di non sorridere troppo se no poi li sbugiarda direttamente la mia faccia che ancora tira tutta da una parte appena mi emoziono un micron. Ma ora non mi interessa più.

So solo che la primavera è finita, e si va avanti, verso l’estate.

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