Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La finestra della nuova esistenza” di Sara Marcon

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Mamma,
capì che ci saremmo lasciate di lì a poco nel momento esatto in cui notai ciò che non volevo vedere.

Nei tuoi occhi, prima castani, lucidi e vivi, comparve quell’aura biancastra attorno, quella velatura sottile che ha un solo significato. Lo sguardo già rivolto verso una dimensione che non conosco, e che tu, forse, avevi già iniziato a intravedere.

Così, mentre ti parlavo, sentivo le parole scivolare via: cadevano senza appigli, come acqua su un vetro. Perché la tua mente sapeva cosa stava accadendo. E tu ti assentavi piano piano da me, con una calma che faceva male. Come se ti stessi accostando alla finestra della tua nuova esistenza: la fine, l’inizio.

Qualche giorno prima eravamo nel cortile dell’ospedale. Era mattino, c’era un sole caldo e buono, quasi fuori posto lì in mezzo. Fumasti una sigaretta e io cercai un angolo dove poterci scaldare davvero, come se bastasse quello per tenere lontano tutto il resto. Poi ti pettinai i lunghi ricci laccati. E, per la prima volta in tutta la mia vita, tu ti lasciasti pettinare. Come se nulla fosse. I capelli, per te, erano sacri: guai a chi li toccava. Eppure, quel giorno, restasti ferma. In quelle piccole cose cominciai a capire; e tu capisti che io sapevo già tutto.

L’ultimo viaggio in auto, io e te: da Borgosesia a Milano. Tu verso una speranza di guarigione, io con la coscienza muta e irrequieta, che non avremmo più viaggiato insieme. Scrivo di questo e potrei ricordare ogni singolo minuto di quelle due settimane, ogni respiro, ogni silenzio, ogni luce diversa sulle pareti. Ma i ricordi li conservo: li tengo stretti, e li tiro fuori poco a poco, perché fanno male e, nello stesso tempo, sono tutto ciò che resta.

Ora ho gli anni che tu avevi quando ti portai a casa il primo fidanzatino. La scorsa settimana Desiree ha portato a casa il suo primo fidanzatino, Gabriel. Io allora avevo quindici anni, lei cinque. È stato stranissimo vivere quel pomeriggio: come se il tempo avesse fatto un giro completo e mi avesse riportata nello stesso punto, ma con un vuoto accanto. Non so se ero pronta. La mia mente non era sempre presente: divagava spesso, scappava via, tornava, inciampava. Eppure è stato piacevole, molto. E mi sono resa conto, con una chiarezza che toglie il fiato, che tutto scorre. Va avanti anche quando noi vorremmo fermarlo. E che ogni singolo istante è irripetibile: non torna, non si ripete uguale, non si lascia trattenere.

Hai chiuso gli occhi. In un respiro hai alzato le braccia, come se qualcuno ti stesse afferrando per portarti lassù. E poi sei andata. Non so dove. So solo che hai lasciato quel corpo malato che non ti apparteneva più, come si lascia una casa che non riconosci più.

Oggi i tuoi occhi rivivono in qualcun altro. A volte, quando sono tra la gente, mi sorprendo a cercarli: mi chiedo se i tuoi occhi siano lì, da qualche parte, mescolati agli sguardi degli altri. Poi capisco che è sciocco, inutile. E di certo non lenisce il dolore che ancora provo per la tua mancanza.

Resta questo, mamma: la consapevolezza che la vita è effimera, fragile come un soffio. In un attimo tutto cambia. Nulla torna. E a noi, alla fine, resta sempre troppo poco… eppure è l’unica cosa che abbiamo.

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4 commenti »

  1. racconto toccante sul “fine vita”. E’ vero la vita é effimera, fragile come un soffio. In un attimo cambia, come dici tu, nulla torna; eppure a noi, stupidamente, a volte, ci sembra eterna.

  2. Molto coinvolgente, si legge tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine.

  3. Grazie di cuore, Flavia. Hai colto con grande sensibilità proprio il nucleo del racconto. Mi ha toccata molto il tuo passaggio sul fatto che, a volte, la vita ci sembri eterna: è una verità profonda, e forse ce ne accorgiamo davvero solo quando qualcosa ci attraversa e ci cambia. Ti ringrazio per aver letto con attenzione e cuore.

  4. Sara, il tuo racconto mi ha colpito profondamente per il modo in cui parla della fine e del ciclo della vita. Pur raccontando la perdita, emerge una vera circolarità nei gesti e nei ricordi: il ritorno del fidanzatino, la stessa scena vista da prospettive diverse, e gli occhi della madre che riaffiorano negli occhi degli altri. Questa struttura dà la sensazione che la vita sia un fluire di momenti che si ripetono e si trasformano. Ciò che amiamo non scompare mai completamente, ma torna a noi attraverso ricordi, gesti e relazioni. Le storie non finiscono: cambiano voce. Un racconto delicato e profondo, che lascia una sensazione di continuità e di bellezza della vita.

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