Premio Racconti nella Rete 2026 “Di un Cane e una Balena” di Sofia Russo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La Balena comparve nel cielo in una notte senza stelle, quando la città era già stanca.
Qualcuno la vide, sollevando gli occhi tra un semaforo rosso e una nuvola spettinata.
Stava lì, sospesa sopra i tetti. Pareva che il cielo avesse ceduto sotto il suo peso e poi si fosse dimenticato di farla cadere.
Era immensa e placida, azzurra come un ricordo d’infanzia che non si riesce più a collocare nel tempo.
Ogni tanto muoveva la coda e l’aria si increspava come seta.
Dal suo sfiatatoio uscivano spruzzi di luce che si dissolvevano prima di toccare i comignoli.
La città si fermò.
Non del tutto.
Le luci restarono accese.
I semafori continuarono a cambiare colore. Ma nessuno attraversava più la strada.
Le finestre si riempirono di volti immobili, bocche socchiuse, mani sospese con il bicchiere a mezz’aria.
Una forchetta rimase a pochi centimetri dalla bocca.
Una frase si spezzò a metà.
I rumori si abbassarono fino a diventare un ronzio lontano, come se qualcuno avesse girato una manopola invisibile.
Tutti la guardavano, ma nessuno sembrava davvero stupito. Forse perché le cose impossibili, quando accadono, trovano sempre un posto segreto nella mente dove accomodarsi.
Tutti tranne un cane.
Il Cane era color ruggine, aveva un orecchio piegato e uno no, sembrava essere stato disegnato da un bambino indeciso.
Stava sdraiato sul marciapiede davanti a una casa che non riconosceva.
Il pelo corto, scuro, teso sul corpo.
Gli occhi aperti, asciutti.
Non dormiva da giorni.
O forse da settimane.
Il tempo aveva smesso di avere contorni netti.
Era diventato una cosa liscia, senza spigoli dove aggrapparsi.
Ogni volta che stava per addormentarsi, qualcosa nel mondo cambiava: una crepa nel muro slittava di un centimetro; un cartello inclinava la testa; una vibrazione attraversava l’asfalto.
Come se la realtà approfittasse della sua distrazione per risistemarsi senza chiedere permesso.
Così non trovava più il punto in cui cedere.
Le palpebre scendevano, poi si rialzavano.
Il respiro rallentava, ma non abbastanza.
Restava sempre un avanzo di veglia, come una moneta dimenticata in tasca.
Quando vide la Balena, si alzò di scatto.
Non abbaiò.
Non scappò.
Sentì una pressione muoversi dallo stomaco al petto, la stessa che precede il sonno e lo impedisce.
Cominciò a camminare.
Non scelse una direzione, le zampe la presero da sole.
Attraversò la strada, passò tra le auto ferme, ignorò le mani che lo indicavano e le voci che lo chiamavano: ogni passo era preciso, inevitabile.
Arrivò al fiume.
Si fermò sul bordo.
Ansimava.
L’acqua era scura, immobile.
Il riflesso della Balena spezzava la superficie in frammenti irregolari, come un vetro incrinato.
Nel riflesso, non era sola.
C’erano strade che non esistevano più.
Ponti che attraversavano quartieri mai costruiti.
Scale che salivano verso terrazze inesistenti.
Il Cane inclinò la testa.
Per un istante ebbe la sensazione che la città vera fosse quella riflessa.
—Scendi— disse.
Non sapeva se la voce fosse uscita davvero.
La Balena inclinò appena il corpo.
L’aria cambiò densità. Le insegne tremarono. Un lampione si piegò di qualche grado.
— Non posso —rispose infine. — Sali tu.
Il Cane non sapeva come si fa a salire nel cielo.
Saltò.
Un muretto.
Una ringhiera.
Una nuvola che sembrava abbastanza solida.
La nuvola cedette un poco, simile a un cuscino usato, ma lo sostenne.
Da vicino odorava di ferro e sapone, come lenzuola stese al freddo.
—Perché sei qui?
Prima che potesse rispondere, una finestra si aprì poco distante.
Una donna sporse il capo, guardò il Cane e la Balena, poi il vuoto sotto di lei.
Si tuffò.
Il suo corpo rimase sospeso, sembrava l’aria avesse deciso di trattenerlo.
Subito dopo un uomo fece lo stesso, poi un bambino, poi altri ancora.
La città cominciò a riempirsi di figure fluttuanti, goffe, instabili.
Un ragazzo iniziò a nuotare nell’aria.
Muoveva le braccia con metodo, come se avesse preso lezioni.
— Funziona! — gridò a nessuno.
Una donna sospesa accanto a lui provò a imitare il movimento, ma le scivolò la borsa.
La borsa non cadde, si aprì.
Gli oggetti uscirono lentamente e formarono una costellazione privata: chiavi, ricevute, un rossetto, tre monete.
Qualcuno capì che non c’era più sopra e sotto.
Qualcun’ altro cominciò a litigare su quale fosse il pavimento.
Il Cane sentì una risata salire dalla gola della città. Era l’allegria che precede le cose irreparabili.
—Questo non doveva succedere — disse la Balena.
Le pinne batterono l’aria con più forza.
Le nuvole si strapparono.
Il cielo si abbassò un poco.
—Non reggo anche loro.
Era così grande che il Cane non riusciva più a vederla intera.
Solo porzioni: una pinna, un occhio enorme, la curva del ventre.
—Non devi reggere nessuno.
— Se smetto, cadono.
Il Cane abbassò lo sguardo.
Per un istante immaginò il rumore dell’impatto.
Sentì un dolore improvviso dietro gli occhi.
Poi sollevò il muso.
— Devono.
La Balena esitò.
Il Cane guardò la città capovolta.
Vide una coppia che si baciava sospesa a tre metri dal suolo, un uomo che si era tolto le scarpe e le lasciava fluttuare come reliquie, una finestra che non distingueva più interno ed esterno.
— Io così non dormo più. Non aggiunse altro.
Le zampe gli cedettero appena, ma restò in piedi.
La Balena rimase immobile ancora un istante.
Poi fece la cosa più semplice e più impossibile: si lasciò cadere.
Il cielo urlò.
Precipitò verso il fiume.
Si fermò a un palmo dall’acqua, tremava.
Intorno, le figure sospese cominciarono a scendere.
Non tutte insieme.
Una, poi un’altra.
Alcune colpirono l’asfalto con un rumore secco.
Altre toccarono terra in silenzio.
Si rialzavano lentamente.
Si guardavano le mani, le ginocchia, i piedi.
Il Cane sentì il freddo prima di capire dov’era.
L’acqua gli chiuse il respiro per un istante.
Uscì dal fiume.
La Balena giaceva a pochi centimetri dalla superficie.
Il Cane avanzò finché poté, poi si fermò.
Era piccolo accanto a lei, quasi ridicolo.
Ma non indietreggiò.
Si scrollò l’acqua di dosso, si sedette, poi si sdraiò.
— Resti?
— Restare è solo non muoversi — rispose la Balena.
Il Cane inspirò a fondo.
— No, restare è scegliere — disse poi convinto.
La Balena lo guardò perplessa.
O fece qualcosa che ci somigliava.
Il cielo tremò un’ultima volta.
Restò sospesa ancora un istante. Poi il peso vinse.
Non cadde verso l’alto, non cadde verso il basso.
Crollò di lato.
Il corpo enorme si inclinò lentamente, cercando un punto che non era mai stato pensato per lei.
Una pinna toccò la superficie, poi il ventre, poi tutto il resto.
L’acqua si aprì e si richiuse in una scia larga, irregolare.
Il fiume cambiò traiettoria.
Le sponde cedettero di poco.
L’acqua imparò una direzione nuova, non prevista.
Il cielo sopra la città si rilassò d’un tratto.
La Balena restò lì solo per un momento, abbastanza perché il fiume imparasse quella forma.
Poi si mosse, lenta, seguendo la corrente che lei stessa aveva creato.
Al suo posto, nel cielo limpido, restava una lieve traccia di umidità, come se qualcuno avesse appena versato un secchio d’acqua invisibile.
La città rimase immobile per qualche istante, poi ricominciò a respirare.
Le persone rientrarono nelle case, parlando a bassa voce.
Le luci restarono accese più a lungo del solito.
Il Cane rimase sulla riva.
Non la seguì.
Non la chiamò.
Guardò la Balena allontanarsi finché il corpo scuro non si confuse con l’acqua.
Poi si sdraiò.
Per la prima volta da molto tempo non temeva che il mondo approfittasse della sua distrazione per spostare le cose.
Dormì.
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