Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il Santa Croce” di Maddalena Conti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Ce li avevo sempre dietro la schiena. Gli occhi scuri del Santa Croce. Li avevo visti da bambina, due macchie scure su un costone di roccia sporgente, e da allora l’avevo sempre immaginata così la montagna.

Da bambina volevo andarci a vivere lì, fra i prati verde smeraldo e le case tutte in legno e dai balconi fioriti d’estate. D’inverno la neve, che scintillava anche quando scendeva il buio

Quando tornavo a casa dalle vacanze con la mia famiglia, mi sembrava tutto così brutto. I palazzi, le case di cemento, le strade. Il cielo biancastro. Provavo una invidia pura per gli abitanti della valle che ce l’avevano sempre negli occhi tutta questa bellezza. Pensavo che la mia vita sarebbe stata più lieve in un posto così. Poi me ne sono dimenticata.

Ma ogni anno, d’estate e d’inverno, ci tornavo con la mia famiglia e le mie cugine. Sempre nello stesso appartamento, nel paese ai piedi del Santa Croce. Dalla finestra della mia stanza si vedeva proprio bene la montagna, e quegli occhi scuri che mi osservavano silenziosi. Mi hanno vista crescere.

Mio padre era innamorato di quei luoghi. Gli brillavano gli occhi quando la roccia la sera si tingeva di rosa sul cielo indaco. “Che magnificenza” diceva. E uscivamo tutti in terrazza a guardare.

Un giorno facemmo una lunga passeggiata che ci portò proprio alle pendici del Santa Croce. Vista da lì sotto la montagna metteva quasi paura. Erano già le due del pomeriggio, stavamo stesi sui plaid sull’erba umida a riposarci dopo aver mangiato i panini. La montagna a quell’ora era giallastra. Il sole era coperto da nuvole dense. C’era silenzio. Me ne stavo sdraiata a guardare il cielo che si fondeva nella roccia e mi prendeva una strana malinconia, forse per la stanchezza delle gambe dopo la passeggiata.

La sera quando tornavamo all’appartamento di nuovo il Santa Croce, la roccia bianca che luccicava nel buio. A volte chiudevo le tende e mi sdraiavo sul letto, sotto al piumone che c’era anche d’estate. Ce l’avevo sempre negli occhi.

Me la ritrovavo anche quando andavamo a cena. Spuntava fuori da qualche parte, dietro un ballatoio, un tetto, un vaso di fiori. Se ne stava acquattata e mi sorprendeva alle spalle. Anche quando spariva dietro le nuvole brumose, potevo sentirla addosso. Mi chiedevo come facessero gli abitanti della valle a vivere così.

Una volta qualcuno del posto mi disse che era facile morire in montagna, perché era pieno di vette e rocce da cui buttarsi. Magari dopo una passeggiata, senza neanche pensarci. Magari proprio nel meriggio, con la roccia giallastra e scura. Ti buttavi e basta.

Il Santa Croce c’era anche quando in macchina supplicavo mio padre di riportarmi alla casetta di montagna invece che al campo scout di Natale. Con la coda dell’occhio vedevo ancora le sue ultime pendici. Mio padre non parlava. Il viso scuro, le mani salde sul volante. Io quasi piangevo. Percorrevamo una serie di tornanti e a un certo punto mio padre mi guardò, gli occhi fondi e scuri. Poi accelerò e sorpassò la macchina davanti a noi, in piena curva. Trattenni il respiro. Solo quando uscimmo dal tornante mi resi conto che eravamo ancora vivi. Per tutto il resto del lungo viaggio ci fu solo silenzio. Il Santa Croce non si vedeva più.

Tornai qualche anno dopo la morte di mio padre. Se n’era andato con una corda al collo. Senza più guardare.

Vidi comparire il Santa Croce a un certo punto fuori dal finestrino. Lo stavo aspettando. Di nuovo i suoi occhi neri che mi scrutavano. Erano rimasti identici, come se non avessero mai smesso di guardare. Avevano già capito che ero cambiata. Mi ero invecchiata, avevo preso qualche chilo di troppo e una gentilezza che non mi apparteneva.

Anche la valle era cambiata, non era più un luogo semisconosciuto ma una meta turistica ricercata. Avevano costruito nuovi alberghi e appartamenti. Una malattia faceva cadere uno dopo l’altro i grandi abeti, che giacevano al suolo come stuzzicadenti. Gli abitanti a volte sembravano quasi infastiditi dalla presenza dei turisti. Non erano più curiosi di facce e di gente come un tempo.

Avevo affittato lo stesso appartamento di sempre, e quando uscii in terrazza la roccia del Santa Croce si stava tingendo di rosa. “Che magnificenza” pensai.

Provai rabbia. E una tristezza antica. Tutta quella magnificenza non era bastata a salvare mio padre. Tutta quella bellezza non era bastata a salvarmi da lui.

Il Santa Croce continuava a guardare e io non potevo smettere di guardare lui.

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