Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Un ricciolo al fondo” di Riccardo Martellucci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

—A chi si fij tu?

A chi ero figlio non me lo ero mai chiesto, eppure me lo avevano costantemente domandato nella vita. È necessario saperlo?

Ho 60 anni. Vivo in questa città da sempre, e da sempre l’avevo girovagata. D’altronde la propria casa è il luogo senza il recondito. A quanto pare non bastava, continuamente la medesima domanda.

—Buongiorno, è possibile un caffè, per favore?

—Subito!

—Ecco a te. A chi si fij tu?

—Abito in via Mazzini.

Lo sguardo scrutatore. La mia risposta elusiva; tuttavia, non sapevo cos’altro avrei dovuto rispondere. Perplesso bevevo in un sorso il caffè bollette, e spesso bruciato, e svolazzavo via. Un uccellino in ripresa dopo l’impatto contro un vetro ingannatore. Proprio non capivo cosa mi si stesse chiedendo. Passati anni ancora oggi non concepisco, ma capisco. All’epoca avevo già una ventina d’anni, e la ricorrenza, come un ricordo di un nefasto giorno, si rincorreva all’interno dei mesi degli anni, ed io, come un invitato che sbaglia il luogo dell’evento, mi ritrovavo smarrito e confuso a fissare il vuoto e blaterare: —Abito in via Mazzini.

Abitavo veramente in via Mazzini, e dopo 40 anni, tutt’oggi è casa mia. Non in quanto intestatario delle mura e della nuda proprietà, in quanto vero e profondo spazio del me quadrimensionale. Avevo già deciso di trascorrere lì il mio tempo; perciò, era a tutti gli effetti casa mia. Nella mia estrema logicità, tutto ciò che le sfugge assume forme da colpi di stordimento, e da sempre mi chiedo: in che modo posso essere appellato di intelligente, se non discerno contesti e linguaggio naturale? La mia intelligenza è solo una spiccata capacità elaborativa, che per nulla porta benefici nella vita quotidiana. In nessun modo è una capacità adattiva. Eppure mi ripetevo che se qualcuno si fosse preso la briga di spiegarmi la richiesta io l’avrei capita, avrei saputo adattarmi alle esigenze formali e formulato una risposta che avrebbe adempito alle convenzioni.

—A chi si fij tu?

Quando mangiavo solo in un ristorante del centro storico.

—A chi si fij tu?

Durante la mia escursione sulla statua della Madonna in cima alla vetta del nostro colle.

—A chi si fij tu?

Mentre mi spingevo a largo del nostro golfo, con la mia tavola e la pagaia.

—A chi si fij tu?

Quando il meccanico mi chiedeva il compenso in nero per la riparazione delle candelette.

—A chi si fij tu?

L’idraulico.

—A chi si fij tu?

Ogni volta che di ritorno a casa in treno incontravo un concittadino.

Ogni volta: —Abito in via Mazzini.

La trovavo la risposta maggiormente calzante; era la dimensione del mio presente, tutto ciò che rimandava alla più alta forma di conoscenza. Che ingenuo cucciolo. Rispondevo del presente mentre mi si chiedeva del passato. Anacronistico. Curioso. Inintelligibile. Il passato era dirimente per tutti in quella cittadina di provincia. Avevo discusso spesso con persone proveniente da altre provincie italiane e sembrava che venissimo tutti dalla stessa. Tranne per il fatto che nessuno di loro mi avesse mai chiesto: —A chi si fij tu?

Tutti, però, mi ripetevano una frase: “d’altronde lo sai bene anche tu, che sei nato in provincia, che tutti sanno chi sei e a quale famiglia appartieni.” Io non mi ci ritrovavo in quella frase. Neanche oggi. Annuivo sorridendo, così la mia esperienza mi aveva insegnato che ci si dovesse comportare nel caso in cui non si sapesse cosa rispondere. Per fortuna ciò che non comprendevo non mi spaventava; certo, innescava in me smarrimento, ma credevo che tutto si potesse ricondurre sotto l’ombrello della ragione; perciò aspiravo a teorizzare le premesse di quell’enunciato dato per verità. In prima istanza si era dovuti nascere in provincia, ed io lo rispettavo; tuttavia da come loro lo pronunciavano sembrava dovesse essere la condizione necessaria e sufficiente per condurre a quella verità. Eppure mi mancava di capirlo; concepivo fosse necessaria, ma in che modo sufficiente?

—A chi si fij tu?

Un giorno, 30 anni fa. Un postino alla ricerca della mia buca delle lettere, me lo chiese. Per un caso fortuito stavo rincasando, vedendolo in agitata ricognizione tra i cognomi del citofono, gli chiesi se avesse bisogni di aiuto.

—Sa se abita qui il signor Maricanucci?

—Sono io.

—Ah, è lei. Non ha il cognome sul citofono. Dovrebbe preoccuparsene come le facciamo a notificare le lettere?

—Ha ragione, ma quello è il cognome di mio padre.

—Mi scusi che significa.

—Non è il mio! È di mio padre.

—Ma se è di suo padre allora è anche il suo. Scusi ma mi prende in giro?

—No, non mi permetterei mai. Ma io non sono mio padre, perché dovrei avere il suo stesso cognome.

—Ma per identificarla, per sapere a quale famiglia appartiene. Per sapere chi è.

—Per sapere chi sono, serve che io mi chiami come mio padre? Curioso.

—Certo! A chi si fij tu?

—Abito qui, in via Mazzini.

—Farò tardi a lavoro. Metta il cognome sul citofono, se no non sappiamo chi è e ci fa perdere tempo. Il cognome è sempre del genitore. Così sappiamo chi siamo, le radici.

Con il casco ancora slacciato si mise in sella al motorino.

Le radici, aveva detto. Era, forse, la risposta che cercavo da tempo; almeno tre decine di anni. Cercavano tutti le mie radici per sapere chi fossi. Il barista, il meccanico, l’idraulico, i colleghi pendolari, i bagnanti. Colsi allora il significato di quella domanda: —A chi si fij tu? Ricercavano il mio passato, il filo che mi connetteva all’esistito. La seconda premessa di enunciato era svelata: appartenere al passato; solo così quella verità da tutti pronunciati sulla provincia veniva evocata: tutti sanno chi sei. Io non ero chi sono, non ero le mie scelte, ero chi qualcuno era stato. La mia unica identità erano le mie radici. Scosso corsi su per le scale di casa. La mano sullo stomaco. Le chiavi nella toppa, il bagno infondo al corridoio; accelerai, entrai, mi sedetti e feci una grossa cagata; prima solida, un grosso, compatto, nodoso e bitorzoluto pezzo marrone, con un ricciolo in fondo; sembrava di quercia; poi liquida, come ad innaffiarlo. La guardai.

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