Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La Leica di Clara” di Simone Di Giovanni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Il ronzio sommesso dei macchinari del St. Jude di Fresno era il basso continuo della vita di Simone. A venticinque anni, con le spalle larghe di chi ha passato l’adolescenza tra vasche di nuoto e campi da rugby, la divisa azzurra da infermiere gli tendeva leggermente sui bicipiti. Ma non era il fisico a farlo notare tra i corridoi della clinica privata; era il modo in cui i suoi occhi castani sembravano fermarsi davvero su chiunque incrociasse, dalle colleghe che gli lanciavano sguardi complici in sala relax alle dottoresse che lo cercavano per i turni più complessi.

Tuttavia, quel mattino di marzo, l’aria nella stanza 402 era diversa.

Clara era seduta sul bordo del letto, lo sguardo perso oltre la vetrata che dava sulla Central Valley arsa dal sole. Aveva ventun anni, ma le sue ossa apparivano fragili come vetro soffiato. La diagnosi era una di quelle che non lasciano spazio a metafore gentili: un sarcoma aggressivo, un cronometro che aveva già iniziato il suo conto alla rovescia.

«Ciao, sono Simone. Sarò il tuo angelo custode per questo turno,» disse lui, entrando con un vassoio di farmaci e un sorriso che avrebbe dovuto sciogliere il ghiaccio.

Clara non si voltò. «Un angelo custode con le scarpe da ginnastica e l’accento italiano? Dio deve aver tagliato i fondi.»

Simone ridacchiò, sistemando il supporto della flebo. «Il budget è quello che è, ma sono bravo a rimboccare le coperte. Come ti senti oggi?»

«Come una che ha ventun anni e sta discutendo del colore del suo funerale con i medici. Tu come ti sentiresti?»

Simone si fermò. Non usò il tono condiscendente che molti usavano con i malati terminali. Si sedette sullo sgabello, alla sua altezza. «Mi sentirei incazzato. E probabilmente avrei voglia di lanciare quel vaso di azalee contro il muro.»

Per la prima volta, Clara lo guardò. Aveva occhi enormi, di un grigio che ricordava il mare prima di una tempesta. «Le azalee sono orribili,» ammise lei con un mezzo sorriso. «Ma mia madre dice che portano vita.»

Nelle settimane successive, il legame tra i due divenne il segreto meglio custodito del reparto. Simone non era più solo l’infermiere efficiente; era il ragazzo che portava libri di poesie nascosti sotto le cartelle cliniche e che le raccontava di come il mare in Italia avesse un profumo diverso da quello della California.

«Perché lo fai?» chiese Clara una sera, mentre lui le controllava i parametri vitali. «Le altre infermiere mi guardano come se fossi già un fantasma. Tu mi guardi come se potessi invitarmi a ballare.»

«Perché il tempo non è una linea retta, Clara,» rispose lui, sfiorandole la mano. «È lo spazio che occupiamo mentre siamo qui. E tu occupi un sacco di spazio nella mia testa.»

Sotto la guida di Simone, Clara imparò ad aprirsi. Gli raccontò dei sogni di diventare una fotografa, dei viaggi mai fatti, della paura del buio che ancora la attanagliava. Lui la ascoltava con un’empatia che gli scava solchi nel petto, sapendo bene che ogni battito che monitorava era un passo verso il silenzio.

Una notte di maggio, Simone infranse ogni regola del protocollo. Portò una sedia a rotelle nella stanza 402 e aiutò Clara, ormai debolissima, a sedersi. La coprì con tre coperte e la trasportò sul tetto della clinica.

L’aria di Fresno era fresca, carica del profumo degli agrumeti distanti. «Guarda,» sussurrò lui.

Sopra di loro, la volta celeste era un tappeto di diamanti grezzi. Simone aveva portato un piccolo proiettore portatile. Puntò il fascio di luce contro una parete bianca del locale tecnico sul tetto. Proiettò una serie di diapositive: spiagge della Sardegna, foreste di sequoie, le luci di Parigi.

«Visto che non possiamo andare nel mondo, ho portato il mondo da te,» disse lui.

Clara pianse. Non erano lacrime di dolore, ma di una pienezza quasi insopportabile. Si appoggiò alla spalla di Simone, sentendo il calore del suo corpo atletico, la solidità della sua giovinezza che sembrava voler proteggere la propria fragilità.

«È il momento più bello della mia vita,» sussurrò lei. «È strano, vero? Devo morire per capire quanto sia incredibile essere viva.»

La fine arrivò in un pomeriggio silenzioso di giugno. Non ci furono drammi, solo un respiro che divenne troppo stanco per continuare. Simone era lì, tenendole la mano. Le colleghe, solitamente loquaci con lui, restarono in silenzio sulla porta, vedendo il crollo di quel ragazzo che credevano invincibile.

Quando il monitor emise il fischio continuo, Simone non si mosse subito. Rimase a guardare il viso di Clara, finalmente disteso, libero dal peso della malattia.

Settimane dopo, Simone tornò in servizio. Era lo stesso infermiere impeccabile, ma nei suoi occhi c’era un’ombra che nessuna lusinga poteva dissipare. Una mattina, nell’armadietto, trovò una busta. Era stata consegnata dai genitori di Clara.

Dentro c’era una vecchia macchina fotografica e un biglietto:

“Per Simone. Mi hai insegnato che anche un libro corto può essere un capolavoro. Scrivi il resto della tua storia con la forza che hai dato a me. Ti vedrò tra le stelle di Fresno.”

Simone si chiuse la porta alle spalle, strinse la macchina fotografica al petto e, per la prima volta da quando Clara se n’era andata, sentì che il vuoto nel suo cuore non era solo assenza, ma lo spazio lasciato da un amore che non avrebbe mai smesso di brillare.

Il turno di notte al St. Jude era diventato un rito di ombre. Simone si muoveva tra i corridoi con la solita efficienza atletica, ma il suo sorriso, quel tratto distintivo che un tempo illuminava il reparto, era diventato una maschera di cortesia professionale. Le colleghe lo osservavano da lontano, rispettando quel silenzio denso che lo avvolgeva come un camice invisibile.

Due mesi dopo il funerale di Clara, Simone si ritrovò a fissare la vetrata della 402. La stanza era occupata da un uomo anziano che dormiva profondamente, ma per lui, su quel letto, c’era ancora l’impronta leggera del corpo di lei.

«Simone, vai in pausa. Ti porto io il caffè,» disse Elena, una caposala che lo conosceva da quando era un tirocinante. Lui scosse la testa, sistemando meccanicamente dei flaconi sul carrello. «Sto bene, Elena. Davvero.» «Non stai bene. Sei un fantasma che cura altri fantasmi. Prendi quella macchina fotografica che ti ha lasciato e vai a fare un giro. Fresno non è solo corsie d’ospedale.»

Quella notte, terminato il turno alle sei del mattino, Simone non andò a dormire. Prese la borsa con la vecchia Leica di Clara e guidò verso nord, dove la città sfuma nelle colline dorate della California centrale.

Si fermò in un punto panoramico mentre l’alba incendiava l’orizzonte. Estrasse la macchina fotografica. Pesava tra le sue mani grandi, un oggetto fragile caricato di una responsabilità enorme: vedere il mondo attraverso gli occhi di chi non poteva più farlo.

Appoggiò l’occhio al mirino. All’inizio vide solo sfocature, poi, regolando la ghiera, il mondo tornò a fuoco. Un falco che planava sulle correnti termiche, la rugiada che brillava sui fili d’erba secca, il contrasto violento tra l’azzurro del cielo e l’arancio della terra.

Click.

In quel suono secco, Simone sentì un brivido. Era come se Clara fosse lì, a suggerirgli l’inquadratura. Non era più solo un infermiere che contava battiti cardiaci; stava imparando a contare i momenti di bellezza che sopravvivono al dolore.

Nelle settimane successive, Simone iniziò a sviluppare le foto. Le appese nel suo piccolo appartamento, creando una parete di ricordi visivi. Un pomeriggio, mentre si trovava in un negozio di fotografia del centro per acquistare dei rullini, notò una ragazza che osservava una delle sue stampe esposte in bacheca — un dettaglio macro di un’azalea bagnata dalla pioggia.

«È triste, ma piena di speranza,» disse la ragazza senza voltarsi. Simone rimase immobile. «Perché dice così?» «Perché il fiore sta appassendo ai bordi, ma la luce lo colpisce proprio al centro. Chi l’ha scattata sapeva che la fine fa parte della bellezza.»

Simone sentì il vuoto nel petto farsi meno tagliente. Per la prima volta, non cercò di fuggire dalla conversazione. «Era di una persona che mi ha insegnato a guardare oltre la malattia.»

Tornato in ospedale, Simone non era più lo stesso ragazzo spensierato di prima, ma era diventato un uomo con una profondità nuova. La sua empatia non era più un dono naturale, ma una scelta consapevole.

Un giorno, entrando nella stanza di un nuovo paziente, un adolescente spaventato da un intervento imminente, Simone non iniziò controllando i parametri. Si sedette sul bordo del letto, proprio come aveva fatto con Clara.

«Hai paura?» chiese con dolcezza. Il ragazzo annuì, con gli occhi lucidi. Simone estrasse dalla tasca della divisa una piccola foto stampata: il cielo stellato sopra Fresno. «Vedi queste stelle? Sembrano lontane e fredde, ma sono lì per ricordarci che anche nel buio più profondo c’è sempre una guida. Te la regalo. Ti porterà fortuna domani.»

Mentre usciva dalla stanza, Simone incrociò il proprio riflesso nello specchio del corridoio. Il vuoto nel cuore c’era ancora, ma non era più una voragine buia. Era diventato un giardino segreto, dove il ricordo di Clara continuava a fiorire, spingendolo ogni giorno a onorare la vita — la sua e quella di chiunque avesse la fortuna di incrociare il suo cammino.

Il ritorno di Simone ai turni massacranti del St. Jude non passò inosservato. Se prima era il “ragazzo d’oro” che dispensava sorrisi e battute atletiche, ora era diventato un uomo dal silenzio magnetico. Le colleghe, che un tempo lo cercavano per pura leggerezza, iniziarono a guardarlo con una sorta di timore reverenziale.

In sala relax, l’atmosfera cambiava quando entrava lui. Martina, una giovane infermiera che aveva sempre avuto un debole per i suoi modi gentili, cercò di rompere il ghiaccio mentre lui sorseggiava un caffè amaro, lo sguardo fisso sulla bacheca dei turni.

«Simone, stasera usciamo tutti per un drink al Downtown. Viene anche la dottoressa Miller. Ci farebbe piacere se ci fossi anche tu. Sembri… altrove, ultimamente.»

Simone si voltò lentamente. Il suo sguardo non era freddo, ma aveva una profondità che Martina non riusciva a decifrare. «Ti ringrazio, Martina. Davvero. Ma stasera ho dei programmi.»

«Sempre la solita scusa,» scherzò lei, cercando di mascherare l’imbarazzo. «Guarda che le dottoresse iniziano a pensare che tu abbia una vita segreta da supereroe.»

Lui accennò un sorriso, uno di quelli che non arrivavano agli occhi ma che scaldavano comunque l’ambiente. «Niente mantello, solo un po’ di manutenzione all’anima.»

Persino la dottoressa Sarah Miller, nota per il suo piglio severo, lo fermò durante il giro visite. «Simone, il modo in cui hai gestito il paziente della 312 stamattina… non ho mai visto un’empatia simile. Hai un dono. Ma non lasciarti prosciugare dal dolore degli altri. Il confine è sottile.»

«Il confine lo ha tracciato lei, dottoressa,» rispose lui con voce ferma. «Io sto solo imparando a camminarci sopra senza cadere.».

Il martedì, suo primo giorno libero dopo una settimana di straordinari, Fresno si svegliò sotto una coltre di nebbia leggera che saliva dai campi. Simone caricò la Leica di Clara sul sedile del passeggero e guidò verso il Belmont Memorial Park.

Il cimitero era un distesa di prato curato, interrotto solo dal grido solitario di qualche corvo. Camminò con passo sicuro, i muscoli rilassati sotto la maglietta di cotone, finché non raggiunse la lapide di marmo chiaro.

Clara Vance (2005 – 2026). “Cogli la luce, finché danza”.

Simone si inginocchiò, posando un piccolo fiore selvatico che aveva raccolto lungo la strada. Restò lì per diversi minuti, respirando l’odore dell’erba tagliata, parlandole mentalmente di come il reparto sembrasse vuoto senza il suo sarcasmo tagliente.

Un rumore di passi sulla ghiaia lo riscosse. Si alzò, pulendosi le ginocchia, e si voltò. A pochi metri di distanza, due donne stavano camminando verso di lui. Una era la madre di Clara, il viso segnato da una stanchezza che nessuna crema avrebbe mai potuto cancellare. Ma fu la figura accanto a lei a mozzargli il fiato in gola.

Era come se il tempo fosse tornato indietro. Stessa statura, stessi capelli castani che ricadevano morbidi sulle spalle, ma soprattutto quegli stessi occhi grigio tempesta che lo avevano trafitto nella stanza 402.

«Simone?» disse la madre, con un filo di voce. «Non sapevo venissi oggi.»

«Vengo spesso, signora Vance. Mi aiuta a ricordare perché faccio questo mestiere.»

La donna accennò un sorriso triste e gli toccò il braccio. «Lei è Chloe, la sorella gemella di Clara. Era a Boston per l’università… è tornata per restare un po’ con me.»

Chloe fece un passo avanti. Vedere Simone in carne e ossa, quel ragazzo di cui Clara le aveva parlato in lunghe telefonate notturne fatte di sussurri e speranze, le provocò un brivido. Guardò la macchina fotografica che pendeva dal collo di lui.

«Allora sei tu,» disse Chloe. La sua voce era quasi identica a quella di Clara, ma con una nota più ferma, meno incrinata dalla sofferenza. «L’infermiere che le ha portato le stelle sul tetto.»

Simone sentì un tuffo al cuore. Il vuoto che portava dentro sembrò vibrare a quella frequenza familiare. «Ho solo cercato di rendere il buio un po’ meno spaventoso.»

Chloe guardò la tomba della sorella, poi di nuovo Simone. «Mi ha scritto che voleva che tu vedessi il mondo anche per lei. Non immaginavo che saresti stato così…» Si interruppe, cercando la parola giusta.

«Così cosa?» chiese lui, quasi timoroso della risposta.

«Così pieno della sua luce,» concluse lei, e per un istante, in quel cimitero baciato dal sole della California, a Simone parve che il filo invisibile che lo legava a Clara si fosse teso fino a toccare quella nuova, incredibile realtà.

Il vento caldo di Fresno sollevò una scia di polvere tra i viali del cimitero, mentre il silenzio tra Simone e Chloe diventava denso, quasi tattile. La madre di Clara, intuendo la profondità di quel momento, si allontanò di qualche passo per sistemare dei fiori su una tomba vicina, lasciandoli soli davanti a quel marmo che sembrava un confine troppo sottile.

Chloe fissava la Leica appesa al collo di Simone. «È strano,» sussurrò, rompendo l’incanto. «Quella macchina fotografica non ha mai lasciato il suo comodino per anni. Diceva che aveva paura di sprecare i rullini su cose che non valevano la pena. Il fatto che l’abbia data a te…»

Simone abbassò lo sguardo sull’oggetto metallico. «Mi ha chiesto di usarla per vedere ciò che lei non avrebbe potuto. Ma ogni volta che guardo nel mirino, Chloe, cerco ancora lei. È come un riflesso che scompare appena metto a fuoco.»

Chloe fece un passo verso di lui. La somiglianza fisica era straziante: lo stesso modo di inclinare la testa, la stessa curva delle labbra. Ma dove Clara emanava una fragilità eterea, in Chloe c’era una forza terrena, una vitalità che sembrava voler reclamare lo spazio rubato alla sorella.

«Nelle sue ultime lettere mi parlava di te non come di un infermiere, ma come di un ponte,» disse Chloe, incrociando lo sguardo di Simone. «Diceva che le davi il permesso di essere ancora una ragazza di vent’anni, non solo una cartella clinica. Volevo ringraziarti, Simone. Per averle regalato quel tetto di stelle. Me lo ha descritto come se avessi aperto una porta nel cielo solo per lei.»

Simone sentì un groppo in gola. «Non ho fatto nulla di straordinario. Era lei che rendeva speciale ogni cosa che toccava. Io ero solo… fortunato a starle vicino.»

«Vieni a cena da noi, una sera di queste?» chiese Chloe, e la sua voce ebbe un’esitazione che la rese improvvisamente identica alla sorella. «Mia madre ha bisogno di sentire i racconti di chi c’era quando lei non poteva entrare in reparto. E io… io vorrei capire cosa vedeva lei quando ti guardava.»

Il giorno dopo, il rientro al St. Jude ebbe un sapore nuovo. Simone camminava tra i corridoi con la solita andatura atletica, ma c’era una calma diversa nel suo modo di interagire con le colleghe.

In sala infermieri, Martina lo stava aspettando con una pila di referti. Notò subito qualcosa. «Simone? Hai un’aria… diversa. Sei andato fuori città nel tuo giorno libero?»

Lui sorrise, e stavolta il sorriso arrivò agli occhi, portando con sé una malinconia dolce. «Ho incontrato una parte di futuro che credevo perduta, Martina. Mi passi quella cartella? Il paziente della 405 ha bisogno di qualcuno che lo ascolti, non solo di una flebo.»

Le colleghe lo osservarono allontanarsi. Non era più il ragazzo che riscuoteva successo per la sua bellezza solare; era un uomo la cui presenza rassicurava i malati e metteva in soggezione i sani. Aveva imparato che il vuoto lasciato da Clara non era un abisso in cui cadere, ma un letto di terra fertile da cui potevano nascere nuove connessioni.

Quella sera, mentre preparava la sacca per la palestra, Simone trovò nella tasca della giacca un biglietto che Chloe gli aveva dato prima di lasciarsi al cimitero. C’era scritto un indirizzo e un orario.

Sotto, una piccola aggiunta a matita: “Porta la macchina fotografica. Ho dei vecchi rullini di Clara che non sono mai stati sviluppati. Forse è ora di vedere cosa c’è dentro.”

Mentre le luci di Fresno iniziavano ad accendersi fuori dalla finestra, Simone capì che la storia con Clara non era finita con un monitor piatto. Era diventata una melodia che continuava a suonare, cambiando ritmo, mescolando il dolore del passato con la sorprendente, bellissima possibilità di un nuovo inizio.

L’indirizzo portava a una villetta immersa tra i filari di mandorli alla periferia di Fresno. Mentre Simone spegneva il motore, l’odore dolce e polveroso della terra californiana riempì l’abitacolo. Aveva la Leica di Clara sul sedile del passeggero, pesante come una reliquia.

Entrare in quella casa fu come attraversare uno specchio. Le pareti erano piene di cornici: Clara e Chloe da bambine, due gocce d’acqua che ridevano in un giardino; Clara che imbracciava la macchina fotografica; Chloe con la toga della laurea.

La madre, la signora Vance, lo accolse con un abbraccio che sapeva di gratitudine e lavanda. «Grazie per essere venuto, Simone. Preparare la tavola per tre stasera… mi fa sentire meno sola.»

La cena passò tra aneddoti che Simone non conosceva. Chloe raccontò di come Clara fosse la più ribelle delle due, di come avesse sempre avuto il dono di scovare la bellezza nel caos. Simone, dal canto suo, restituì loro i frammenti degli ultimi mesi: le battute taglienti di Clara contro il cibo dell’ospedale, la sua dignità ferocemente difesa, la luce che le brillava negli occhi quando parlavano del futuro, anche quando sapevano che per lei non ci sarebbe stato.

«Mi ha salvato lei, sapete?» disse Simone, posando la forchetta. «Facevo l’infermiere perché ero bravo, perché ero atletico e mi piaceva l’azione. Ma Clara mi ha insegnato a sentire i pazienti. Ora, quando entro in una stanza, non vedo una diagnosi. Vedo una storia.»

Chloe lo fissava, le mani intrecciate sotto il mento. In quel momento, con la luce soffusa dei lampadari, la somiglianza con la sorella era così potente da mozzare il fiato. Ma c’era una differenza: Chloe lo guardava con una curiosità nuova, non filtrata dal dolore della malattia, ma dalla scoperta di un uomo che aveva amato la parte più profonda della sua metà.

Dopo cena, la signora Vance si ritirò in cucina, lasciando che i due giovani salissero nella soffitta che Clara aveva trasformato in un laboratorio fotografico improvvisato. L’aria era densa di un odore chimico, pungente e nostalgico.

«Questi sono i rullini di cui ti parlavo,» disse Chloe, indicando tre piccoli cilindri metallici sopra un bancone. «Li ha scattati nell’ultimo mese a casa, prima dell’ultimo ricovero. Non ha mai voluto che li vedessi. Diceva che erano ‘appunti per chi resta’.»

Simone sentì le mani tremare leggermente. Insieme, seguendo le istruzioni che Chloe aveva studiato nel pomeriggio su un manuale, iniziarono il processo di sviluppo. Il tempo sembrava sospeso. Nella luce rossa della camera oscura, i loro volti erano tinti di un cremisi drammatico.

Mentre le immagini iniziavano a emergere dai bagni chimici, il cuore di Simone accelerò. Non erano paesaggi. Non erano tramonti. Erano ritratti.

C’era una foto di sua madre che sorrideva mentre dormiva sulla poltrona. C’era Chloe di profilo, assorta nello studio. E poi, l’ultimo scatto del rullino fece trasalire Simone.

Era una foto scattata allo specchio dell’ospedale, probabilmente durante una delle sue brevi uscite dalla stanza. Nella foto si vedeva Clara, pallida ma bellissima, e sullo sfondo, riflesso nel vetro della porta socchiusa, c’era Simone. Era ripreso di spalle, mentre parlava con un altro infermiere, la postura atletica e rassicurante.

Sotto quella foto, Clara aveva inciso sul retro della pellicola con un ago: “L’uomo che mi ha insegnato a non avere paura del buio. Portatelo alla luce.”

Il mattino seguente, Simone tornò in reparto. Martina e le altre colleghe notarono subito che qualcosa era cambiato definitivamente. Non era più il ragazzo che portava il peso di un lutto irrisolto; c’era una determinazione nuova nel suo passo.

Mentre passava davanti alla stanza 402, ora occupata da una bambina che doveva affrontare un lungo percorso di cure, Simone si fermò. Non entrò subito con i farmaci. Si tolse la macchina fotografica dal collo e la posò sul carrello.

Entrò, si chinò verso la piccola e le disse: «Ciao, io sono Simone. Oggi, se ti va, invece di parlare di medicine, ti insegno come si inquadra il sole che entra dalla finestra. Ti va?»

La bambina sorrise, e in quel sorriso Simone vide un riflesso di ciò che Clara gli aveva lasciato.

All’uscita dal turno, trovò un messaggio sul telefono. Era di Chloe. “Ho iniziato a stampare le altre foto. C’è una luce incredibile in quegli scatti. Ti andrebbe di aiutarmi a scegliere le migliori per una piccola mostra in sua memoria? Magari proprio nell’atrio della clinica.”

Simone guardò il cielo di Fresno, limpido e infinito. Il vuoto nel suo cuore era ancora lì, ma ora lo sentiva come uno spazio aperto, pronto a essere riempito di nuove storie, nuovi scatti e, forse, di un nuovo tipo di amore che non cercava di sostituire il passato, ma di onorarlo vivendo pienamente.

La preparazione della mostra nell’atrio del St. Jude divenne il baricentro delle vite di Simone e Chloe. Tra i corridoi asettici, l’odore di disinfettante si mescolava ora a quello della carta fotografica e della colla. Le colleghe di Simone, guidate da Martina e dalla dottoressa Miller, osservavano con un misto di commozione e curiosità quel ragazzo atletico che, smessa la divisa, passava ore a misurare pareti insieme a una ragazza che sembrava il fantasma vivente di Clara.

«Questa va al centro,» disse Chloe, indicando la foto di Simone di spalle, quella scattata allo specchio. «È il cuore di tutto. È il modo in cui lei vedeva la salvezza.»

Simone scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli castani, visibilmente teso. «Chloe, non so se sono pronto a vedermi così… esposto. In questo ospedale tutti mi vedono come quello forte, quello che non crolla mai.» – «Forse è ora che vedano che sei umano, Simone,» rispose lei, avvicinandosi. La somiglianza in quel momento, sotto le luci calde del faretto che stava posizionando, era insostenibile.

Lavorarono fino a tardi, quando l’atrio era ormai deserto e regnava quel silenzio irreale tipico degli ospedali di notte. Mentre fissavano l’ultimo pannello, le loro mani si sfiorarono. Simone sentì una scarica elettrica percorrergli le braccia, un misto di adrenalina, stanchezza e un dolore che non lo abbandonava.

Si voltò verso Chloe. La luce tagliente del corridoio le scolpiva il profilo, rendendola identica all’immagine di Clara che lui custodiva gelosamente nel cuore. In un istante di confusione emotiva, dove il passato e il presente si confusero in un unico battito accelerato, Simone si chinò e la baciò.

Fu un bacio disperato, carico di una fame che non era solo desiderio, ma un tentativo di trattenere ciò che era sfuggito per sempre. Chloe rispose per un istante, le sue labbra calde e vere, prima che Simone si ritraesse bruscamente, come se avesse toccato un cavo scoperto.

«Oddio… no. Scusa. Scusami, Chloe,» mormorò lui, indietreggiando fino a urtare una delle cornici. Il suo viso, solitamente fiero, era una maschera di orrore. «Sono un mostro. Io… io ho cercato lei in te. È imperdonabile. Mi dispiace così tanto, non avrei mai dovuto… è un tradimento verso di lei, verso di te…»

Simone si coprì il volto con le mani, le spalle larghe che sussultavano. Quell’infermiere impeccabile, l’atleta che tutti ammiravano, si era sbriciolato davanti a una fotografia e a un bacio rubato per debolezza. «Ti prego, dimentica. Non so cosa mi sia preso. Mi sento sporco, Chloe. Come se avessi profanato la sua memoria.».

Chloe rimase immobile per qualche secondo, il respiro ancora corto. Guardò Simone, poi guardò la foto di sua sorella sulla parete. Non c’era rabbia nei suoi occhi grigi, ma una saggezza antica.

Si avvicinò a lui e, con una fermezza che Clara non aveva mai avuto, gli scostò le mani dal viso, costringendolo a guardarla.

«Simone, guardami,» disse con voce ferma. «Io non sono un errore. E non sono un fantasma. Quello che hai sentito non è stato un tradimento, è stata vita. Pura, incasinata e dolorosa vita.»

Gli prese il volto tra le mani. «Pensi che Clara volesse vederti diventare un martire del dolore? Lei ti ha dato quella macchina fotografica perché voleva che continuassi a guardare il mondo, non che chiudessi gli occhi per sempre. Se mi hai baciata perché hai visto lei, è un dolore che guariremo insieme. Ma se mi hai baciata perché sono Chloe… allora non hai nulla di cui scusarti.»

Lo abbracciò forte, lasciando che lui piangesse sulla sua spalla tutte le lacrime che aveva trattenuto durante i mesi di chemio, i turni di notte e il funerale.

Il giorno della mostra, l’atrio era gremito. Medici, pazienti in sedia a rotelle e infermieri rimasero in silenzio davanti agli scatti di Clara. La dottoressa Miller si fermò a lungo davanti al ritratto di Simone.

«Avevo ragione,» sussurrò a Martina. «Lui non è solo un infermiere. È parte della cura.»

Simone era lì, in divisa, ma accanto a lui c’era Chloe. Non si tenevano per mano, non ancora, ma tra loro c’era un’intesa nuova, pulita dalle colpe del passato. Avevano capito che amare la memoria di chi non c’è più non significa smettere di cercare il calore di chi resta.

Mentre l’ultima luce del tramonto di Fresno colpiva le foto di Clara, Simone sentì che il vuoto nel suo cuore non si era chiuso, ma si era trasformato in una finestra aperta sul futuro.

Cinque anni dopo, la vita di Simone non era più scandita solo dai turni di notte e dal ronzio dei monitor. Il St. Jude era ancora il suo porto, ma ora occupava un ruolo di coordinamento per l’umanizzazione delle cure palliative. Il ragazzo atletico e solare dei venticinque anni era diventato un uomo di trenta, con qualche filo bianco tra i capelli castani e uno sguardo che non cercava più risposte nel vuoto, ma le trovava nella realtà.

Una Casa tra i Mandorli

Era una domenica pomeriggio di giugno a Fresno. Il caldo era quello secco e intenso della Central Valley, lo stesso che Clara amava guardare dalle finestre della clinica. Simone si trovava nel portico della villetta che un tempo apparteneva ai Vance, ora ristrutturata.

Accanto a lui, Chloe stava sistemando alcune stampe per la sua prossima galleria a San Francisco. Il loro legame, nato in quel momento di “errore” e debolezza davanti alla tomba, era cresciuto come una quercia: lento, nodoso, ma indistruttibile. Non avevano mai cercato di cancellare Clara; l’avevano resa la fondamenta della loro casa.

«Hai preso la borsa?» chiese Chloe, passandogli una mano tra i capelli. Il suo tocco era fermo, privo della fragilità che un tempo lo faceva tremare. «Sì, è in macchina. Insieme alla Leica.»

Simone non aveva mai smesso di scattare. La macchina fotografica di Clara era diventata un’estensione della sua mano, un modo per onorare quella promessa di “vedere il mondo” anche per chi non aveva potuto farlo.

Ogni anno, in quel giorno, facevano lo stesso viaggio. Non andavano solo al cimitero; andavano sulla costa, a Monterey, dove l’Oceano Pacifico si infrange contro le rocce con una forza primordiale. Era il posto che Clara sognava di fotografare e che non aveva mai visto se non nei libri.

Mentre camminavano sulla spiaggia, una bambina di tre anni correva avanti a loro, inciampando nella sabbia con una risata argentina che sembrava un campanello. Aveva gli occhi grigio tempesta, identici a quelli di sua madre e della zia che non avrebbe mai conosciuto.

«Clara! Non correre troppo vicino all’acqua!» esclamò Simone.

La piccola si fermò, voltandosi verso di lui con un sorriso che gli mozzò il fiato. In quel momento, Simone sentì che il cerchio si era finalmente chiuso. Il vuoto nel suo cuore non era scomparso — non scompare mai — ma era stato arredato. Era diventato una stanza piena di luce, dove il dolore del passato conviveva pacificamente con la gioia del presente.

Simone si inginocchiò sulla sabbia, portò la Leica all’occhio e inquadrò sua figlia che giocava con la spuma delle onde, mentre Chloe la raggiungeva per prenderla in braccio.

Click.

Il suono dell’otturatore fu un saluto. Guardando attraverso l’obiettivo, Simone non vide più un fantasma o un tradimento. Vide la vita che continuava, testarda e bellissima.

Aveva imparato che l’amore non è un gioco a somma zero: amare Chloe e la loro bambina non toglieva nulla a ciò che aveva provato in quella stanza d’ospedale cinque anni prima. Al contrario, lo rendeva sacro.

«Andiamo?» chiese Chloe, porgendogli la mano. Simone si rialzò, si mise la macchina fotografica a tracolla e strinse la mano di sua moglie.

«Andiamo,» rispose lui.

Mentre camminavano verso la macchina sotto il sole californiano, Simone sapeva che, ovunque fosse, Clara stava finalmente guardando attraverso i suoi occhi, sorridendo per la bellezza di quel rullino che non sarebbe finito mai.

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