Premio Racconti nella Rete 2026 “Amurale” di Daniele Paolucci
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026”Ma che ci fai qui, Parola? Chi ti ha messo nella mia testa?”
“Passavo… passeggiavo, con le mie amiche.”
“Be’, basta: non vedi che è proprietà privata?”
“E chi te la tocca, la tua mente? La stiamo solo attraversando: siamo amurali.”
“Certo, senza morale, senza ritegno, senza rispetto…”
“…senza muri.”
“Ma qui nel mio cranio non c’è spazio per voi. Lo voglio bello, vuoto e pulito,”
“Eppure sono entrata, così pure le altre. Non è colpa nostra se ci lasci le porte aperte.”
“Dannate orecchie: quella di sinistra è sempre spalancata, ma anche l’altra si è fatta corrompere. Sono pessime, le licenzio entrambe.”
Si guarda allo specchio e chiede all’intelligenza artificiale di realizzare una foto senza di loro. Subito la posta sui social e si ammira soddisfatto.
Ora è più sereno, ma non troppo. Deve scacciare l’invasore.
“Via, sciò, raus. Qui non c’è posto per voi: la Testa ai Testoni!”
“Però quando noi parole abbiamo attraversato il tuo cuore non siamo state trattate così…”
“E’ l’autonomia differenziata. Da sempre il cuore è in quella sua posizione squilibrata: è un fanatico irremovibile.”
“Noi siamo nomadi per natura: accolte o scacciate, viaggiamo. Quando siamo passate per lo stomaco ti abbiamo fatto descrivere i piaceri della tavola. Però quando siamo scese più in basso, ci hai allontanate, preferendo emettere versi gutturali: pochi e brevi.”
“Siete nate per confondere, basta con le chiacchiere. Ora da brave mettetevi in fila e uscite, quella è la porta.”
“Dove? Indicacela, che non la vediamo…”
“Siete cieche o fate finta? Sapete solo ingarbugliare tutto. Ma io semplifico e vi indico il percorso.”
Prende un foglio bianco, una matita e disegna una porta.
Quelle escono in bell’ordine e si dispongono allineate, con le loro lettere sull’attenti. Una fianco all’altra: a lui appaiono come plotoni, fra loro paralleli. Intervallati da spazi bianchi lui osserva il formarsi di reggimenti e poi, blocco dopo blocco, di battaglioni che confluiscono in divisioni, pronte all’attacco. Contro di lui, ne è certo.
Lo assale l’ansia: è circondato da nemici. Deve far muro.
Sbatte gli occhi, più volte. “Non posso aver paura di loro”. Si chiude in sé stesso.
Poi, riaprendo le palpebre si promette: “Io sarò più forte di loro.”
Ora vede gruppi di parole che manifestano pensieri diversi: alcuni dialogano, altri strillano, qualcuno vocifera, altri si lamentano. Nemmeno le legge, vede solo il caos nella gioia di quelle che migrano felici da un gruppo all’altro per aiutare pensieri incompleti. “Non sanno stare al loro posto: banderuole!” dice infastidito.
Anche queste sono contro di lui, lo perseguitano. Ora chiude gli occhi più a lungo, strizzandoli per pacificarsi, per purificarsi.
Solo così trova il suo centro e guarda il foglio nella giusta prospettiva, quella della semplificazione: da un lato il bianco candido, dall’altro il graffio delle righe nere, sporche, sozze, che non valgono nulla e se parlano è peggio.
“Vi cancello: siete solo spazzatura, diversa da me.”
È il disprezzo che prova gli permette di osservarle una ad una, finalmente. Ora si sente sicuro di sé, orgoglioso della sua identità ritrovata.
Non grida urrà solo perché ha cancellato anche la gioia dalla sua voce, pur vedendole tutte sconfitte sotto di sé. Con la mente fotografa il bianco e il nero del foglio: una visione così nitida che profuma di vittoria, oscurata dal lampo di un pensiero.
”Ma che ci fai qui, Immagine? Chi ti ha messo nella mia testa?”
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