Premio Racconti nella Rete 2026 “A un passeggero” di Fiammetta Longo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Ho sempre pensato che il tuo gesto volesse esaurirsi lì, senza un vero scopo. Fine a sé stesso. Come naturale conclusione di quel silenzioso incontro in treno. Arrivato a destinazione, mi avevi reso tutto così semplice facendo scivolare quel biglietto da visita sul tavolino, dopo ore di sguardi nascosti.
Se il tuo intento fosse stato solo quello di lasciare un degno ricordo di quel momento, beh, caro passeggero, nella mia lettera fine a sé stessa potrei iniziare scrivendoti che quel biglietto di visita vive da anni nella cover del mio telefono.
Forse nella lettera mi inventerei un posto un po’ più romantico di quello, in ogni caso ti confesserei che non ho mai neanche saputo quali riferimenti ci fossero su quel biglietto da visita, ma ciò che è certo è che quell’elegante cartoncino grigio, con incise le lettere di un nome che non ricordo, presumibilmente di un’attività, la tua, che non ho mai saputo quale fosse, da quando me l’hai lasciato si muove tutti i giorni con me.
In questa lettera ti chiederei quali erano le ragioni di quel tuo viaggio all’epoca, e soprattutto perché partissi proprio da lì, alle 6 del mattino su un treno da Lecce. Non poteva essere casa per te, non eri del posto, si vedeva. Probabilmente ti divertirebbe leggere le supposizioni che feci sulla tua storia, lì in treno seduta davanti a te, pericolosamente sul filo tra stereotipo e fantasia. Ti scriverei che per me non potevi che essere australiano di origini, in vacanza, al primo viaggio in Europa. Tappa d’obbligo in Italia, alla scoperta del Sud più vero e di un mare che ti ricordasse il tuo. Quello delle lunghe spiagge delle tue coste, dove da ragazzo surfavi con i tuoi biondissimi capelli bagnati al vento. I percorsi comandati non ti piacevano sicuramente, no, eri uno di quei viaggiatori solitari, curiosi di scoprire strade meno battute. Ecco perché perderti tra i paesini del Salento, alla ricerca di autenticità.
Aggiungerei che mi confondevi perché la tua non sembrava una tenuta da viaggio, tanto meno da mare, e non avevi per niente l’aria del girovago. Nessuno zainone stracolmo da lunghe trasferte. Portavi con te solo quel piccolo borsello nero. E, illuminato dalla tua T-shirt bianchissima, il tuo viso era piuttosto rilassato. Tutto lasciava trasparire che non venissi da giorni di andirivieni senza sosta; non portavi i segni di quel felicissimo sbattimento di chi viaggia. Avevi una postura curiosa, fissando quelle infinite distese roventi, d’estate. Sporto al finestrino, non sembravi particolarmente interrogativo. Non ti stavi abituando a uno spazio nuovo. Era tutto naturale per te. Già conosciuto.
Quindi ti scriverei che poteva anche darsi che vivessi in Italia da anni e avessi deciso di lasciare il tuo Queensland tanto tempo fa, stanco della vecchia realtà, per costruirtene una nuova altrove. Chissà perché poi. E, magari, quei paesini meno battuti del Salento ormai li conoscevi perfino meglio di me.
Ti scriverei in questa lettera che mi incuriosivi mentre te ne stavi seduto in treno senza far nulla: non un libro da leggere, non un computer su cui lavorare o un telefono con cui cincischiare. Niente cuffie per ascoltare musica, niente giornali da sfogliare. Mai che ti fossi alzato per sgranchirti un po’ o andare in carrozza bar a prendere un caffè. E ti scriverei che quei delicati tentativi di intercettare il mio sguardo, di sfuggita, in punta di piedi, quelli li sentivo e non mi disturbavano.
Su quel treno stavo facendo lo stesso anche io. Mi divertiva. Ma fingevo di non accorgermi e di non ricambiare.
E nella mia lettera ti confesserei che, sì, mi piacevi. Te lo scriverei proprio così, dritto al punto, senza fronzoli.
Ti scriverei che ogni tanto, in questi anni, ho anche immaginato cosa sarebbe successo se ti avessi cercato, dando finalmente un senso a quel cartoncino grigio che mi accompagna in borsa tutti i giorni. Probabilmente mi avresti raccontato che scendevi a Napoli, quella volta, non perché non l’avessi mai vista, ma perché volevi vederla ancora. Perché anche lì c’è il mare. Mi avresti spiegato il motivo per cui lo cerchi sempre il mare, se ti ricorda casa e perché te ne sei andato. Ti avrei chiesto se sentire l’acqua addosso sia uguale, qui e lì.
Fuori da quel treno – ti scriverei, esagerando un po’ – ci siamo rivisti tante di quelle volte nella mia mente. Ti descriverei almeno uno dei nostri incontri immaginari, probabilmente il primo, quello in cui finalmente ascoltiamo anche le nostre voci, superiamo lo sguardo, iniziamo a parlarci e io ti racconto perché scendevo a Roma quella volta, e cosa ci faccio tuttora. Proverei anche a raccontarti dove ci siamo incontrati per quel primo appuntamento, a fare cosa. Magari ti avevo proposto la vineria di quartiere, il mio posto, quello con la luce calda e le pareti tappezzate di bottiglie. Il cameriere che mi conosce e che in quel caso mi avrebbe vista forse diversa dal solito, imbarazzata, meno libera. Ma non avrebbe mai dimenticato di portare i miei stuzzichini preferiti, lui sa che il primo calice lo accompagno sempre così.
Caro passeggero, probabilmente continuerei la mia lettera fine a sé stessa chiedendoti se dunque hai trovato la tua vera meta e, se sì, come. Quanto sia stato difficile e se tu abbia mai pensato di tornare indietro. Vorrei sapere delle persone che ti hanno aiutato a capire dove volessi andare, ma anche di quelle che ti hanno fatto dubitare dei tuoi passi.
E chiuderei, ringraziandoti per il più semplice dei motivi. Per aver visto me tra tutti i passeggeri del treno. Augurandoti di proseguire il tuo viaggio, se senti di non essere ancora arrivato dove credi.
Ti direi questo nella mia lettera. Ma non credo la scriverò mai.
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Un racconto molto intenso, che fa leva sulla memoria, su un desiderio irrealizzato e su una serie di possibilità mai concretizzate che avrebbero potuto rendere questo incontro casuale qualcosa di importante per la narratrice, la quale, pensando di scrivere una lettera a quel passeggero incontrato sul treno, costruisce una sorta di intimità con l’uomo, che non rivedrà mai più. Davvero bello! Brava!