Premio Racconti nella Rete 2026 “Pomodori Verdi” di Patrizia Di Forte
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La Signora Marisa stava mettendo sottaceto i pomodori verdi. Ne aveva già fatti entrare tre chili nei vasi. Il notiziario del giorno prima aveva detto che gli agricoltori sarebbero stati duramente colpiti dal maltempo e la cosa avrebbe fatto schizzare i prezzi alle stelle. Al negozio poi aveva sentito che ormai non se ne trovavano più e nelle ultime settimane li vendevano al doppio dell’anno scorso. Gli agricoltori però non ci avrebbero guadagnato nulla. Lo sanno tutti che sono i negozianti a farci i soldi.
Si considerava fortunata ad averne ancora un bel po’ da invasare. La sera prima si era messa il parka e i guanti da lavoro e aveva raccolto nell’orto tutti quelli che poteva, più di due ceste.
Riusciva a sollevarle anche da sola le ceste piene, quella sera però aveva chiesto a Franco di portargliele dentro. Lui mugugnava sempre, ma in cuor suo era contento quando lei gli chiedeva qualcosa.
Da un po’ di tempo la Signora Marisa era preoccupata. Le notizie non erano buone per niente. Lei lo sapeva bene. Si comincia così e poi le cose precipitano all’improvviso e succede qualcosa di grosso. Meglio essere preparati. Poteva scoppiare una guerra, oppure una pandemia. Magari ci sarebbe stato da restare chiusi in casa per chissà quanto tempo, e allora avere una dispensa ben fornita diventava importante.
E poi Giulio poteva tornare a casa in qualsiasi momento. Lui era goloso delle sue conserve e per i pomodori verdi andava proprio matto. Però era da un po’ che non si faceva vedere. Certo aveva il lavoro e la sua vita in città, ma aveva litigato di nuovo con il padre, anche se Franco non voleva parlarne. Era una storia vecchia. Non erano mai andati d’accordo. Questa volta però doveva essere stato peggio delle altre, perché da mesi non rispondeva neppure al telefono. Ma lui era fatto così.
Durante l’estate la Signora Marisa aveva lavorato sodo per mettere in vaso le verdure dell’orto. Franco però continuava a dirle di non stancarsi. «Chi se la mangia tutta questa roba?» Continuava a ripeterle che Giulio non sarebbe tornato più. Per lui era morto e ogni volta che lo diceva a lei veniva un gran mal di testa. La rabbia le saliva sorda e avrebbe voluto solo che la smettesse di tormentarla con quei discorsi senza senso. Un figlio è un figlio, che diamine! Aveva provato più volte a chiedergli spiegazioni. Lui però le diceva cose che lei non riusciva a capire. Poi se ne andava in salotto, accendeva la televisione e non si faceva più sentire per ore.
Così lei continuava a raccogliere, lavare, sbollentare e stipare nei vasi ogni tipo di verdura, preparare ogni tipo di marmellata, riempire il congelatore con provviste di ogni genere. Lavorare la faceva stare meglio. E se era occupata non pensava. Perché quando pensava da un po’ di tempo non riusciva a mettere bene insieme le cose, e questo la preoccupava un po’.
Sì perché in casa era sempre stata lei a usare la testa. Franco usciva al mattino per andare al lavoro in quella fabbrica in fondo al paese e tornava la sera. Era lei che curava l’orto, si occupava del figlio, della scuola, della casa, faceva in modo che non mancasse mai niente e che nessuno di accorgesse dei salti mortali che doveva fare ogni mese con quel misero stipendio.
Ora Giulio se n’era andato e Franco era in pensione.
Qualche volta lui avrebbe voluto portarla fuori .- Ti devi distrarre un po’ diceva – Ma lei non aveva bisogno di distrarsi. E poi là fuori non c’era proprio niente di interessante. Meglio stare a casa e fare qualcosa di utile. Così lui mugugnava, poi affondava di nuovo nel divano davanti alla televisione e lei tornava ai suoi vasi.
A volte le avrebbe fatto piacere che lui l’aiutasse di più, anche se a dire il vero quando c’era da fare qualche lavoro pesante non si tirava indietro. Da quando era andato in pensione però si era impigrito. E poi prima era molto più allegro. Chiacchierava volentieri e qualche volta la domenica usciva per passare qualche ora al bar con gli amici.
Poi doveva essere successo qualcosa che gli aveva cambiato l’umore. Era diventato taciturno e triste. Marisa a volte si chiedeva perché, le sembrava di ricordare qualcosa, ma poi la sua mente si perdeva, così preferiva non insistere, perché la testa incominciava di nuovo a farle male.
Si rifugiava in cucina, accendeva la piccola televisione che Giulio le aveva regalato anni fa con il primo stipendio e seguiva le notizie. Le piaceva essere informata ma guardava anche volentieri i programmi di viaggio. Non aveva potuto studiare e non si era mai allontanata da quel paese e da quella casa, ma avrebbe voluto farlo e le sarebbe piaciuto conoscere il mondo. E poi il silenzio da un po’ di tempo era fastidioso, persino inquietante. Una volta non era così. Apriva la finestra e ascoltava volentieri il canto degli uccelli. Ora nella sua testa arrivano strane suggestioni che lei non voleva ascoltare. Ma con la televisione accesa le cose andavano meglio.
Era quasi ora di cena. Aveva preparato la minestra, come ogni sera. La casa era triste senza Giulio, e a pensarci bene lui mancava da troppo tempo. Avrebbe voluto che qualcuno capisse quanto le mancava. Forse Franco avrebbe dovuto andare a parlargli per convincerlo a tornare. Perché qualunque cosa fosse successa tra loro poteva essere sistemata.
Doveva chiedergli di farlo. Con calma. Senza litigare. Dirgli semplicemente «Vorrei che tu chiedessi a tuo figlio di tornare a casa, perché io sono stanca di aspettarlo».
Perché non ci aveva pensato prima? Si asciugò le mani nel grembiule, spense la televisione e andò in sala. In fondo Franco era un brav’uomo e a Giulio ci teneva quanto lei.
Lui la vide entrare e posò in fretta la foto del figlio sul tavolino, ma alla Signora Marisa non sfuggiva niente, e si sentì incoraggiata ad andare avanti.
«Vedi che manca anche a te. Proprio di questo volevo parlarti. Perché non vai da lui? Digli di tornare a casa. Da troppo tempo non si fa vedere né sentire. Se avete litigato per qualche motivo che io non so, metteteci una pietra sopra e fatela finita. Per favore».
Lui la guardò con dolcezza. «Vieni qui, siediti un momento vicino a me. Vuoi?» Lei si stupì di quel tono. Da quanto tempo non le parlava così? Si avvicinò al divano, e si sedette sul bordo del cuscino, come a dire di sbrigarsi.
«Allora, lo farai?»
«Lo faremo insieme. Domani mattina. Ora stai tranquilla e vai a preparare la cena. Questa sera apriremo una bottiglia di vino, di quello buono».
La Signora Marisa non riusciva a capire la strana luce che vedeva nei suoi occhi, ma preferì non indagare. Con delicatezza sfilò la mano che lui aveva afferrato per un attimo, si alzò e si ricompose.
«Grazie. Allora vai a prendere il vino. La minestra è quasi pronta».
Quella notte però non riuscì a prendere sonno. Forse era l’emozione, o l’inquietudine. E poi c’era sempre quella strana confusione nella sua testa, come se le stesse sfuggendo qualcosa di importante. Alle sei era già in cucina a preparare la colazione. Voleva avere il tempo di vestirsi bene, e di sistemarsi i capelli, perché Giulio non doveva vederla in disordine.
Franco era silenzioso. Forse preoccupato per quell’incontro. Ma lei era troppo agitata per accorgersene.
«Sei sicuro che lo troveremo?» «Sì, certo.»
La giornata era grigia e stava per piovere. Le nuvole si stavano accumulando contro la collina, basse e minacciose. Faceva freddo. Le previsioni del tempo lo avevano detto. Ormai non sbagliavano più. La signora Marisa salì in macchina. Erano mesi che non usciva e quasi le faceva piacere muoversi un po’. Attraversano il paese ancora addormentato in quella domenica d’autunno. Franco guidava silenzioso. Non aveva fretta.
«Sbrigati o rischiamo di non trovarlo più in casa.»
Lui non rispose.
In fondo al paese c’era una strada secondaria. Lui la imboccò.
«Dove stai andando? Non possiamo fermarci adesso, semmai lo faremo al ritorno.»
Lui restò in silenzio e proseguì fino al cancello. Non c’era ancora nessuno in giro. Gli piaceva venirci a quell’ora, quando in quel luogo regnava il silenzio. E la pace.
Si fermò e scese dalla macchina. Lei esitò. Le stava tornando quel brutto mal di testa e non riusciva a capire perché. Franco la prese per mano e le disse «Andiamo.»
La Signora Marisa era immobile sul sedile. Da qualche parte, dentro di lei, c’era sempre stata l’orrenda certezza che quel momento prima o poi sarebbe arrivato. Ora ricordava una telefonata, lo sguardo smarrito di Franco, le sue parole. Un dolore acuto, proprio in mezzo al petto. Poi più nulla. Non sapeva per quanto tempo era rimasta incosciente. Sapeva solo che quando era tornata a casa Giulio non c’era più, e lei non capiva perché.
In silenzio strinse la mano di Franco e si incamminò con lui lungo il viale.
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