Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Da quel luogo dove le strade” di Fabio Strufaldi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Quando il pianista cominciò, nessuno se ne accorse. Un indistinto brusio abbastanza rumoroso, ogni tanto lo schioccare dei dadi sul tavolo interrotto dalle fragorose risate e alle volte le secche bestemmie dei Quattro dell’Ave Maria. Al banco, il vecchio Kelsey mi chiese un’altra birra. Era la quinta e capii dai suoi occhi che era l’ultima che gli avrei servito. Sapevo che con una in più si sarebbe addormentato o sarebbe diventato molesto, quindi meglio non rischiare. Mi allungò le monete con la sua mano inesorabilmente glabra (per il resto era completamente coperto di peli). Alla destra del bancone Frank Sturgess mi guardava con aria sconcertata – “E’ successo di nuovo perdio…ti rendi conto?”- Si era tolto il cappello e la sua fronte era sudata. – “Ma questa volta gliela faccio pagare, quante volte l’ho avvertito…tu lo sai..” – Sfregai un po’ con il cencio davanti al suo bicchiere. -”Tre galline, tre!” – Mentre con le dita aperte rimarcava il numero dietro di sé ad un ipotetico interlocutore. Il vecchio Kelsey grugnì e tuffò il suo testone dentro le braccia pelose appoggiate al banco.

Lo sfrigolare della padella in cucina mi fece capire che Brenda era alle prese con i fagioli. A quell’ora c’era sempre chi ordinava da mangiare. Erano solo le cinque e mezzo, ma molti avevano terminato il lavoro e poi c’erano spesso i fannulloni. Quelli avevano sempre qualche soldo da buttare per gozzovigliare, chissà come mai. Spence, Il direttore della banca, che era vedovo, veniva sempre per cenare, probabilmente il piatto di carne e fagioli era per lui. Non che me ne importasse a chi era diretto, dopo tutto era Brenda che si occupava di cucinare e servire. Dall’angolo dell’Ave Maria si alzo’ una bestemmia. Poi un tonfo di sedia rovesciata. Quando allungai gli occhi Fuller il Calvo aveva preso per la collottola un suo compagno, che tentava di divincolarsi fra le risate degli altri. Quando si rimisero a sedere, Brenda uscì dalla cucina con il piatto fumante.

Il pianista, un allampanato caraibico che suonava solo di mercoledì, aveva aumentato il ritmo e la sua voce si distendeva alta fra le pareti e si impastava con quell’aria viziata di fumo e odori. Peggy gli si era avvicinata, stava in piedi accanto al piano con un braccio disteso sullo strumento e di quando in quando muoveva le anche a tempo. Aveva ancora un bel culo e non faceva niente per nasconderlo. Non era cattiva Peggy, solo che era invecchiata triste. Con tre figli da mantenere, senza un marito che portasse a casa lo stipendio e senza una casa di proprietà. Spesso ombrosa, stava fissa al bar: era un po’ il suo ufficio, la sua casa, la sua vita. Quando la musica suonava però, dimenticava ogni affanno esistenziale e si librava leggera, diventava simpatica e ciarliera e a volte non negava il suo corpo forse anche per motivi puramente economici.

Feci segno a Brenda di sostituirmi un momento al bancone e mi recai nel retrobottega. Aprii il mobiletto dei preziosi di cui io solo possedevo la chiave. Ciò che chiamavo i preziosi erano gli scotch di qualità e i sigari, da salvaguardare sotto chiave in un luogo come quello, non si sa mai. Presi il sacchetto di iuta in cui un pacchetto di carta da macellaio rinvolgeva il pacco dei bigliettoni. Li ricontai: erano proprio cinquemila, un bel gruzzoletto, ma il grosso sarebbe venuto dopo, a giochi fatti. Quarantacinquemila dollari! Una somma importante, per me, per Jackie, per i ragazzi. Già Jackie, pensai, così curiosa, come glielo avrei giustificato? Una vincita alla lotteria. Certo. No, forse un investimento andato bene. Nemmeno. Nessuna ipotesi mi soddisfaceva, alla fine mi convinsi che era meglio mettere tutti i soldi in banca e aspettare il futuro. Riposi velocemente il pacchetto e tornai dietro il bancone. Il treno da St.Louis arrivava alle sei in punto, avevo quindi un po’ di tempo. Qualcuno si era alzato per ballare al ritmo del rag-time che diventava sempre più vorticoso. Una coppia di anziani là in fondo e poi Peggy. Si era agganciata ad un tizio che non avevo mai visto, dai baffi spioventi e con la pelle olivastra. La sollevava di qualche centimetro da terra e poi la faceva roteare. Lei sembrava una bambola di pezza inerte, ma si indovinava dal suo viso che si stava divertendo da pazzi.

-”E’ strana la vita”- attaccò Frank Sturgess, con nel bicchiere la stessa quantità di whisky che aveva prima che mi assentassi – “Quando tutto sembra perduto, ti succedono cose che ti costringono a ripartire” -”Non proprio ti costringono”- continuò- “Parlo di cose che, se vuoi, solo se vuoi, possono farti rinascere” – Si era rimesso il cappello e mi guardava serio – “Tu sai di che cosa parlo, no?”- Certo che lo sapevo: Frank era stato dentro un bel po’ e sua moglie lo aveva aspettato. Due mesi fa si era scoperto che era incinta, e Frank senza battere ciglio aveva deciso che il figlio era suo. Una mosca si poso’ sul suo bicchiere e lui trangugiò il resto tutto di un fiato. – “Non ho ancora deciso il nome, è una grossa responsabilità”- “Con un nome sbagliato puoi incidere sulla vita di una persona, sai” – Annuii e gli versai tre dita – “Stasera offre la casa – dissi. Il vecchio Kelsey che nel frattempo si era risvegliato dal torpore alcolico si aggregò e” cominciò una storia di un tale pastore battista di Joplin che aveva battezzato il figlio Angel e questo era diventato ribelle e poi aveva rubato l’inchiostro nella scuola elementare. I quattro accaniti giocatori erano sempre al loro posto, si erano calmati dopo la colluttazione di prima. Fuller il Calvo scosse il contenitore dei dadi, lo scoperchiò e poi scatarrò nella sputacchiera di ottone ribadito al suo fianco.

Mi accorsi allora che un tizio si era seduto al bancone di lato al tramezzo. Piuttosto tozzo, con la barba fatta, si toccava nervosamente il colletto della camicia. I pince-nez di argento gli davano un’aria vagamente professorale. Guardai l’orologio a pendolo: segnava le 6:10. Se anche il treno da St.Louis fosse stato in orario, nemmeno con una carrozza volante sarebbe potuto essere qui tanto presto. – “Avete del tabacco?”- chiese senza guardarmi e al mio diniego ordinò una birra scura. C’erano i sigari ma pensai che era meglio non aprire di nuovo l’armadietto dei preziosi. Ma soprattutto pensai che non era lui. Peggy ormai ubriaca ci stava provando con Spence, il direttore della banca. Un uomo di una moralità irreprensibile. Dopo la morte della moglie si era ritirato in una dimensione quasi ascetica. Lavoro e casa, casa e chiesa e la sera la cena al bar. Ma chissà, la carne è debole ed era ancora abbastanza giovane per pensare di abbandonare ogni velleità sentimentale. Certo, con la sua posizione e il suo stipendio poteva ambire a molto meglio, ma in fin dei conti in paese non è che ci fosse molta scelta.

La musica si era fermata, il nostro pianista doveva essere in pausa. Un inusuale silenzio di alcuni secondi scese nel salone e fu allora che egli entrò. Alto e dinoccolato, in panciotto senza giacca né cappello, con un vistoso orologio a cipolla, stava fumando una sigaretta. Tuttavia nessuno gli badò, presi com’erano dalle varie attività sociali o alcoliche. O le due cose insieme. Si diresse al bancone con passo sicuro e dopo aver controllato visivamente lo spazio circostante, si sedette sull’alto sgabello. Mi chiese un doppio bourbon senza ghiaccio. Mi sbottonai il colletto e trassi un profondo respiro. Forse si accorse del mio nervosismo perché mi squadrò con occhi fermi e – “mi ha detto il capotreno che qui si suona buona musica stasera” – disse.

La vita è un susseguirsi di azioni, a volta programmate e decise, a volte involontarie. Una serie di mattoncini che costruiscono la casa della tua esistenza. Solo al termine saprai se è sorto un edificio solido, grande e accogliente oppure una piccola catapecchia umida e piena di spifferi. Seppi in quel momento che la scelta presa per la costruzione sarebbero state fondamenta instabili per il resto della mia vita. Ben piantate nel terreno, ma friabili come zucchero solidificato. Avrebbero potuto sostenere una villa, un alto palazzo signorile, oppure una casa sul fiume con la veranda, perfino una torre, ma per quanto tempo? Come un gigante dai piedi di argilla che può spaventare il mondo ma poi cadrà al terzo passo. L’uomo continuò – “Ho visto il piano, a che ora comincerà?” – “Deve essere nuovo di queste parti, immagino” – Gli dissi – “Si, vengo da quel luogo dove le strade sono sempre polverose” – rispose. Non c’erano dubbi, era lui. Si trattava solo di compiere l’ultima, semplice azione. Cercai i suoi occhi e quando mi sentii agganciato, lentamente alzai lo sguardo per guidarlo visivamente verso l’obbiettivo. L’angolo dell’Ave Maria, dove Fuller il Calvo stava giocando. Ero pronto, a scanso di equivoci, a segnalare l’obbiettivo al killer con un gesto della mia mano che indicasse la calvizie. Non provavo niente, ero forse solo un personaggio dentro un film, un burattino di un disegno enormemente più grande di me. Solo dopo, molti anni più tardi, avrei capito che ero io l’artefice del destino, della mia esistenza, della mia casa. O, meglio, lo sarei stato “se”. SE. Se Fuller fosse stato lì. In quell’angolo, a giocare a dadi e a sputare, il bastardo. Fosse stato lì in quel momento quando doveva esserci e invece non c’era più. Se n’era andato poco prima, il lurido. La litigata aveva ripreso vigore, i quattro se ne erano usciti e poi si seppe che era stato accoltellato a morte da uno dei compari.

Non rividi più l’uomo del panciotto, non rividi mai i quarantacinquemila bigliettoni e non rividi più né il bar, né il paese. Dove vivo adesso le strade non sono mai polverose, e ho una moglie che si chiama Katty, che mi bacia quando torno a casa e non fa più troppe domande.

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