Premio Racconti nella Rete 2026 “Una poesia (non d’amore) che si è scritta da sola” di Niccolò De Carli
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Alla fermata della stazione diversi uomini senza volto scesero ordinatamente dal bus. Nessuno entrò. Rimase solo. Accucciato in uno dei sedili posteriori, accanto al finestrino. Una luce metallica da ospedale illuminava a intermittenza tutto il veicolo. Emetteva un ronzio fastidioso che copriva perfino il rombo del motore, e veniva ricoperto soltanto dal rumore delle ruote che si infrangevano sui dossi della strada. Per diverse fermate il pullman non caricò nessuno.
Poco dopo salì una donna. Una ragazza giovane, bionda, sulla ventina. Lui la squadrò con un cenno, quasi senza interesse. Poi tornò a concentrarsi sul panorama desolante che scorreva oltre il vetro del finestrino. L’autista rallentò, permettendo ad una macchina di uscire dal parcheggio. Ora stava attraversando la parte del percorso che meno preferiva. Uno squallido parchetto di periferia, incastonato tra le mura di imponenti case popolari, fatiscenti, dai balconi freddi e spenti. Era di una miseria infinita: così abbandonato a sé stesso, così triste.
Di giorno affollato da tossici, da bambini che giocano a pallone tra le bottiglie di vetro rotte, da siringhe e panetti di fumo nascosti tra i cespugli vicino lo scivolo. Di notte deserto e solitario. Accecanti luminarie di Natale svettavano su tutto il parco illuminandone lo squallore. Ironico. Distolse lo sguardo e lo concentrò sull’interno del pullman. La luce bianca da ospedale, i rifiuti tra le fessure dei sedili, un rivolo di birra che scendeva fino ai piedi della porta centrale, la faccia smunta e stanca dell’autista riflessa dallo specchietto retrovisore, i capelli biondi, lisci e lucidi della ragazza seduta qualche fila di posti davanti. Tutto aveva un’aria dannatamente malinconica. Alcune parole sparse gli uscirono di getto dalla testa, facendosi strada tra i pensieri cupi. Provò a metterle in fila.
Di cosa si parla sui pullman di notte
Bisogni. Di sogni bruciati dal sole.
Di cosa si parla sui pullman di notte
esistono mille silenzi peggiori di quello di essere soli
nessuno lo sa, nessuno
parla mai sui pullman di notte.
Non seppe spiegarsi il perché di quelle parole. In quel momento si sentiva l’unico uomo al mondo, l’uomo più solo di sempre. Tirò fuori dalla tasca il telefono per appuntarsi quell’insolita poesia, ma le parole gli svanirono all’istante. Per quanto ci provasse non riuscì più a recuperarle nella stessa forma.
– Tanto peggio. – pensò, rimettendo il telefono in tasca. – Non sono e non sarò mai poeta.
Ma gli dispiacque di aver perso quelle tristi parole.
Alla fermata dell’ospedale entrò un uomo. Difficile dire che età avesse. Aveva gli occhi scuri e persi, con le pupille ingrossate che a momenti uscivano dai bulbi. Aveva un viso acerbo, fastidioso da guardare, e un’espressione incattivita in volto. Nella mano destra teneva una lattina di birra, da cui tirava lunghe e fameliche sorsate. Gli passò davanti emettendo un odore sgradevole. Senza esitare, tra tutti i posti, si sedette proprio accanto alla ragazza dai capelli biondi e lucidi. Diede ancora un lungo sorso dalla lattina, poi la accartocciò e la lasciò cadere in terra ancora mezza piena. Dacché triste e malinconica, l’aria divenne subito cupa. Si poteva respirare l’angoscia, aveva lo stesso odore del temporale. La ragazza si strinse al finestrino, a disagio. L’uomo si spinse più vicino accanto a lei. La fissava con i suoi brutti occhi da orco, quasi respirandole addosso. La ragazza provò a girarsi di spalle, in cerca di uno sguardo amico. Appena lo vide al fondo del bus, lui distolse gli occhi dalla scena, spingendo lo sguardo verso l’esterno del vetro. Era una notte glaciale quella, e in strada non c’era nessuno. Il freddo aveva posseduto ogni oggetto immobile del paesaggio, rendendolo privo di anima. Rendendo tutto così deserto e spoglio.
– Perché non dice nulla, – pensò – potrebbe urlare, spingerlo via, richiamare l’attenzione dell’autista… perché non sta facendo nulla? – e subito dopo si vergognò di averlo pensato.
– Ora mi avvicino. Magari gli dico qualcosa, di andarsene via. Magari resto solamente là, fermo, a fissarlo, finché non si allontana. – ma intanto rimaneva immobile, in trappola. Incapace di uscire dalla parte di spettatore della vita, silente e indifferente. Di fare qualcosa, qualsiasi cosa.
– Non succederà proprio un bel nulla e se ne andrà senza farle del male. – pensò, e si vergognò infinitamente di averlo pensato.
Intanto l’uomo appoggiava le sue spesse mani da orco sulle cosce della ragazza pietrificata.
Potevano essere passati secondi, forse minuti, ma di certo sembrava che fosse passata un’eternità di tempo, ore interminabili. La ragazza si alzò di scatto, piangeva. Con una ginocchiata spostò le gambe dell’orco e si sfilò dai sedili, mentre l’uomo la guardava silenzioso incamminarsi verso la porta.
– Rimani seduto, ti prego, rimani seduto.
Il bus inchiodò alla fermata. La ragazza scese di corsa guardandosi indietro. L’uomo si alzò e si girò. Per la prima volta i loro sguardi si incrociarono. Lui distolse nuovamente lo sguardo, vergognandosi di non aver avuto il coraggio di guardarlo in volto. Mentre il bus girava l’angolo, vide la ragazza sparire dalla strada. Camminava a passo svelto, tagliando il freddo gelido e buio del mondo esterno. Aveva un mazzo di chiavi che tintinnava tra le mani e un lungo cappotto aperto che svolazzava tra i soffi del vento. L’uomo appena dietro la seguiva imperturbabile, a passo fermo, ma spedito. Il pullman riprese il suo solito percorso. Un brivido gli fece vibrare tutto il corpo.
Sforzandosi a trattenere le lacrime, e con un groppo denso in gola, appoggiò la testa al finestrino e chiuse gli occhi, cercando di recuperare le tristi parole della sua poesia volatilizzata.
– Perché cazzo tutte le poesie sono poesie d’amore… proprio non lo riesco a sopportare.
Poco dopo sentì toccarsi la spalla.
– Devi scendere, la corsa è finita.
Si era addormentato con la testa appoggiata al finestrino, arrivando fino al capolinea della tratta, ai margini della città, all’estrema periferia della periferia più distante. Lontanissimo da casa.
– Quando riparte? – Chiese all’autista che lo stava cacciando. Lo stesso autista ignaro, o forse indifferente, che era stato testimone della scena che si era da poco consumata nel suo tragitto, durante la sua corsa.
– Non riparte, questa era l’ultima.
Scese dal pullman indolenzito, ancora un po’ addormentato e lento nei movimenti. Un’ondata di vento gelido si abbatté sul viso, tagliando le sue screpolate guance rosse avvinazzate. Tutto intorno era buio pesto. Un solo lampione ad una ventina di metri di distanza illuminava flebilmente uno scorcio di marciapiede eroso dal tempo, ricoperto da fasci di rovi lasciati crescere senza cura. La fermata si trovava in mezzo al deserto. Da una parte si poteva scorgere all’orizzonte forse una chiesa, una tabaccheria e una serie di negozi che si stringevano attorno una rotonda. Dall’altra una fila di imponenti palazzoni di case popolari gettati a casaccio, senza criterio. Questi due scenari erano collegati da una stradina rovinata in cemento. Perfettamente a metà di questa strada si trovava la fermata del capolinea. Dietro la fermata, distese interminabili di campi incolti, ora ricoperti da un leggero strato di brina e ghiaccio. Un paesaggio da far accapponare la pelle. Era quasi l’alba, ma del sole non c’era ancora nessun sentore. Qualche uccellino iniziava a riempire il silenzio colmo del cielo con il suo cinguettare, e qualche finestra dei casoni all’orizzonte incominciava timidamente ad accendersi. Il suo sguardo si concentrò su un palazzo in particolare, tutto spento, immobile, una sola finestra accesa all’ultimo piano. Da sempre lo emozionava scorgere un palazzo che avesse una sola finestra illuminata. Quando capitava, nella notte, di imbattersi in una facciata che aveva tutte le finestre spente tranne una, si fermava sempre a contemplarla, e immaginava. Era convinto che la solitudine di questi scorci rendesse il mondo meno solitario, e apatico. Immaginava ciò che poteva accadere in quei momenti al di là dei vetri accesi, quale vita animasse quelle stanze. Probabilmente, in quel caso, una donna stanca e sola si era appena svegliata, e con gli occhi ancora socchiusi si stava trascinando verso la cucina, dove una moka quasi pronta sputava fuori gli ultimi gocci di caffè, e il suo aroma denso e nero invadeva tutta la stanza. Empatizzò con quella donna immaginaria, e confortato da quell’immagine così famigliare e rassicurante s’incamminò, non sapendo bene verso dove incamminarsi.
Tornando a casa allungò la strada, passando per la via dove aveva visto per l’ultima volta dileguarsi la ragazza dai capelli biondi e lisci, che solcava la strada avvolta dal suo lungo cappotto nero, inseguita dall’uomo con gli occhi da orco. Percorse a caso alcune vie limitrofe, senza sapere neanche bene cosa cercare, in cosa sperava di abbattersi. Le facce stanche della gente appena sveglia si confondevano alle facce stanche della gente ancora insonne. La città iniziava a vivere.
Svoltata un’ultima via, prima di tornare a casa, si soffermò ai piedi di un palazzo decrepito. Il portone aperto e la luce dell’entrata rigurgitata sulla strada. Fuori dal palazzo due volanti della polizia erano sostate davanti al portone, parcheggiate frettolosamente in mezzo alla strada. I lampeggianti ancora accesi tagliavano di blu l’ultimo buio della notte. Dentro il palazzo c’era un gran via vai di sbirri, mentre fuori alcuni curiosi si erano concentrati a ridosso della scena. Nella sua testa uscì prepotentemente l’immagine delle mani dell’uomo sulle cosce scoperte della ragazza, mentre lei cercava di farsi piccina spalmandosi più che poteva contro il finestrino.
Provò una grande rabbia. Poi un grande senso di vergogna.
– Potrebbe essere qualsiasi cosa. – pensò, provando rabbia per averlo pensato.
Si avvicinò di qualche passo per capire cosa fosse accaduto, per scrutare meglio la scena. Presagiva il peggio. Una poliziotta si avvicinò a lui e agli altri accoliti che si erano fermati a curiosare.
– Fate largo, per piacere, qua non c’è nulla da vedere.
Le persone dietro si allontanarono silenziosamente. Lui esitò. Rimase immobile a guardare. Quasi come non avesse sentito ciò che la donna gli aveva appena intimato. Voleva domandare cosa fosse successo. Voleva sapere se… e sentirsi dire che non era così. Lo colse un’angoscia paralizzante, che gli pervase ogni muscolo del corpo. Le immagini della scena del bus si ripetevano senza sosta nella sua testa: la lampada a intermittenza dalla luce metallica, la lattina di birra accartocciata stesa al pavimento, il finestrino freddo, l’odore nauseante dell’uomo, il rombo del motore e le ruote che si infrangono sulle buche facendo sobbalzare tutto il veicolo, la mano sporca dell’orco sulle cosce latte della ragazza, il volto smunto dell’autista, il parchetto desolante con le brutte luminarie, il volto della ragazza che lui aveva scorso appena, ma abbastanza a lungo da non poterlo più cancellare dalla mente.
All’improvviso gli ritornò in mente la poesia, esattamente nella forma perfetta in cui l’aveva stesa la prima volta.
Di cosa si parla sui pullman di notte
Bisogni. Di sogni bruciati dal sole.
Di cosa si parla sui pullman di notte
esistono mille silenzi peggiori di quello di essere soli
nessuno lo sa, nessuno
parla mai sui pullman di notte.
Emise un sibilo dalla bocca, quasi un lamento. Le parole non riuscivano ad uscire. Non ebbe la forza di chiedere nulla. Non volle sapere. La poliziotta voltò le spalle e tornò al suo lavoro. Anche lui si girò e s’incamminò, spaesato, sperso. Piangeva.
Nessuno parla mai sui pullman di notte.
Un’ultima lacrima cadde sul foglio, sbiadendo l’inchiostro di alcune parole scritte frettolosamente a mano. Piegò il foglio in tre parti, lo inserì dentro una busta e ne leccò l’aletta. In un angolo in basso a destra scrisse: All’attenzione dell’egregio editore: una poesia che si è scritta da sola. E ancora sotto: Non tutte le poesie sono poesie d’amore.
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Il racconto possiede una buona atmosfera e un tema interessante, ma in alcuni punti dà la sensazione di essere costruito principalmente in funzione del finale. Alcuni passaggi sembrano più orientati a preparare l’effetto conclusivo che a far procedere naturalmente la narrazione, rendendo percepibile l’architettura del testo.