Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “L’isola delle chiavi” (sezione racconti per bambini) di Matteo Sessa

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Il parco

C’era un parco che sembrava dimenticato.
Stretto tra case spente, alberi curvi e passi che non arrivavano mai fino in fondo.
Lì, dove il silenzio aveva un suono pieno di attese.

Ele ci andava con lo zio.
Senza parole inutili. Solo passi e sguardi.
E quell’albero. Quella quercia enorme, dalle radici gonfie come vene sotto pelle.
Era lì che sedevano. Sempre.

Un giorno, lo zio indicò una figura accovacciata tra le radici.

“Vedi quella volpe?” disse.

Aveva il pelo rosso, come il fuoco che non scalda.

“Non è una volpe come le altre. È il guardiano di un portale.
Sotto questa quercia c’è un passaggio per un altro mondo.
Ma puoi attraversarlo solo quando sarai pronta.”

“E come faccio a sapere quando lo sarò?”

“Si apre solo quando sei disposta a perdere qualcosa.”

Poi tirò fuori un piccolo oggetto e glielo mise in mano.
Un ciondolo di legno.
Tondo, ma imperfetto.
Ruvido. Semplice. Vero.

“L’ho fatto io. Non è bello. Ma è tuo.”

Ele non rispose. Ma lo strinse forte.


L’ombra

Col tempo, lo zio cambiò.
La voce più bassa. I silenzi più lunghi.
Gli occhi sempre altrove.

Non c’erano più passeggiate nel parco.
Solo finestre chiuse.
E lei, davanti alla porta, che non si apriva mai.

La casa diventava più buia. Più fredda.
Il tempo si fermava, ma non nel modo giusto.
Lo zio era lì. Ma era lontano.
Come se ogni giorno una parte di lui si spegnesse.
Come se stesse sparendo senza fare rumore.

Ele restava a guardarlo da fuori. Con il naso contro il vetro.
Ogni tanto portava la mano al ciondolo.
Come a cercare una risposta. O un segnale.
Ma non arrivava mai.



Il varco

Una mattina senza data, uscì di casa senza dire niente.
Tornò al parco.
La quercia la aspettava.
E la volpe, sempre lì.
Come se non fosse passato un solo giorno.

Le radici si mossero.
Si aprirono come dita che lasciano andare.

Lei non disse nulla.
Fece un passo.
E scomparve.


L’isola

Atterrò su una spiaggia fredda.
L’acqua grigia. Il cielo fermo.
Tutto intorno, un silenzio pesante. Immobile. Come se nulla vivesse davvero.

La volpe comparve accanto a lei.
Ora aveva una voce umana. Ruvida. Calda. Antica.

“Tre chiavi.
Una per il coraggio.
Una per la fiducia.
Una per cambiare.
Ti serviranno per tornare.
Ma ognuna ti farà male.”

Fece una pausa. Poi aggiunse:

“Per ritrovare la strada, devi prima perderti del tutto.”

La volpe non sparì. Rimase. A fianco a lei. Silenziosa, fedele.

Il tempo sull’isola non scorreva.
Non c’erano stagioni. Né mattini veri.
Ele non invecchiava. Non cambiava.
Ma sentiva che, fuori da lì, il mondo andava avanti.
E che ogni momento che restava, lasciava qualcosa indietro.


La prima chiave

La volpe la guidò su una scogliera alta, sferzata dal vento.
Il mare lontano urlava, invisibile sotto il vuoto.

Lì, sospesa sopra l’abisso, fluttuava la chiave.
Brillava appena. Tremava nell’aria grigia.

La volpe le sussurrò:

“Non puoi fermarti a metà. Devi muoverti anche se non vedi dove porterà.”

Ele si avvicinò al bordo.
Il vento le strappava i capelli, la pelle, i pensieri.
Il vuoto le spalancava la bocca per inghiottirla.

Ogni giorno tornava. Guardava. Taceva.

Poi una notte, sognò lo zio.
Non le parlava. Ma le teneva la mano.
Con dolcezza e paura.
Quando si svegliò, il sogno bruciava più della realtà.

All’alba urlò:

“Non voglio dimenticare! Non voglio lasciare chi amo!”

Nessuno rispose.

Fece un passo.

E quando il piede sarebbe dovuto cadere, sotto di lei si materializzò una lastra di pietra.
Solida. Ruvida. Fredda.

Un altro passo. Un’altra lastra.

E poi un’altra ancora.

Avanzava sospesa sull’abisso.
Le mani tremavano. Gli occhi bruciavano.

Quando fu abbastanza vicina, tese la mano.

La chiave scese, lieve, e si lasciò afferrare.

Il vento cessò. Il cielo tacque.

Ele tornò indietro senza voltarsi.


La tempesta

Quella notte, l’isola impazzì.
Il cielo si spaccò.
I fulmini cadevano a pochi passi.
Gli alberi urlavano.

Il vento la sbatteva contro le rocce.
Le gambe sanguinavano. Le mani graffiate.

Il cuore correva più veloce del corpo.

Ele gridò.

“Basta! Voglio tornare! Non voglio farcela da sola!”

Ma l’isola non rispondeva.
La volpe era sparita.
Solo echi. Voci. Mille. Una sola.

Tra le fronde spezzate, vide una figura. Oscura. Immobile. Con le mani sul volto.
Non parlava. Non si muoveva. Si disfaceva nel vento.
Sabbia. Fumo. Ombra.
E occhi che erano i suoi. O forse no.

Una voce le attraversò il petto:

“Crescere è camminare anche quando tutto dentro di te ti chiede di restare.”

Ele cadde in ginocchio. Non respirava.
Poi chiuse gli occhi.
E il mondo tacque.


La Seconda Chiave

Il lago era nero come la cenere.
Immenso. Silenzioso. Morto.

La volpe si fermò sulla riva, accanto a Ele.

“Sotto di te, c’è ciò che temi di vedere. Devi immergerti.”

La voce era umana. Ma pareva venire da molto lontano.

Ele chiuse gli occhi.

Entrò nell’acqua.

Il gelo la morse subito.
Le braccia si appesantirono.
I polmoni sembrarono restringersi.

Scivolò sotto la superficie.

Scendendo, il buio la inghiottiva.
Scivolava tra pensieri che non erano più suoi.

Per un istante vide una stanza vuota.
Una sedia riversa, senza nessuno.
Una porta socchiusa da cui non usciva alcuna luce.
Un cortile grigio, dove nessuno veniva a cercarla.

Ogni visione le sfiorava la pelle come una lama fredda.

Poi, tra il buio, qualcosa si mosse.

Un enorme pesce d’argento, dal corpo lungo e piegato come una cicatrice.
I suoi occhi erano vitrei e tristi.
In essi c’era tutta la tristezza del mondo.

Il pesce non parlò.
Ma si avvicinò.

Girò lentamente intorno a Ele.
Poi, senza toccarla, cominciò a scendere.
E lei lo seguì.

Il peso dell’acqua si faceva insopportabile.
Le membra si muovevano come in un sogno malato.

Laggiù, in fondo, l’altare spezzato la aspettava.
Tra le fessure, incastrata, la chiave.

Ele avanzò.
Allungò la mano.

La pietra pareva volerle strappare via le dita.
Il lago pareva volerla trattenere.

Con uno strappo ruvido, afferrò la chiave.

Quando si voltò, il pesce non c’era più.

Era sola.

Con la chiave contro il petto, risalì.
Ogni battito del cuore sembrava lacerarla.

Quando ruppe la superficie, il mondo parve respirare di nuovo.

Alle sue spalle, il lago chiuse lentamente ogni ferita.

E sotto, il buio rimase.


La terza chiave

Il bosco era cenere.

Niente foglie. Nessun canto.

Solo alberi contorti, svuotati, che si piegavano sotto il peso della loro stessa morte.

Al centro, un albero più nero degli altri si agitava.
I suoi rami si muovevano lenti, come serpenti ciechi nel fumo.

La volpe era lì.
Accanto a lei.
Silenziosa. Immobile.

Ele avanzò.

I rami si protendevano verso di lei, strisciando sulla terra umida.
Graffiavano l’aria.
Graffiavano il cuore.

Il ciondolo le batteva sul petto.
Come un cuore estraneo.

La volpe le sussurrò:

“A volte, per salire, devi lasciare ciò che ti ha protetta.”

Ele si fermò.

Si strinse il ciondolo tra le dita.

Il mondo attorno tremava.

L’albero si chiudeva su di lei.
I rami si avvolgevano alle sue braccia.
Ai polsi.
Alle caviglie.

Il ciondolo era l’unica cosa calda rimasta.

“Non voglio…”, mormorò.

Le lacrime le rigavano il viso.
Caddero senza suono.

Con un gesto spezzato, sciolse il nodo.
Lasciò cadere il ciondolo tra le radici.

Il legno scomparve.
Inghiottito come un segreto.

Subito, i rami si allentarono.
Solo quel tanto che bastava.

Ele si arrampicò.

I rami le graffiavano la pelle.
Un ramo più grosso le lacerò il braccio.
Il sangue scivolò lento, come una riga di creta rotta.

Non si fermò.

Strappandosi via.
Salì.
Perdendo pezzi di se stessa ad ogni metro.

In cima, la chiave splendeva debole.

Come l’ultimo battito di un cuore lontano.

Ele la afferrò.

La ferita sul braccio bruciava.

La pelle sotto le dita era nuova.
Cruda.
Ma forte.

Si guardò la cicatrice aperta.

Non era più la bambina che aveva varcato il portale.

Era qualcos’altro.

Qualcosa che poteva finalmente camminare da sola.


Il ritorno

La chiave era fredda e pesante, ma nelle mani di Ele sembrava leggera.

Voltandosi, cercò la volpe.

Non c’era più.

Solo il vento sfilacciato, solo alberi morti.

Si sentì improvvisamente vuota, come se avesse perso qualcosa che non aveva mai avuto davvero.

Stringendo le tre chiavi — ora opache, senza più bagliore — iniziò a camminare.

Attraversò l’isola.

Ogni passo cancellava un pezzo del paesaggio dietro di lei, come se il mondo stesso stesse smettendo di esistere.

Tornò alla radura.

Le radici della quercia, ora secche e spente, si spalancarono piano, mostrando il varco.

Ele esitò.

Guardò indietro.

Nessuna traccia della volpe.

Solo la sua assenza piena di presenza.

Fece un passo.
Poi un altro.
E sparì.


La realtà la accolse come un bicchiere scheggiato.

Il parco era lo stesso, eppure era diverso.

Più piccolo.

Più spento.

La casa l’aspettava, con finestre opache e stanze vuote.

Dentro, il silenzio aveva una voce.

Tutto era fermo.

Sul letto, una busta.

Dentro, un foglio.

Bianco.

Solo una frase, scritta a mano, tremolante:

“Dove finisco io, inizi tu.

La cicatrice

Ele si guardò il fianco.
La cicatrice era lì.
Una linea viva, ruvida.
Non bella. Non nascosta.

Ma sua.

Aprì la finestra.

L’aria fredda le riempì i polmoni.

Sul prato, per un istante, qualcosa di rosso.

Forse una volpe.
Forse solo la memoria.

La guardava.
Non per trattenerla.

Ma per vederla andare.

Ele sorrise.
Fece un passo.
Poi un altro.
Poi non contò più.

Loading

Tagged come: , , , ,

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.