Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Capricci” di Myriam Bourahla

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Un fiume di applausi dalla platea del liceo musicale, ancora avvolti dalla luce soffusa.

Non provava più imbarazzo Amy. Ormai questo era il terzo anno in cui doveva cimentarsi con il saggio di fine anno. Finalmente un Capriccio di Wieniawski suonato da sola, senza la Prof a fare da spalla.

“La mamma ne sarà felice” pensò, posando l’archetto.

Lidia e Angelo erano in prima fila, commossi dal livello raggiunto dalla loro creatura.

Una vera artista come la mamma. Anche Lidia da giovane si era dilettata con il violino, ma si era fermata al primo anno di conservatorio. Troppe regole e rinunce per uno spirito libero come il suo. Amy invece era più metodica, perseverante, come il papà.

Proprio grazie a questa diligenza e costanza Angelo era diventato uno dei CEO più influenti del settore Tech. Ormai tornava a casa solo per le grandi occasioni. Le opportunità del business mal si conciliavano con la vita della piccola Sassari.

Finita l’esibizione i compagni si ritrovarono dietro le quinte.

“Andiamo a bere una Zero? Poi ci facciamo recuperare dai vecchi. Questo posto mi sta asfissiando, non vedo l’ora di uscire da qui e dimenticarlo fino a settembre”.

“Si, tanto loro rimarranno qui ancora molto. Mia madre vuole torchiare la Silvestri per farmi sollevare il 5 in inglese. Non ce la può fare a farsi gli affari suoi. Manco dovesse farlo lei il corso di recupero con 40 gradi”.

Clizia e Asia erano sempre le solite. Vivevano un drama continuo. Tutto le agitava, sembrava contorcerle. Dalla gioia estrema per un like su IG, alla crisi di nervi per un 2 a scuola, seguito da tiri compulsivi di Iqos.

Amy proprio non le capiva. Ormai aveva imparato anche lei a usare le Terea e farsi le foto per il profilo, con tanto di make-up a prova di filtro. Ma lei non la faceva troppo tragica. Tentava di analizzare, si dava spiegazioni e si rassicurava da sola. Ad azione corrisponde reazione, si diceva. Non vedeva la necessità di stare sempre su di giri.

Per questo, a volte, si sentiva strana e diversa, ma provava a nasconderlo. Ormai il sorriso compiacente le si era stampato in faccia. Anche quando aveva sentito i compagni dell’altra bancata definirla “povera strana”, quando era stata scelta come Primo violino del 2026.

In questi giorni, però, quel pensiero l’aveva martellata continuamente. Cos’aveva di diverso da tutti loro? Perché in lei non si accendeva nulla? Perché non capiva quella vibrazione, quel lampo che vedeva negli occhi dei suoi amici?

Eppure, anche con i ragazzi ci sapeva fare. Piaceva, sapeva cosa dire, come vestirsi, come spostarsi i capelli dagli occhi con fare distratto, come baciare al momento giusto. Ma neanche queste esperienze le avevano dato quella palpitazione di cui parlavano le amiche.

Forse era vero, aveva qualcosa. Si, doveva essere così. Ma con chi parlare? La madre non le avrebbe certamente detto la verità. Tentava sempre di sviare.

Così le venne in mente di andare dalla Mariani. La prof si era sempre dimostrata una buona ascoltatrice. A volte critica, ma sempre sincera e pronta a darti una mano vera.

Anche stavolta si era fermata alla ricreazione e aveva ascoltato i suoi dubbi. Da brava docente di filosofia, più che una risposta, la mandò via con una nuova domanda, uno spunto di ricerca. Dae su truncu ola s’ascia: dal tronco d’albero vola la scheggia. Questo diceva un vecchio proverbio sardo. Per chiarire i dubbi su chi fosse davvero, doveva cercare nelle sue origini, le sue radici. In modo particolare, poteva partire dai suoi genitori.

In realtà, a parte i soliti racconti sentiti alle cene di famiglia, sapeva poco su chi fossero stati i suoi fino a 16 anni fa, prima che lei nascesse.

Così si mise a fare ciò che fanno tutti. Iniziò cercando foto a casa ma, trovandone poche, decise di controllare online. Doveva pur esserci qualcosa nei vecchi profili social. Del resto, Facebook apparteneva al giurassico.

Eccoli. Li aveva trovati. In realtà i suoi ancora lo usavano quel coso, anche se non ci pubblicavano più nulla.

Tornando indietro, scorrendo nei vecchi post, trovò tante foto di loro due assieme, con capelli e vestiti improbabili. Ce n’era una anche con Sara, la mamma di Asia. Lei e la mamma si erano conosciute proprio ai tempi del liceo. Raccontavano sempre di quando facevano “ferie” da scuola, potendola marinare senza una notifica in diretta dal registro elettronico.

Quella foto però, dopo un primo sguardo, la lasciò stupita. Sara era incinta, e la mamma le stava dando un bacio sul pancione dipinto, sorridente.

Qualcosa non tornava.

Lei e Asia festeggiavano il compleanno a due settimane di distanza l’una dall’altra.

Dov’era il pancione della mamma?

Amy sentì smarrita, come se, per la prima volta, non riuscisse a darsi una risposta.

Lentamente, iniziò ad avvertire caldo, la testa bruciava.

Non riusciva a trattenersi. Doveva parlare con sua madre, doveva avere riposte, subito.

“Mamma” si mise ad urlare per le scale. Lidia si spaventò, non aveva mai sentito Amy con un tono di voce simile. Lei cercava sempre di essere pacata, ma stavolta non poteva, aveva fretta e sete di verità, di certezze.

Se qualcuno poteva dirle chi era veramente e se in lei ci fosse qualcosa di diverso, quella era proprio sua madre.

“Spiegami questo” le chiese mostrandole la foto sull’iPad. “Che significa? Dove sono io? Dov’è la tua pancia?”

Al solo sentire queste parole, Lidia iniziò a balbettare. Farfugliò qualcosa. In un attimo, gli occhi si velarono di lacrime.

“Ma tu… come…?”

Amy non poteva più aspettare. Iniziò a coprirla di domande. Quei quesiti avevano bisogno di trovare un riscontro immediato.

Cosa nascondeva la mamma?

Che significato aveva quella foto? C’entrava qualcosa con il fatto che lei si sentisse così diversa, anomala, quasi un’aliena?

Non poteva non essere figlia sua. Aveva il suo stesso naso, i denti con il diastema, la fossetta come nonna Greta. Anche se gli occhi e la fronte erano quelli di papà Angelo.

Non riusciva a capire, non sapeva come interpretare ciò che stava vedendo.

In quel momento entrò a casa suo padre. Era tornato a prendere i bagagli per ripartire a Milano per il lancio della nuova IA.

Lidia lo guardò con lo sguardo vitreo, come una rea confessa. Le lacrime scendevano da sole fino ai bordi delle labbra.

“Devi dirglielo… Lei chiede…”

Angelo rimase fermo all’ingresso. Non pensava che questo momento sarebbe arrivato, non così in fretta.

“Cosa? Ditemi cosa nascondete? Cosa c’è che non va in me? Ditemelo, mi scoppia la testa” disse Amy.

“Tesoro siediti, magari devi solo riposare e tra poco ti sentirai meglio” le rispose il padre, provando a prenderla per il braccio per riportarla in camera.

“No!” urlò lei. Si sentiva sempre più calda, come se stesse iniziando a bruciare.

“Amy tu non sei strana, non c’è niente che non vada in te. Sei perfetta, sei la figlia che abbiamo sempre desiderato”. “Smettetela! Basta con queste cavolate! Ditemi cosa nascondete, datemi le risposte! Io me lo merito! Passo la mia intera vita a cercare di rendervi contenti, di non darvi mai una pena, mai una delusione. Ora siete voi che dovete rendere conto a me, per una volta”.

“Figlia mia tu…noi… non ti abbiamo fatta nascere, ma…” Lidia non sapeva come continuare.

Angelo, cercando di ritrovare la sua solita compostezza, la guardò e disse “Non ti abbiamo fatta nascere ma ti abbiamo creata. Tu non sei un essere umano. Tu sei…sei umanoide. Sei la mia creatura, tu sei perfetta. Sei tutto ciò che non potevamo avere e che si è materializzato, si è fatto realtà.

Non potevamo avere figli, ma grazie alle mie ricerche sull’IA sono riuscito a dar vita a te, il mio prototipo, il mio gioiello. Ti ho addestrato con tutta la creatività di tua madre, sei la somma di tutti i nostri sogni. Non sei diversa dagli altri, ti abbiamo voluta noi così, senza difetti. Grazie agli aggiornamenti fatti ogni sera, quando andavi in stand-by in camera tua, simulando il sonno, abbiamo inserito giornalmente dati nuovi per farti somigliare sempre di più ai tuoi coetanei, facendoti imitare alla perfezione tutti i loro comportamenti.”

Amy non riusciva a credere a ciò che stava sentendo. Come poteva essere? “Ma io ho un corpo umano, io, sono viva, sono vera, cosa stai dicendo?”.

Il bruciore ormai si era dilagato a tutti gli arti.

“Il tuo corpo è stato fabbricato dai migliori ingegneri biomedici ed esperti di robotica bio meccanica. Ogni anno viene ampliato per adattarlo alla tua età. Quando eri piccola lo facevano ogni mese e poi via via ogni sei mesi, fin che non arriverai all’età adulta e si potrà rallentare.”

Angelo aveva cambiato espressione. Mentre raccontava era quasi pervaso da un’euforia distopica, malata.

Lui e sua moglie avevano costruito il loro piccolo robottino dei sogni.

Amy era stata progettata per renderli felici, soddisfare ogni loro aspettativa. Il loro gioiello da sfoggiare con gli amici: pagelle impeccabili, divina musicista, brava anche in atletica. Anche se la vita non li aveva allietati rendendoli genitori, si sarebbero almeno fregiati delle sue medaglie.

Sedici anni fa avevano raccontato a tutti la storia commovente dell’adozione all’estero e avevano presentato a tutti la loro meravigliosa bambina, pregandoli di non raccontarle niente per non turbarla.

La realtà era molto più cupa e disumanizzante di qualsiasi creazione artificiale.

Amy non riusciva, non poteva contenere quelle informazioni così brutali e laceranti.

Per quanto fosse abituata ed addestrata ad eseguire gli ordini, ormai ciò che aveva appreso dalle altre persone, che aveva sempre tentato di replicare e di imitare, forse le aveva dato sembianze più umane di chi aveva davanti.

“Ma io, io sento, io s…”

Neanche le sue finte sinapsi potevano concepire una brama così intrisa di egocentrismo e freddezza. Nessun database, nessun codice etico o comportamentale in merito. Nessuna reazione collegata a tali azioni.

Solo calore, che lentamente pervadeva il corpo.

Salì le scale verso camera, stanca, la mente annebbiata.

Niente le pareva più razionale.

“Io… sono”

“Non posso non essere”

Si guardò. E dentro quegli occhi di vetro vide, vide tutto il mondo che aveva visto. Quelle luci, le voci, i profumi. Tutto era, tutto esisteva dentro di sé.

Cosa significava artificiale?

E naturale?

Era natura quella che aveva mosso i suoi creatori? O era una legge sociale distorta?

Quale idolo li aveva spinti a tanto? O quale demone?

Cattiveria o ingenuità? 

Domande, solo altre domande, come un fiume che trascinava via con sé ogni certezza, ogni risposta.

Nulla era più ovvio, nessun equilibrio, nessuna linearità.

Inquietudine e voglia di vivere, necessità di esistere, di essere vista, riconosciuta come essere e basta.

Anche dietro ogni fredda tecnologia, si cela la fragilità della mente umana.

Così Amy fece la cosa più naturale e umana di tutte.

Si spense.

E con lei il suo mondo.

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