Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026″L’Anomalia” di Amir Tokmic

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La nebbia si mangiava tutto: i cartelli, le auto parcheggiate di fronte al capannone. Alle 7:30 la sirena ha tagliato l’aria e il mio turno è iniziato. Compressore acceso, aspiratori a manetta. La giostra era già carica di pezzi da verniciare.

Appena ho indossato la maschera, il mondo fuori è scomparso. Sentivo solo il mio respiro affannoso e il ruggito della macchina che partiva. Ero lì, chiuso nel mio indumento bianco, un po’ innocente all’inizio, ma destinato a diventare un altro scarto a fine giornata.

I manufatti erano grezzi, sporchi. Ho impugnato la pistola e ho iniziato la magia. È incredibile come basti uno strato di lucido per nascondere la ghisa porosa. Guardavo quel metallo cambiare faccia e pensavo che, in fondo, siamo tutti così: mostriamo al mondo la nostra vernice migliore, mentre sotto restiamo pezzi pieni di difetti. La giornata procedeva come stabilito dalla produzione. L’odore acido del solvente penetrava nella mascherina, un profumo a cui ormai l’olfatto aveva fatto l’abitudine. Alle 10:30 è scattata la pausa: iniziava il rito dei dieci minuti, in cui il caffè la faceva da padrone. Tenevo il bicchierino in mano, uscivo nel cortile, tornavo nel mondo. Osservavo la nebbia che svaniva come un brutto sogno; il silenzio regnava, disturbato solo a tratti dalle chiacchiere dei colleghi che fumavano una sigaretta. Quella breve interruzione era sempre un ritorno alla realtà. L’aroma del caffè faceva svanire, per un po’, l’odore del diluente.

Quel giorno mi passò davanti un pezzo diverso dal solito: era molto lucido, si intravedeva la mia sagoma, il mio viso coperto si rifletteva sulla superficie. La prima mano iniziò ad aderire, poi passai la seconda, ma dopo un paio di ore fui richiamato per dare spiegazioni sull’accaduto. Si era creato un substrato di bollicine in superficie; era un’anomalia, come una di quelle telefonate improvvise che ricevi e che ti cambiano l’esito della giornata. Il respiro si faceva sempre più profondo, il sudore inumidiva la fronte e la tensione saliva. Il pezzo fu rimosso dal gancio e messo in disparte, in attesa di capirne il motivo. Eravamo abituati alle colature dovute alla distrazione, ma questo era diverso. Il colore copriva gli altri componenti che giungevano a me, ma il mio pensiero restava fisso su quelle dannate bollicine. Mi mangiava dentro la curiosità di capirne la causa. È un po’ come quando provi a nascondere una verità scomoda: puoi passarci sopra quanti strati vuoi, ma la tua coscienza troverà sempre il modo di far risalire la bolla d’aria in superficie. Guardai ancora quel pezzo difettoso e, per la prima volta, non provai a correggerlo: in quel mare di perfezione industriale, quel piccolo errore era l’unica cosa che mi somigliava davvero.

Poco dopo, la sirena ha suonato di nuovo, ma stavolta per liberarci. Ho riposto la pistola, lavato la pompa, spento il compressore e sfilato la maschera. Mi cambiai, lavai le mani e fissai il mio volto allo specchio: il rossore dei lacci della mascherina segnava ancora la pelle. Mentre uscivo dal capannone, la nebbia era ancora lì ad aspettarmi, più cupa di prima. Mi ci sono immerso con un mezzo sorriso, lasciando che mi mangiasse di nuovo. In fondo, fuori da lì, siamo tutti pezzi difettosi che cercano solo lo strato di vernice giusto per confondersi nel grigio.

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