Premio Racconti nella Rete 2026 “Onore” di Manuele Achille
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Strinse i legacci che chiudevano le piastre in bronzo dell’armatura, lucente perfino nella penombra della tenda, poi si avvicinò al robusto palo centrale a cui era appoggiato lo scudo. Era perfettamente rotondo, bello e possente come solo l’opera di un dio poteva essere, il bronzo lavorato con maestria a rappresentare scene di caccia e di guerra, circondate da un motivo di foglie d’alloro. Achille lo sollevò e, nell’imbracciarlo, si sorprese nel percepirne l’inaspettata leggerezza: il frutto del lavoro di Efesto era quanto di più perfetto un fabbro avesse mai potuto realizzare. La sua mente ribollì al pensiero del suo precedente scudo, rivelatosi inutile nel salvare la vita di Patroclo; sentì montare la rabbia, mentre le lacrime si insinuavano dietro ai suoi occhi. Quel giorno avrebbe avuto la sua vendetta, la più tremenda vendetta che Troiani ed Achei avessero mai visto; Ettore avrebbe implorato pietà, ma non ne avrebbe avuta.
Fece per afferrare la pesante lancia dorata, riposta sulla rastrelliera, ma si fermò di colpo; con la coda dell’occhio aveva percepito una figura minuta stagliarsi nella luce del mattino che filtrava dall’ingresso della tenda.
“Chi sei?” ringhiò, la mano già sull’elsa della corta spada al suo fianco.
“Lo sai chi sono” sfidò una voce molto giovane, ma dal tono deciso. Achille ruotò lentamente il capo, posò lo sguardo sulla figura e trasalì: di fronte a lui c’era un bambino, snello ma dal fisico già temprato, i capelli biondi sciolti su di una tunica nera.
“Quale degli dèi si sta prendendo gioco di me?” mormorò il guerriero mentre gli occhi si dilatarono nel riconoscere quel volto, visto per l’ultima volta anni prima riflesso nelle acque immobili di uno stagno vicino a Ftia.
“Nessuno, Achille. Sei tu che ti stai prendendo gioco di te stesso” incalzò il bambino, accigliandosi, “So quello che intendi fare. Vuoi buttare via tutto ciò in cui credi e per cui hai lottato finora?”. Il piccolo sollevò il braccio ed Achille si accorse che era armato di una piccola spada di bronzo. La riconobbe subito: era la sua prima spada, spezzata durante un duello nel cortile del palazzo di suo padre. Il bambino la puntò verso di lui, poi la iniziò a roteare, con lo sguardo fisso negli occhi del guerriero impietrito al centro della tenda.
“Tu non sai quanto amavo Patroclo… quanto nulla abbia più senso, ora che la perfidia degli uomini e degli dèi si è abbattuta su di me. Quest’oggi io entrerò nella leggenda, ed Ettore, con tutta la sua città, avrà la vergogna che merita” mormorò a denti stretti Achille, il petto che si sollevava al ritmo del suo respiro affannoso “E’ per questo che ho sofferto i rigori della guerra per tutta la vita, da quando ho memoria: per questo giorno.”
“Leggenda?” disse il piccolo, spostandosi nella tenda, la spada che mulinava nell’aria a simulare un combattimento “E’ solo per l’empietà che il mondo ti ricorderà. Sei accecato dalla rabbia, come un cinghiale messo all’angolo.”
La calma nelle sue parole fece esplodere l’uomo: “E cosa vorresti che facessi? Lasciare che i troiani cantino del giorno in cui il grande Ettore ha guadagnato l’armatura di Achille sgozzando senza pietà un ragazzo neanche ventenne?” gli occhi di Achille erano iniettati di sangue misto a lacrime “No, giuro sugli dèi: questo sarà il giorno del pianto e della vergogna per Priamo e la sua stirpe.”
“Patroclo ha combattuto onorevolmente, così come Ettore; egli conosce il valore della pietà ed ha consentito che il corpo fosse onorato come meritava. Tu stesso hai ucciso molti dei fratelli di Ettore, egli avrebbe potuto odiarti di un odio eterno. Scambiando Patroclo per te, non poteva forse dissacrare il suo cadavere?” argomentò il bambino Achille “Pensa a nostro padre. Ricordi cosa ti ha sussurrato mentre lo baciavi, alla tua partenza da Ftia?”
Achille sentì di nuovo l’acqua fredda che gli lambiva le caviglie, rivide la spiaggia dorata, il volto del vecchio Peleo rigato di lacrime e sentì nel fruscio del vento la voce di suo padre ricordargli “Onore!”. Allora le ginocchia gli tremarono fino a cedere con un tonfo sordo mentre, gettato via l’elmo, si portava le mani al volto.
Passarono lunghi momenti durante i quali l’aria fu perturbata solo dai singhiozzi dell’eroe e dal frusciare della risacca davanti alla sua tenda.
Poi, quando gli ultimi sussulti si esaurirono, Achille si rialzò con calma, indossò nuovamente l’elmo e prese la lancia. La voce del bambino, ora angosciata, lo raggiunse mentre era sulla soglia: “Achille! Ricordi cosa ti disse? Hai promesso, Achille, hai promesso di essere sempre onorevole! Non farci questo, ti prego!”
La lancia bronzea fendette l’aria, la piccola spada volò nell’aria ed andò a conficcarsi nella sabbia. Del bambino Achille non rimase che un’ombra evanescente, gli occhi imploranti fissi sulla sagoma di sé stesso che usciva a compiere il suo destino.
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