Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Volo solo” di Roberto Ranieri

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

All’Istituto Tecnico Aeronautico, durante gli ultimi due anni di scuola ti assegnano ad un istruttore. Se sei idoneo, una ventina di ore di addestramento in doppio comando, e poi fai il tuo primo volo solista.

Che detta così.

Ma è dura.

Vai in aeroporto, dopo le lezioni del mattino, o a volte durante, ci stai fino a sera, torni a casa, e devi ancora studiare per il giorno dopo.

Mi ricordo il giorno delle iscrizioni.

A tredici anni, con la bicicletta, in giro per gli uffici del Comune a recuperare tutti i documenti necessari.

Davanti alla segretaria, sarà il mio settimo, ottavo tentativo, ormai mi conosce.

Imperterrita, mi dice che manca un certificato, una marca da bollo.

Mentre esco, sento una mamma, è in fila per iscrivere suo figlio, mi guarda, sono un muso lungo, scoraggiato, dice Poverino.

Poverino niente.

Poverina sarai te, le dico.

Una mattina del quarto anno.

Avevamo iniziato a volare da poco.

Immaginati una mattina di fine febbraio.

Ho la prima missione della giornata.

Il Gem, il mio istruttore, un pazzo, è al bar che legge il giornale.

Caffè corretto sambuca, e non sono nemmeno le otto.

Mi fa Vai a fare i controlli prevolo, arrivo tra dieci minuti.

Vado sul piazzale.

I Cessna sono tutti allineati davanti all’hangar.

Delle macchine che, dio solo sa quante pacche si erano prese in tutti quegli anni di addestramento.

Da dietro, puoi vedere che la deriva non è mai allineata con l’antenna centrale sopra la cabina. Tutti storti, le lamiere imbarcate, le porte cigolanti che non si chiudono, la tappezzeria strappata.

Ma per me sono perfetti.

Il mio preferito è il Sierra Quebec.

Profilo alare semiacrobatico.

Quella mattina, in linea di volo, mi dicono che ho il Sierra Quebec.

Grande.

La luce è ancora bassa, radente.

Si riflette sull’erba umida che cresce tra la pista e i sentieri di rullaggio.

Inizio i controlli prevolo.

Faccio uno spillo dalla valvola di drenaggio sotto le ali.

Guardo il bicchierino in controluce.

Poi butto via la benzina sull’asfalto, lontano, e inizio le ispezioni delle superfici.

Controllo i rivetti.

Devi controllare i rivetti, è importante.

Ci sono delle tacche di vernice rossa che devono corrispondere, se non corrispondono si è mosso qualcosa, lo devi segnalare.

Controllo la pressione delle gomme, ci do un paio di calcetti ben assestati.

Giro intorno all’aereo, lo tocco, lo sfioro.

Gli parlo.

Ed è come una danza.

Un corteggiamento.

Il mio istruttore è fuori di testa.

Fuma, beve. Un disastro.

Mi raggiunge sul piazzale, dice Andiamo.

Non parla tanto. Come me.

Le condizioni sono ottimali, dieci nodi di vento, la torre assegna la pista dodici al decollo.

Potrebbe essere quello, il giorno.

Del resto, ho quasi una trentina di ore, e le ultime missioni sono andate bene.

Più che bene.

La simulata della settimana scorsa aveva lasciato il Gem piuttosto impressionato.

E il Gem non è uno che si impressiona.

Come me.

In realtà, modestia a parte, quella mossa mi aveva fatto diventare una specie di leggenda.

Il bastardo mi aveva tolto motore al decollo, a neanche cinquecento piedi.

E adesso simuliamo una bella piantata motore, mi fa, con quel suo sorrisetto sadico del cazzo.

A quel punto, devi decidere in una frazione di secondo se hai abbastanza quota per tornare indietro ed atterrare, o se metterti in assetto di massima efficienza, cercare un campo nelle vicinanze privo di ostacoli, e dire all’istruttore dove atterreresti.

L’elica, nel frattempo, rallenta fino a fermarsi, e il borbottio del motore lascia spazio al solo fischio del vento.

Le chiappe si stringono, te l’assicuro.

Il fatto è che, quando succede, hai una decisione da prendere.

Velocemente.

O ci resti secco.

Quella volta lì, l’altimetro segnava una cosa come quattrocento ottanta piedi.

Sotto i cinquecento piedi con un Cessna 150 non dovresti provare a tornare in pista.

Il Gem aspetta.

Io non penso, il mio corpo diventa estensione della macchina.

Due mani sul volantino, inizio la virata.

Spingo il pedale con il piede sinistro, rollio a quarantacinque gradi mentre butto giù il muso, e con la mano destra faccio scendere i flap.

E inizio a trimmare.

Le monete del caffè da cento e duecento lire che il Gem tiene nel taschino della sua tuta di volo galleggiano a mezz’aria senza gravità e poi rimbalzano sul tettuccio.

In virata perdo una roba ridicola, tipo cinquanta piedi, ma un attimo prima di riallinearmi alla pista sentiamo fischiare il cicalino dello stallo.  Se vai in stallo, a quel punto l’aereo diventa come un sacco di patate, e i sacchi di patate non volano.  Il Gem fa una specie di verso gutturale, so che vuole riprendere i comandi, ma io gli dico Tranquillo.  

Uno scatto, butto il muso ancora più giù, tutti i gesti sono controistintivi, e a me riescono da dio.  Mi gioco duecento piedi in cinque secondi, e lo appoggio, un po’ pesante, a metà pista.

In rullaggio, il Gem non dice una parola, apre la portiera e si accende una sigaretta.

Poi, arrivati al parcheggio, mi fa Ci siamo andati vicino, Tranquillo.

Da quel giorno il Gem mi chiama Tranquillo.

Comunque, ti dicevo.

Dieci nodi di vento, pista dodici.

Facciamo un po’ di circuiti, atterraggi e decolli.

A un certo punto, sono in finale, e il Gem mi dice di chiedere alla torre uno stop and go.

Poi mi fa Ce la fai ad appoggiare il ruotino anteriore sulla riga bianca di mezzaria?

Ovvio, dico io.

Atterro leggerissimo, mi fermo in mezzo alla pista, freno parcheggio, motore a ottocento giri.

Il Gem apre la portiera, scende, e si piega sulle ginocchia per guardare sotto la carlinga.

Il ruotino anteriore è sulla riga bianca.

Tutto ok? Gli chiedo io con un sorrisetto da sbruffone.

Tre circuiti, niente cazzate, e chiude la portiera.

Poi gira intorno all’aereo da dietro e si incammina sulla via di rullaggio verso l’hangar.

Senza voltarsi.

Chiedo alla torre, inutilmente, l’autorizzazione al decollo.

Inutilmente perché sono già in mezzo alla pista, cosa possono fare, poveretti.

La voce mi trema un po’.

Qui Torre, Sierra Quebec autorizzato.

Controlli predecollo.

Flaps su.

Aria al carburatore: fredda.

Tengo le ruote frenate, rilascio il freno parcheggio.

Spingo dentro la manetta del gas, lentamente.

Rilascio i freni.

Aumentano le vibrazioni, aumenta la velocità al suolo.

Venti nodi.

Trenta.

Quaranta.

Quarantotto.

Volantino a cabrare.

Sono in aria.

Solo.

Per la prima volta.

In sottovento, guardo fuori dal finestrino.

Le auto, minuscole, si muovono a rallentatore.

Le case, punte di spillo.

Il Parco della Resistenza, dove una volta, da piccolo, mi ero perso, grande quanto il mio pollice.

Il mondo, da quassù, è piccolo.

È semplice.

Sta tutto dentro una mano.

Non ho nemmeno l’età per prendere la patente di guida.

E volo solo.

Saresti fiero di me.

Loading

Tagged come: ,

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.