Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La signora, il cagnolino e il barbone” di Michele Sozzi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Betty le era sembrato un nome perfetto per una cagnetta dall’aspetto così aristocratico come quella che aveva acquistato dopo la morte del marito, uomo burbero, di poche parole e autoritario. Betty, al contrario, era affettuosa, comunicativa e obbediente: una vera delizia. Se avesse saputo prima che avrebbe potuto trovare una creatura così non si sarebbe di certo sposata.

Ovviamente, esagerava, ma un fondo di verità c’era. A prescindere dal fatto che non aveva avuto figli – e la colpa, ne era sicura, era del marito, che con la sua vita prematrimoniale fin troppo libertina aveva esaurito i suoi spermatozoi (gli esami confermavano che erano pochi e pigri) – si dava il caso che anche lui fosse pigro, un vero pantofolaio. Quand’era a casa si piazzava in poltrona a guardare il calcio alla televisione, senza ascoltare le cose interessanti che lei aveva da dirgli sui loro vicini e sulle sue amiche. Nei fine settimana, però, usciva con i suoi amici a vedere le partite o a chissà cos’altro fare. Da quando era andato in pensione le cose erano un po’ migliorate, nel senso che aveva concentrato le sue uscite nei giorni feriali per dedicare i fine settimana – bontà sua – a lei, sempre che non dovesse andare allo stadio.

Comunque fosse, ora era morto, pace all’anima sua, e lei lo aveva rimpiazzato, quasi completamente s’intende, con la sua adorata Betty, una nobile ed elegante femmina di papillon, razza prediletta in passato da re e regine. Le sue grandi orecchie a farfalla le ricordavano Elisabetta I d’Inghilterra con la gorgiera e l’acconciatura che le circondavano il viso come l’aveva vista nel film “Elizabeth-The golden age”: ecco il perché del nome Betty.

   «No, Betty, non ti posso portare» disse la signora nell’atrio di casa mentre si metteva il piumino. La cagnetta la guardava implorante. «Te l’ho già detto: vado a messa e sarebbe noioso per te. Io ci devo andare perché è la terza domenica d’Avvento. Poi torno e andiamo a fare la nostra passeggiata.» Non appena aprì l’uscio, però, Betty cercò di seguirla. «No, ti ho detto. Su, fa la brava. La pipì l’hai già fatta prima. So che era un giretto piccolo, ma ti prometto che dopo faremo il nostro solito giro grande in città.» Non appena ebbe chiusa la porta la cagnetta si mise a guaire. Lei si fece forza e attraversò il giardino fino al cancelletto dove si fermò per guardare nella cassetta della posta: c’erano le solite richieste di donazioni, che gettò via nel primo cestino lungo la via.

   Al ritorno, come promesso, la preparò per fare la grande passeggiata in centro. I preparativi, considerato che la bestiola era pulita e profumata (era stata in toilettatura il giorno prima), si limitarono al lavaggio dei denti, all’applicazione di due fiocchetti rosa alla base delle orecchie e alla protezione del corpo con un maglioncino di pile, anch’esso rosa, ma decorato con cuoricini gialli, rossi e azzurri che ne spezzavano l’uniformità. Alla fine, le mise il guinzaglio e uscirono.

   La giornata era grigia, ma le vie del centro erano rallegrate dalle luminarie natalizie. Nelle principali piazze c’erano grandi alberi addobbati e i negozi proponevano ogni ben di Dio. I marciapiedi e le isole pedonali erano affollati. La signora, che passeggiava soddisfatta con la propria cagnetta, si sentiva come Alice nel paese delle meraviglie. Non notava la frenesia con cui la gente, costretta dagli impegni di lavoro a fare gli acquisti nei fine settimana, si accalcava davanti alle vetrine dei negozi. Non notava neppure che il traffico, pur essendo domenica, era caotico come quello di un qualsiasi giorno feriale. L’unica cosa che le dava fastidio era la presenza a ogni angolo di strada di mendicanti che la costringevano a fingere di non averli notati o che, avendo richiamato a gran voce la sua attenzione, la costringevano a mentire, dicendo che non aveva spiccioli. Mentire le pesava come le pesava non essere di parola. Una volta si era sentita in colpa per diverse settimane per non aver mantenuto la promessa fatta a Betty di portarla al mare il giorno dell’inaugurazione di una nuova spiaggetta per cani. Quel giorno, purtroppo, aveva avuto una brutta gastroenterite e non se l’era proprio sentita di uscire.

   Fecero un lungo giro, attraversando il canale, percorrendo la via principale dello shopping e raggiungendo la grande piazza affacciata sul mare, che in quel periodo era contornata da tanti abeti natalizi e sulla quale c’era una capanna con Giuseppe, Maria, il bue e l’asinello e la culla di paglia pronta ad accogliere Gesù Bambino. Nell’aria si sentivano valzer viennesi, canti natalizi e classici dello swing americano. Prima di imboccare la via del ritorno si fermarono in una rinomata pasticceria a prendere un presnitz, dolce tradizionale di frutta secca e pasta sfoglia a forma di spirale. Poco prima di arrivare a casa Betty ricominciò a sentire lo stimolo a fare pipì. Già da un po’ aveva cominciato ad annusare con insistenza i luoghi in cui era abituata a farla. Quello prediletto era il porticato di un grande edificio che aveva ospitato gli uffici dell’INPS e che ora era abbandonato. Quando passarono di lì Betty, in preda a un improvviso entusiasmo, corse verso il suo angolino preferito, costringendo la padrona ad allungare il guinzaglio. Purtroppo, però, in quel posto, che di solito era libero, si era sistemato un senzatetto con i suoi cartoni e le sue coperte. L’uomo, che era seduto poco più in là con una bottiglia di vino in mano, non fece in tempo ad alzarsi per scacciare la bestiola che questa si era già accovacciata e liberata. «Via, bestiaccia!» urlò agitando le braccia e precipitandosi verso di lei in modo goffo dopo aver posato la bottiglia. «Via!»

   Betty, nel frattempo, si era riavvicinata alla padrona, che aveva rapidamente accorciato il guinzaglio e che ora guardava quell’uomo con un misto di paura e stizza.

   «E lei stia attenta al suo cane!» esclamò lui con voce roca. Aveva le guance arrossate tra la barba grigia e incolta e gli occhi cerulei che spuntavano sotto a un lurido e consunto berretto di lana.

   «Quello è il posto dei bisogni di Betty» puntualizzò la signora. «Non doveva mettersi lì.»

   «Brutta stronza!» urlò lui stringendo i pugni e irrigidendosi tutto. La guardò dapprima incredulo e poi con ferocia. Sputò per terra e si chinò lentamente, malfermo sulle gambe, per prendere una bottiglia vuota dietro di lui.

   La signora si allontanò precipitosamente trascinando la cagnolina. Nella fretta le cadde per terra il sacchetto con il presnitz. «Non importa, Betty» disse ansimando. «Ne prenderemo un altro. Quel signore è un bruto. Scappiamo.»

   «Vai, vai» grugnì lui agitando la bottiglia, «sparisci con il tuo Dumbo.» Si riferiva alle grandi orecchie di Betty. «Ma non finirà qui!» urlò minaccioso.

   Mentre si affrettavano verso casa, che era poco lontana, la signora diceva: «Presto, Betty, presto, quello è un uomo cattivo. Hai sentito come ti ha chiamata? Ma tu non devi offenderti. Lo sai che sei bellissima.»

   Poco prima di varcare il cancelletto del giardino ebbe la sensazione di essere osservata. Si voltò, ma non vide nessuno. Betty, però, cominciò ad abbaiare istericamente verso la via. «Vieni, cara» disse la signora, «su, entriamo in casa, presto.»

   Quando ebbe chiuso la porta dietro le spalle tirò un sospiro di sollievo. Per tutta la giornata continuò a ripetere alla cagnolina che l’avevano scampata bella, che quell’individuo era un bruto e che non era colpa loro se lui si era messo proprio lì. A certa gente non doveva essere consentito di starsene giorno e notte in strada e se quell’individuo aveva dei problemi (si capiva che era un ubriacone) spettava al comune e ai servizi sociali di occuparsene. Betty ascoltò con pazienza tutti quei discorsi, ma a un certo punto manifestò di nuovo il bisogno di uscire. La signora le spiegò che sarebbe stato più prudente che lei facesse i propri bisogni in giardino, almeno per quella giornata.

   Il mattino dopo quella brutta faccenda era già stata quasi dimenticata. Restò solo quel minimo di apprensione che imponeva di cambiare strada per il giro mattutino. Betty saltellò di gioia alla vista del guinzaglio. Era già pronta con i fiocchi alle orecchie e il maglioncino rosa sul corpo. Non appena il portone d’ingresso si fu aperto corse fuori, si fermò un attimo, annusò l’aria fredda del mattino e poi si diresse verso il cancelletto d’ingresso dove sull’erba era posato un sacchetto. 

   «Ma è il sacchetto della pasticceria!» esclamò la signora. «Allora abbiamo sbagliato a pensar male. Quell’uomo si deve essere pentito.» Si chinò per prendere il sacchetto e lo aprì. Quello che vide sul vassoio di cartone aveva sì una forma a semi-spirale ed era di colore marrone ma non era il presnitz. «Puah!» esclamò con disgusto e lasciò cadere il sacchetto. Si accorse allora che per terra c’era anche un pezzo di cartone con su scritto: “Anche noi barboni abbiamo diritto al rispetto. Buon Natale, cara signora, e grazie del dolce…”

Loading

Tagged come: , , , , , , ,

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.