Premio Racconti nella Rete 2026 “La finestra della nuova esistenza” di Sara Marcon
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Mamma,
capì che ci saremmo lasciate di lì a poco nel momento esatto in cui notai ciò che non volevo vedere.
Nei tuoi occhi, prima castani, lucidi e vivi, comparve quell’aura biancastra attorno, quella velatura sottile che ha un solo significato. Lo sguardo già rivolto verso una dimensione che non conosco, e che tu, forse, avevi già iniziato a intravedere.
Così, mentre ti parlavo, sentivo le parole scivolare via: cadevano senza appigli, come acqua su un vetro. Perché la tua mente sapeva cosa stava accadendo. E tu ti assentavi piano piano da me, con una calma che faceva male. Come se ti stessi accostando alla finestra della tua nuova esistenza: la fine, l’inizio.
Qualche giorno prima eravamo nel cortile dell’ospedale. Era mattino, c’era un sole caldo e buono, quasi fuori posto lì in mezzo. Fumasti una sigaretta e io cercai un angolo dove poterci scaldare davvero, come se bastasse quello per tenere lontano tutto il resto. Poi ti pettinai i lunghi ricci laccati. E, per la prima volta in tutta la mia vita, tu ti lasciasti pettinare. Come se nulla fosse. I capelli, per te, erano sacri: guai a chi li toccava. Eppure, quel giorno, restasti ferma. In quelle piccole cose cominciai a capire; e tu capisti che io sapevo già tutto.
L’ultimo viaggio in auto, io e te: da Borgosesia a Milano. Tu verso una speranza di guarigione, io con la coscienza muta e irrequieta, che non avremmo più viaggiato insieme. Scrivo di questo e potrei ricordare ogni singolo minuto di quelle due settimane, ogni respiro, ogni silenzio, ogni luce diversa sulle pareti. Ma i ricordi li conservo: li tengo stretti, e li tiro fuori poco a poco, perché fanno male e, nello stesso tempo, sono tutto ciò che resta.
Ora ho gli anni che tu avevi quando ti portai a casa il primo fidanzatino. La scorsa settimana Desiree ha portato a casa il suo primo fidanzatino, Gabriel. Io allora avevo quindici anni, lei cinque. È stato stranissimo vivere quel pomeriggio: come se il tempo avesse fatto un giro completo e mi avesse riportata nello stesso punto, ma con un vuoto accanto. Non so se ero pronta. La mia mente non era sempre presente: divagava spesso, scappava via, tornava, inciampava. Eppure è stato piacevole, molto. E mi sono resa conto, con una chiarezza che toglie il fiato, che tutto scorre. Va avanti anche quando noi vorremmo fermarlo. E che ogni singolo istante è irripetibile: non torna, non si ripete uguale, non si lascia trattenere.
Hai chiuso gli occhi. In un respiro hai alzato le braccia, come se qualcuno ti stesse afferrando per portarti lassù. E poi sei andata. Non so dove. So solo che hai lasciato quel corpo malato che non ti apparteneva più, come si lascia una casa che non riconosci più.
Oggi i tuoi occhi rivivono in qualcun altro. A volte, quando sono tra la gente, mi sorprendo a cercarli: mi chiedo se i tuoi occhi siano lì, da qualche parte, mescolati agli sguardi degli altri. Poi capisco che è sciocco, inutile. E di certo non lenisce il dolore che ancora provo per la tua mancanza.
Resta questo, mamma: la consapevolezza che la vita è effimera, fragile come un soffio. In un attimo tutto cambia. Nulla torna. E a noi, alla fine, resta sempre troppo poco… eppure è l’unica cosa che abbiamo.
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