Premio Racconti nella Rete 2026 “L’orologio” di Michele Sozzi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Aveva un bel dire che il suo vecchio orologio andava benone, un orologio al quarzo, dorato, piatto, con le lancette, compresa quella dei secondi, i numeri romani e pure la data. Insomma, aveva tutto quello che serviva e aveva fatto il suo dovere per più di quarant’anni, da quando sua moglie glielo aveva regalato. Eppure, ora, tutto d’un tratto, sembrava che non andasse più bene. Già da qualche mese Ilaria, sua figlia, si era messa in testa che andava cambiato, che era un oggetto vecchio, fuori moda. La stessa solfa di quando lo aveva convinto a sostituire il suo vecchio Nokia con uno smartphone. Per un po’ lui aveva continuato a usare il Nokia di nascosto ma quando lei se n’era accorta lo aveva sgridato e lui si era rassegnato a usare il nuovo apparecchio, diventando peraltro piuttosto bravo a maneggiarlo. Proprio ora, però, che aveva preso dimestichezza con il touch screen e aveva imparato a chattare, a mettere like, a scrollare post, a mandare vocali, a impostare promemoria, a fare foto, screenshot e video, proprio ora Ilaria gli aveva teso un altro agguato e per il suo settantesimo compleanno gli aveva regalato un Apple Watch. Così era cominciato l’incubo.
«Ho le dita grosse. Come faccio a premere i tasti giusti in quel quadratino?»
«Ma è semplice, papà. Basta sfiorare il quadrante con la punta del dito. Non occorre premere. Dai, prova».
Aveva centrato come per miracolo i punti giusti. Si era poi reso conto che raramente aveva bisogno di digitare qualcosa sullo schermo dell’orologio, in pratica solo quando doveva mettere il codice d’accesso o quando compariva una notifica. Per il resto, poteva continuare a usare il telefonino. Ciononostante, la sua vita cambiò. Vuoi perché i rimproveri di sua figlia avevano suscitato in lui un’impennata d’orgoglio e lo avevano spronato a mettersi al corrente coi tempi, vuoi perché voleva sentirsi più giovane, vuoi perché nella sua vita si era sempre piccato di essere in grado di svolgere anche i compiti più difficili con zelo e precisione, fatto sta che prese la decisione di sfruttare al meglio le opportunità che quell’oggetto gli offriva. Lo teneva al polso anche di notte, togliendoselo solo quando lo metteva in carica, di solito la sera mentre guardava la tivù. Aveva lasciato che sua figlia glielo impostasse in modo da non fargli perdere alcuna notifica importante. Al mattino era l’orologio che lo svegliava. Sentiva una delicata vibrazione al polso seguita da una dolce melodia. Tirava fuori dalle coperte il braccio, lo portava davanti al viso e strabuzzava gli occhi per individuare e poi toccare il rettangolino arancione con la scritta “Posticipa”. Poi si riaddormentava e dopo un paio di posticipi veniva aggredito dalle imprecazioni della moglie che gli ingiungeva di spegnere quel coso maledetto. Alle volte si svegliava prima dell’ora impostata, guardava l’orologio e restava sconcertato nel leggere “Vuoi disattivare la sveglia? A quanto pare non stai dormendo.” Come diavolo faceva quell’aggeggio a saperlo?
Una domenica disattivò la sveglia e restò ancora un po’ a letto. Nei giorni festivi lui e sua moglie si concedevano colazioni più ricche, con formaggi, affettati e uova. Quando si alzò lei gli disse:
«Ho messo le uova a bollire e ora vado a farmi una doccia. Spegni tu tra dieci minuti?»
«Sì, non ti preoccupare». Andò in bagno a lavarsi e quando tornò in camera l’orologio gli segnalò che era il momento della Mindfulness. Era questione di un minuto: tanto valeva togliersi il pensiero. Si mise seduto davanti al piccolo screen sul polso e si fece ipnotizzare da una nuvoletta azzurra, simile a un fiore, che si espandeva e si ritraeva ritmicamente mentre lui faceva dei respiri profondi. Scaduto il tempo venne gratificato da un “Ben fatto” e informato della frequenza del suo battito cardiaco nonché del tempo di Mindfulness accumulato. Venne anche inaspettatamente invitato ad annotare il suo stato d’animo e lui, con un sentimento di gratitudine per le attenzioni ricevute, selezionò “Molto piacevole” alla richiesta di descrivere il momento e rispose con zelo alle successive domande sul suo stato d’animo. Volendo essere assolutamente sincero e non deludere chi gli dedicava tante premure, ci pensò un po’ prima di ogni risposta e, senza rendersene conto, trascorsero quindici o venti minuti, durante i quali gli parve che il tempo fosse sospeso, ma si rese ben presto conto che non era così. Il suo nirvana fu brutalmente interrotto da una serie di scoppi simili a quelli di un fuoco d’artificio e, dopo essersi chiesto se quel giorno si festeggiasse qualche ricorrenza, capì con sgomento cos’era successo. Corse in cucina sulla scia di un puzzo acre di zolfo e di capelli bruciati e si trovò davanti a uno spettacolo raccapricciante: sui muri, sulla credenza, sul frigorifero e per terra c’erano schizzi di un materiale bianco-giallastro, mentre sul fondo del pentolino crepitavano i residui carbonizzati di quelle che fino a poco prima erano state delle uova. Con un balzo spense il fornello e aprì la finestra, ma la tragedia si era ormai consumata, anche se mancava ancora l’ultima scena, quella più drammatica: la tempesta di improperi che la moglie gli scatenò addosso, umiliandolo e riducendolo a una poltiglia morale non troppo dissimile a quella che si era condensata sul fondo del pentolino. Ma non si arrese e non abbandonò l’orologio come pretendeva la moglie, che gli rimproverava di non esserne all’altezza, dal momento che, invece di sfruttarne le potenzialità, se ne lasciava rincoglionire. Spesso usciva e nel bel mezzo della sua passeggiata sentiva di nuovo una vibrazione al polso. “Pare che tu ti stia allenando” diceva l’orologio. “Vuoi salvare l’allenamento?” Di nuovo si chiedeva stupefatto come riuscisse quel marchingegno a sapere quello che lui stesse facendo. Ma “allenamento” non era il termine esatto e l’idea che quel grillo parlante elettronico potesse sbagliarsi lo confortava e quasi lo inteneriva. “Che sciocco” pensava, “come gli viene in mente che mi stia allenando? Alla mia età? Con questo passo?” Sorrideva, alzava le spalle e proseguiva dopo aver risposto di no, che non voleva salvare l’allenamento. Dopo la passeggiata comprava il giornale e si sedeva al bar per leggerlo bevendo un caffè. Ogni tanto lo raggiungeva un amico, pensionato anche lui, e commentavano assieme le notizie. Da quando c’era il nuovo orologio, però, a intervalli di cinquanta minuti gli veniva notificato di alzarsi in piedi e lui obbediva davanti allo sguardo stupefatto dell’amico. Sperava, così facendo, di rallentare il proprio decadimento senile. Ilaria gli aveva detto che la app Fitness, concepita proprio per questo, gli sarebbe stata di grande aiuto. Lui non dubitava che avesse ragione, anche perché era infermiera e di queste cose ci capiva, ma non poteva negare che cominciava a sentirsi un po’ a disagio tra tutti quei paletti. Quell’aggeggio diabolico, quando non aveva suggerimenti da dargli, lo terrorizzava con false allerte meteo che lo inducevano a rifugiarsi a casa quando splendeva il sole. Gli era anche capitato di sentire le parole “Scusa, non ho capito, puoi ripetere?” quando interpellava sua moglie. Ripeteva a voce più alta, ma lei, che si chiamava Irene e che lui chiamava Iri, rispondeva stizzita che non era mica sorda. Sua figlia gli aveva poi spiegato che quel diminutivo mandava in confusione Siri, l’assistente vocale. La goccia che fece però traboccare il vaso fu una disavventura che si verificò una notte. Dopo aver riflettuto sulla sua giornata come gli aveva chiesto quello (o quella? era maschio o femmina?) della Mindfulness, si era coricato alle ventitré, in sincronia con le impostazioni del monitor del sonno di Apple Watch. Aveva poi dormito profondamente fino alle tre del mattino quando si era svegliato di soprassalto per una notifica dell’orologio. Gli veniva segnalata una frequenza cardiaca ridotta e gli veniva consigliato di rivolgersi al Pronto Soccorso se avesse avuto dei sintomi. «Iri!» urlò terrorizzato, ma la moglie non lo udì immediatamente perché, per difendersi dal suo russare, metteva i tappi nelle orecchie prima di dormire. Lo udì invece Siri che rispose con la sua voce suadente: «Scusa, non ho capito. Puoi ripetere?»
«Al diavolo!» esclamò lui e cominciò a scuotere la moglie per la spalla.
Finalmente lei si svegliò: «Cosa c’è?» chiese tirandosi su di scatto e guardandolo con occhi spalancati. Lui, nel frattempo, aveva acceso la luce e si tastava il polso.
«Sto male».
«In che senso? Cosa ti senti?»
«L’orologio mi dice che ho un problema al cuore».
«Sì, ma tu cosa ti senti?»
Rifletté un attimo. Non lo sapeva neppure lui. A pensarci bene gli pareva di sentire un senso di vuoto al petto, come quando da giovane scendeva a precipizio su una giostra, e anche uno strano formicolio alle mani e alle braccia. “Dio mio è un infarto” pensò. Lo disse alla moglie e lei non perse tempo: chiamò il 112. In poco tempo arrivarono i sanitari e gli fecero un elettrocardiogramma: era normale, ma lo portarono comunque in Pronto Soccorso. A loro aveva parlato di forte dolore al torace invece che di formicolio perché non voleva che sottovalutassero i suoi sintomi. Alla fine, tutto si risolse in un nulla di fatto. L’orologio aveva segnalato una bradicardia, non sapendo che lui prendeva un farmaco antiipertensivo che abbassava la frequenza cardiaca, e il formicolio alle braccia era dovuto al fatto che lui, in preda al panico, si era messo a respirare con troppo vigore.
Quando arrivarono a casa era già mattino e né lui né sua moglie avevano più sonno. Andarono in cucina a bere un caffè.
«Meglio così, dai» disse lei sorridendo.
«Sì» rispose lui, «ma sai che ti dico? Mi dispiace per Ilaria, ma io quel coso che mi controlla giorno e notte non lo sopporto.» Tirò su la manica della camicia e scoprì il polso: al posto dell’Apple Watch c’era di nuovo il suo vecchio orologio al quarzo. La guardò con espressione un po’ colpevole e lei si mise a ridere.
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