Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La notte che il cielo brillò” di Elisa Raggini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Lei avrebbe voluto essere uno di quei conigli nella stia che si raggruppavano per farsi coraggio quando la mamma andava a dargli del fieno o quando, in concomitanza con l’arrivo improvviso del padrone, qualcuno tra loro spariva. Con lei, erano meno timorosi: gli allungava uno stelo di erba medica con il fiore rosa, attentamente cercato nel prato lasciato a maggese. Loro, dopo qualche attimo di incertezza, si avvicinavano attirati da quel regalo senza insidie, annusandolo prima di addentarlo attraverso la rete. La sua chiara vestina di cotone ondeggiava mentre correva a cercare i fiori più vigorosi da regalare ai suoi conigli. Era già molto caldo a maggio. L’anno scorso A. non camminava ancora. La mamma era sempre impegnata a dare disposizioni al fratello e alle due sorelle più grandi e a sorvegliare che il fratellino minore non si mettesse in pericolo. A lei non arrivavano attenzioni o impartizioni particolari. Forse aveva ancora un’età che le poteva permettere di giocare pur di non combinare guai e non arrecare disturbo. Attendeva in silenzio che accadesse qualcosa, come i suoi conigli.

Si accorse di loro solo quando vide quelle gambe magre fin troppo famigliari che correvano. “Vieni anche tu?” le chiese allegramente l’amica che abitava nel casolare poco distante. Senza indugiare la raggiunse, unendosi al resto del gruppo di bambini. Le ciliegie erano mature al punto giusto e gli adulti erano via nei campi. Il momento era perfetto. Non aveva visto molto del mondo, se non il casolare dove viveva con il babbo, la mamma e i quattro fratelli, dirimpetto alla casetta dove viveva il nonno da solo, ma era certa che non esistessero cose altrettanto divertenti da fare per una bambina, come arrampicarsi sugli alberi di ciliegio e fare una scorpacciata di frutti senza essere scoperti dai proprietari. Presto sarebbe dovuta uscire anche lei a pascolare le pecore come già facevano i fratelli maggiori e allora ci sarebbe stato meno tempo da dedicare alle ciliegie o ai conigli. Il vociare degli adulti di ritorno dai campi interruppe il loro furto di delizie. Si pulirono tutti la bocca che rimaneva tuttavia tinta di un vermiglio sospetto e ritornarono lesti ognuno alla propria dimora.

Le piaceva osservare la mamma che si affaccendava per preparare il pasto alla famiglia. La guardava quasi di nascosto, appoggiata allo stipite dell’uscio, per non darle fastidio in nessun modo. La mamma non sorrideva mai. La guardava con rapide occhiate, di rado e solitamente per chiederle di fare qualcosa o per riprenderla. Le uova dovevano servire come merce di scambio per comprare l’olio per le lampade e il sale. La mamma versò del latte tiepido al centro di una montagna di farina disposta sul tagliere e cominciò a impastare. Quando la palla di pasta fu abbastanza compatta, aiutandosi con una spolverata di farina, con il matterello la stese fino a renderla una pallida luna tonda, che tagliò in strisce messe a lessare nel paiolo dove bolliva l’acqua salata. La mamma distribuì i piatti con la minestra fumante, ma prima vi spolverava un po’ di formaggio grattugiato. Anche il nonno veniva a sedersi a tavola per mangiare. Era il babbo della mamma. Il nonno sapeva fare tutto: riparava oggetti, curava gli animali della stalla e raccontava storie affascinanti, anche se a volte tristi. Sapeva che il nonno era andato a lavorare in Francia, tanti anni prima. Lì aveva conosciuto una ragazza italiana, di cui si era innamorato e con cui aveva avviato una locanda molto frequentata. Preparavano piatti della loro terra che erano molto apprezzati dai numerosi avventori. Dopo poco tempo nacque una bimba. Ma una malattia orrenda le portò via entrambe. Il nonno parlava di “vaiolo nero” e lei non osava pronunciarle nemmeno, quelle parole. Il nonno tornò in Italia e di lì a poco conobbe la nonna con cui formò una nuova famiglia. Ebbero due bambine: Caterina, la mamma, e Maria, la zia. Pensava a queste cose mentre guardava furtivamente il nonno a capo tavola con i suoi lunghi baffi bianchi che si puliva spesso mentre mangiava, con il dorso della mano.

Era quasi buio. Il tempo per il babbo e il nonno di masticare del tabacco fuori, seduti sulla panchetta di legno da lui stesso costruita e poi si sarebbe andati tutti a dormire al piano superiore, sui materassi scricchiolanti riempiti di profumate foglie secche di mais. Lei divideva il suo letto con le sorelle maggiori ed era costretta a rannicchiarsi in mezzo a loro, tra un braccio inerte che quasi la strozzava e un piede che non voleva saperne di spostarsi. F. dormiva da solo nel letto appoggiato alla parete, mentre A. nella stanza con il babbo e la mamma, nella culla. Dalle finestre aperte, arrivava il rassicurante frinire dei grilli e il sonno arrivava ben presto.

Con l’estate imminente la luce del mattino non tardava molto ad inondare la stanza. La mamma era già sveglia da chissà quanto tempo quando lei accennò ad aprire un occhio. La sentiva che era indaffarata al piano di sotto, intenta a preparare delle fette di pecorino e pane avvolte nei tovaglioli per chi doveva andare al pascolo. Scese la ripida scala a pioli, mentre si infilava il vestito. Si sedette a tavola. Il babbo, il fratello F.  e le sorelle maggiori stavano bevendo una tazza di latte bollente con del pane raffermo lasciato ad ammollare e fece la stessa cosa. “Oggi vai con loro al pascolo” sentenziò la mamma, senza voltarsi, mentre si versava un mestolo di latte nella tazza per berlo in piedi. Lei bevve velocemente dalla tazza senza lasciarne nemmeno una goccia e uscì ad aspettare fuori. Non sapeva come si sentisse in quel momento: in fondo era divertente non avere compiti precisi da svolgere, come pascolare le pecore. Attratte da uno stelo d’erba più verde potevano allontanarsi parecchio e se ti fossi distratto a rincorrere una lucertola, avrebbe potuto essere difficoltoso ritrovarle e riportarle indietro. Una volta era successo a G. la sorella di poco maggiore. Una pecora si era allontanata, mentre lei si rinfrescava i piedi nel torrente, ed era finita in un dirupo spezzandosi una zampa. G. aveva dovuto chiamare aiuto per recuperarla e il babbo aveva dovuto lasciare il lavoro dei campi per ritrovare una pecora azzoppata. “Tieni, è per te”. La mamma le aveva messo tra le mani un piccolo fagotto. F. aveva già fatto uscire il piccolo gregge dal recinto per agevolare le tre sorelle più piccole e poi si era diretto alla rimessa per prendere gli attrezzi che sarebbero serviti a lui e ai genitori per zappare i campi. A. sarebbe rimasto a casa sotto la vigilanza del nonno. Lei si avviò con decisione verso la testa del gregge che già accennava a sparpagliarsi e fu allora che notò il vicino correre all’impazzata verso di loro, agitando un braccio.

“Scappate! Ci uccidono tutti!” Quando arrivò, trafelato, guardò atterrito il babbo che non perdeva mai la calma. “Dove sono?” gli chiese, mentre la mamma accorse da casa. “Sono alla Ca’ di sotto, dalla Maria… stanno venendo da questa parte, hanno bruciato tutte le case e portato via le bestie” e togliendosi il cappello abbassò lo sguardo per non incrociare quello della mamma “Li hanno presi e li hanno fucilati”. Lei fu colta da un brivido che le fece rizzare i neri capelli ricci e sentì lo stomaco chiudersi. Il babbo non perse tempo: mentre impartiva istruzioni, quasi correva per recuperare la vacca con il vitellino facendole uscire dalla stalla e tenendoli ben serrati in una mano. Passò poi le due corde a F., la sorella maggiore. G. aveva una clavicola fratturata e mal ricomposta dopo che una vacca al pascolo l’aveva atterrata e calpestata. Lei era troppo piccola, non avrebbe potuto ricordarlo: gliene aveva parlato una volta F. dopo che le aveva chiesto il motivo del rifiuto di G. di andare a mungere la vacca. Mal sopportava che le dicessero che somigliava molto alla sorella: non ne era affatto convinta, specchiandosi di nascosto nella camera della mamma. Lei aveva il naso più corto e i ricci più scuri. A. era in braccio alla mamma che lo teneva stretto a sé come se dovesse volare via da un momento all’altro. Nell’altro braccio libero teneva una cesta colma da cui lei riuscì ad intravedere solo la foto dei nonni. Le pecore appena uscite furono rinchiuse di nuovo nel recinto, tranne un paio di loro. Magari, chissà ne avrebbero rubate solo alcune. Anche le galline rimasero nel pollaio, continuando a razzolare indifferenti. Il babbo si fermò un attimo e si voltò per aspettare il nonno, che aiutandosi con il bastone, gli intimò di procedere.

Con passo frettoloso arrivarono ad un rifugio. Nemmeno lei, che correva dalla mattina alla sera per tutti i pascoli e i pendii circostanti in ricognizioni avventate, era mai passata da lì. Si ritrovarono tutti dentro un antro basso e profondo, abbastanza nascosto dalla vegetazione da dare riparo. C’erano già le due famiglie della Casa Nuova con cui erano imparentati da parte del babbo. La zia del babbo aveva una nidiata di bambini dietro la sua gonna e un altro era in attesa di venire al mondo a breve. Da quando ne aveva memoria, l’aveva sempre vista con la pancia prominente e con l’orlo del vestito rialzato davanti. I bambini non potevano uscire né fare schiamazzi. I passeri avevano smesso di cinguettare. Le sembrò di avere udito degli spari in lontananza ma non disse nulla, si limitò a rannicchiarsi ancora di più tra il babbo e la parete della grotta.

Fuori il crepuscolo avanzava. Era difficile capire che ora fosse. Il campanile della pieve lontana aveva suonato le sei da un po’. Lino, uno dei cugini del babbo, se ne stava disteso appoggiato su un gomito, spiluccando un osso di prosciutto. Era più giovane del babbo e più incline a esprimere i suoi pensieri ad alta voce. Lei non era sicura di capire quello di cui stava parlando, ma era certa che fosse molto adirato con delle persone, le stesse che li stavano costringendo a nascondersi. “Sono sicuro, mi ci gioco le mutande, gliel’hanno detto loro dove trovare qualcuno da ammazzare! Qui ci arrivi solo se ci vivi, sennò non lo sai dove si nascondono i Partigiani!” Il nonno gli fece segno di tacere subito.

Sentì distintamente quel ronzìo sinistro in avvicinamento, complice l’aria libera della notte. Un aeroplano, forse due e stavano sorvolando sopra le loro teste. Lei smise di respirare, così che fosse impossibile udirla anche da lassù. Il cielo all’improvviso si illuminò e piovvero tutt’attorno dei razzi rossastri. La notte brillava ora. Lino imprecò, uscì fuori di corsa e nel mezzo del prato antistante gridò agli aeroplani “Sono qui! Non mi vedete?” minacciandoli con l’osso di prosciutto che brandiva in una mano. Pensò che se lo riusciva a vedere lei chiaramente, lo avrebbero visto anche quelli sull’aeroplano. Fu allora che si ricordò dei suoi conigli, se li avrebbe rivisti. E nascose il volto tra le mani.

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