Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Le scuole di campagna” di Maria Laura Antonini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Mio figlio frequenta la San Giulio, pieno centro storico, non la sede centrale, la sezione
distaccata, ma sempre San Giulio è. Certo ci sono un po’ di sacrifici da fare per portarlo, il
traffico, la strada angusta, ma vuoi mettere? Gli iscritti sono tutti figli di professionisti
affermati: medici, magistrati, qualche illuminato imprenditore. La vita è fatta di contatti e di
scelte e questa è la scelta giusta”.

Orsola ascoltava spesso lo sciabordio di chiacchiere simili
in sottofondo, nei corridoi, al supermercato, nelle attese infinite, numerino in mano, al
bancone gastronomia, il sabato mattina e si morsicava le unghie nervosamente, come faceva
da bambina, di nascosto però, adesso, che, madre di due pargoli, si rendeva conto di non
aver mai fatto una simile valutazione in vita sua. La scuola da scegliere era la scuola vicino
casa, punto, senza troppo interrogarsi sulla qualità degli insegnanti o, peggio, degli alunni
o, peggio del peggio, delle famiglie degli alunni. La vita è fatta di scelte e Orsola le aveva
sbagliate quasi tutte, compresa la scuola per quei malcapitati che aveva messo al mondo e
che avrebbero meritato madri migliori e più consapevoli.

Trascinava il carrello carico di cose
pronte, congelate, precotte, con quel senso di inadeguatezza alla vita domestica, alla vita in
genere, che la accompagnava da sempre, fino alla cassa. Pagava furtiva e sgattaiolava via,
salutando appena i presenti e temendo di incontrare conoscenti che sarebbero stati da
salutare a loro volta, per quelle sane regole del vivere sociale che a lei stavano sullo stomaco
e ci restavano pure, perché non riusciva né ad esprimerle, né a digerirle. Le scuole
prestigiose, fin dalle elementari, non le erano mai venute in mente, come al solito. Alle cose
importanti, Orsola ci pensava sempre dopo. Dopo, quando era ormai troppo tardi. La morale
era e restava una ed una soltanto: bisogna essere al posto giusto, nel momento giusto e
conoscere le persone che contano, stringere relazioni, creare rapporti e bisognava
cominciare presto, prestissimo, dall’asilo, dalla scuola elementare, massimo dalle medie,
oppure eri fregato. Questo significava che non solo Orsola aveva incolpevolmente fregato2
sé stessa, coltivando un’istruzione di campagna per tutto il ciclo scolastico, ma in più aveva
scelto lo stesso destino per gli altri, che poi tanto altri non erano in quanto suoi, figli appunto.
Che fatica pensare, organizzare, prevedere per una come lei, incline a lasciare
semplicemente che le cose accadessero, per poi trovare il modo di aggiustarle, strada
facendo, se possibile o abbandonarle al loro destino, quando tutto fosse andato perduto,
senza malinconie, senza rimpianti. Però ‘sta cosa delle scuole del centro la faceva
innervosire, perché, al netto del capello biondo-freddo-lucido e dello stile british, quelle
madri non avevano nulla in più di lei o forse si, un conto in banca meno tormentato, un
marito che pensava a tutto e soprattutto dei figli che avrebbero trovato, presto e bene, la
loro strada, solo per aver frequentato la scuola giusta, al momento giusto, coi compagni di
classe giusti.

Ma si può mai vivere con questi dubbi, superati abbondantemente gli anta?
Evidentemente sì. perché Orsola era viva. Stralunata, acciaccata ma viva e colpevole o
almeno a tratti, si sentiva così: viva e colpevole. Riavvolgendo il nastro però la memoria le
faceva brutti scherzi consolatori, rinviando al mittente, cioè proprio a lei, ricordi di numeri,
lettere, sorrisi, diari, bigliettini scambiati con l’amica del cuore che le facevano apparire
fasulli i progetti delle madri al bancone gastronomia del supermercato, il sabato mattina. Lei
nelle scuole di campagna era stata felice, ma sul serio, di quella felicità vera dei bambini
che non hanno ancora sperimentato la paura o l’agonismo o l’antagonismo e
incredibilmente, a pensarci ora, era proprio andare in quelle scuole a renderla la bambina
contenta, di sé e del mondo, che era stata. Ecco perché non aveva riflettuto sui possibili
legami da creare per un futuro splendente se sei di banco col nipote del noto imprenditore
e della sorte meschina che ti capita invece, se la tua compagna di banco, nonché migliora
amica, è figlia di un camionista. Quanta leggerezza, che lieve spensieratezza le avevano
regalato quegli anni.

Orsola si batteva il petto, malediceva la propria incoscienza dall’uscita
del Supermercato fino alla macchina, mentre caricava la spesa a chilometro diecimila appena3
fatta, travolgendo tutto e tutti, scelte di vita comprese, sentendosi in colpa per i gamberetti
surgelati dell’oceano Pacifico acquistati al posto del cavolo biologico che una brava madre,
addomesticata a dovere, avrebbe dovuto mettere in tavola per salvaguardare le future
generazioni da tutte le possibili malattie, comprese quelle dell’anima. Ma Orsola era anche
volubile, orgogliosa, sfacciata e il tempo di arrivare a casa, di aprire a mano il cancello e già
in lei, sottilmente, impercettibilmente, si era insinuato, strisciando, lento ma inesorabile, il
dubbio di aver fatto non bene, ma benissimo e al diavolo le mamme brave, bravissime,
impeccabili, impeccabilissime. Non aveva ancora sistemato la spese che già glorificava i suoi
metodi punk per sopravvivere, perché si, vuoi mettere quello che le scuole di campagna
erano state capaci di regalarle coi pomeriggi noiosi a casa dei figli degli avvocati subiti,
certamente, dai suoi coetanei? E pazienza se ora non poteva vantare amicizie importati,
contatti risolutivi, legami che sarebbero valsi incarichi prestigiosi. La sua scuola di paese non
l’avrebbe mai cambiata con nessun’altra. Lei era cresciuta con gente diversa e ne era
orgogliosa. Il cervello, ormai in un delirio di endorfine e di onnipotenza, continuava a
rispedirle ricordi. Elvira, ad esempio, nata lungo il fiume. Non proprio lungo le sue sponde
ma era certo facilissimo arrivarci; bastava inforcare la vecchia bici, girare la testa a destra e
a sinistra per verificare che non passassero macchine sulla provinciale, attraversarla
velocemente e arrivare fino al passaggio a livello protetto solo da due semplici sbarre. A
quel punto, le raccontava, che il cuore batteva un po’ più forte, ma solo all’inizio, perché poi
aveva imparato a memoria gli orari del trenino che attraversava due volte al giorno la
campagna e procedeva spedita, sicura, sorridente, il vento in faccia e i piedi che spingevano
i pedali senza fatica.

Era facile arrivare al fiume. Ed Elvira, infatti, lo faceva ogni mattina, da
ottobre a giugno, per frequentare la scuola elementare piantata lì in mezzo al verde come
la casa nella prateria. Frequentava la scuola appunto, non la sua classe, perché c’erano
pochi, pochissimi bambini, una sola maestra ed un’unica, fantastica e irriducibile pluriclasse.4
O almeno a lei sembrava unica e fantastica che irriducibile lo era di sicuro: anche solo un
alunno in meno e quel baluardo di cultura sarebbe stato spazzato via e assorbito dalla scuola
del paese, piccola anche quella ma lontanissima dal fiume e a questo Elvira non poteva
neanche pensarci. Fiume a parte, infatti, lei era sul serio la più brava della pluriclasse e di
conseguenza della scuola intera e non intendeva rinunciare né a guardare scorrere quelle
acque placide ogni santo giorno, né al suo personale primato di plurialunna tutti dieci tondi,
tondi, in tutte le materie. Così il fiume era stata la sua meta di mattina l’inverno, di
pomeriggio l’estate e lungo quel corso d’acqua era cresciuta imparando tutto quello che
c’era da imparare dalla maestra, dai suoi compagni, dai genitori, dai vicini di casa. L’ordine
di apprendimento era assolutamente casuale e cambiava coi giorni e con le stagioni. Alcune
volte imparava tutto dai suoi, altre dalla maestra o dagli amici o dai vicini, sempre imparava
moltissimo dal fiume che a bassa voce, dolcemente non smetteva mai di parlarle. E detta
così sembra una cosa da niente.

Cosa avrà imparato mai da una scuola dove un bambino di
prima si siede accanto ad uno di terza o di quinta, dove c’è una sola aula riscaldata dalla
stufa a legna accesa ogni giorno dall’insegnante, che la bidella, in mezzo a quella landa, la
signora Direttrice ce la spediva si e no una volta a settimana? Un milione di cose in realtà.
Quegli occhi accesi, quelle gote rosse, quel cervello rapido incameravano ogni minima
informazione, memorizzavano ogni singolo dettaglio, incasellandolo in un foglio a quadretti
–più tardi si sarebbe trasformato in un file di excel- mandandolo a memoria per sempre. Poi
era arrivata la scuola media, l’anello debole della formazione secondo molti, un’esperienza
indimenticabile per pochi fortunati. Orsola tra loro. Le sembrava ancora di vederlo entrare,
quel professore di italiano coi capelli per aria e la malinconia negli occhi, lame brucianti però,
all’improvviso, quando parlava di Calvino, di Primo Levi, dei poeti maledetti. Le spalle curve
e l’aria triste, il peso del mondo trascinato con fatica lungo tutte le scale ripide. Valicata la
soglia della classe stiepidita appena dalla solita stufa a legna però, si accendeva di passione.5
Passione per loro, adolescenti inermi, organismi unicellulari, vuoti di ogni conoscenza,
disarmati davanti al mondo degli adulti. Un gigante che li trattava alla pari, che gli faceva
domande, che si interessava al loro punto di vista.

Si può essere molto fortunati senza
neppure accorgersene. “Il poeta è simile al principe delle nubi che durante la tempesta se
la ride degli arcieri ma se cade al suolo, esiliato dal suo cielo, non riesce a camminare proprio
per le sue grandi ali”. Avevano imparato lei e gli altri, tante cose alla scuola media di quel
piccolo paese, al punto da provare ancora un misto di orgoglio e nostalgia e compreso solo
dopo tanti anni, che quel Prof. stralunato e sfortunato, leggendogli Baudelaire parlasse pure
un po’ di lui. Il tesoro accumulato era stato grande e prezioso, il nocciolo vero di un essere
umano formato in quel modo, in una scuola di un borgo di campagna, aveva resistito al
tempo, alle sirene delle carriere sicure e pure ai sensi di colpa instillati da madri dai capelli
impeccabili, il sabato mattina in fila al bancone gastronomia.

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