Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Lo specchio che non specchia” di Roberto Militerni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Tato Scannatello uscì dall’ufficio postale con la solita stanchezza addosso. Non una stanchezza fisica – quella, diceva, si guarisce lavorando – ma una stanchezza che nasce dal fare qualcosa che non ti appartiene. Lui, in fondo, non era un impiegato. Era uno scrittore.

Scriveva da sempre. Romanzi, soprattutto. Ne aveva terminati pochi. Pubblicato uno solo, a proprie spese. Nessuno lo aveva letto. Ma questo, per Tato, non era un problema.

«Il problema è il mercato», diceva. «Non la qualità».

Chi gli stava intorno non era dello stesso avviso. La moglie, Maria, aveva smesso da tempo di discuterne. La sorella Luisa, più diretta, gli aveva detto più volte che i sogni, a volte, funzionano meglio se restano chiusi nel cassetto. Tato non era d’accordo.

Quella sera si fermò al solito bar. Lo prendevano in giro, lo provocavano, gli chiedevano a che opera stesse lavorando.

Lui rideva. L’importante era che lo considerassero uno scrittore.

Rientrò tardi. Maria non c’era. Non c’era quasi mai quando lui tornava.

Si preparò da mangiare, si versò un bicchiere di vino – cosa insolita – e accese la televisione. Un servizio parlava di cinghiali che invadevano le città. Si addormentò.

Il risveglio fu confuso.

La casa era silenziosa. Troppo. Chiamò Maria. Nessuna risposta. Provò al telefono. Irraggiungibile. Aprì l’armadio. Vuoto. Maria se n’era andata. Non c’era alcun messaggio, nessuna spiegazione.

Tato provò a ricostruire. Non ci riuscì. Provò a capire. Non ne fu capace. Telefonò alla cognata. La risposta fu semplice: Maria aveva deciso. Da tempo.

Chiuse la chiamata senza dire nulla.

Per la prima volta, qualcosa incrinava la sua sicurezza.

Si sedette sul divano. Ripensò alla notte. Ai cinghiali. Gli venne un pensiero, quasi fuori luogo: gli animali sicuramente provano emozioni, ma riflettono su sé stessi?

E gli uomini? Non tutti.

Si fece una domanda. Che marito era stato? Che padre?

Non cercò una risposta. Prese invece una decisione: avrebbe scritto un romanzo.

Lo intitolò subito.

Lo specchio che non specchia.


Amilcare Pappalardo era un uomo di successo. Un editore che non aveva sbagliato un colpo.

Aveva sempre fatto le scelte giuste. Studi, lavoro, matrimonio, famiglia. Tutto era al suo posto. Almeno così credeva.

Aveva appena letto il libro di Tato Scannatello: “Lo specchio che non specchia”. Il suo giudizio era assolutamente negativo in quanto riportava una storia impossibile. Peraltro, il finale era ancora sospeso.

Quando un avvocato comunicò ad Amilcare che la moglie lo lasciava, pensò a un errore.

Quando lesse una lettera del figlio che si presentava come una persona per lui sconosciuta, rimase allibito.

Per la prima volta, Amilcare non aveva una spiegazione pronta. Questo non poteva accettarlo.

Due eventi. Improvvisi. Inspiegabili.

O forse no.

Quando posò lo sguardo sul romanzo di Tato Scannatello, pensò ai cinghiali e capì tutto. O meglio: credette di aver capito.

Chiamò Tato, il quale si precipitò sperando in un giudizio favorevole del dottor Pappalardo.

«Scannatello, tutto quello che mi sta succedendo è nel vostro romanzo».

Tato lo guardò senza rispondere.

«La moglie che va via. L’avvocato. Il figlio. Anche i cinghiali!».

Fece una pausa.

«Manca solo una cosa: il finale».

Tato rimase in silenzio. Poi capì. Non il senso della richiesta. Ma il senso di tutto il resto.

«Scrivete il finale», insistette Amilcare. «E sistemiamo tutto».

Tato prese un foglio. Scrisse. Non molto. Poi lo piegò e lo consegnò ad Amilcare.

«Questo è il finale».

Fece per andarsene.

Si fermò solo un istante.

«Adesso devo scrivere il mio».

E uscì.

Amilcare lesse.

Il protagonista nel finale scritto da Tato per Amilcare pensava all’accaduto. Riorganizzava. Spiegava.

La moglie non era andata via: era fragile.

Il figlio non era cambiato: era un debole.

Tutto trovava posto. Tutto tornava.

Un po’ alla volta l’angoscia si dissolse.

Riprese a respirare.

«Alla fine», disse tra sé, «ognuno è artefice del proprio destino. Se loro hanno fatto una scelta sbagliata, il problema è il loro».

E per la prima volta dopo ore si sentì di nuovo al suo posto: un uomo di successo.

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