Premio Racconti nella Rete 2026 “Come il glicine alla fine d’autunno” di Patrizia Surace
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Durante la lettura di una famosa poesia, sono stata colpita dalle suggestioni create dal poeta. La metafora era chiara e, in poche strofe, l’ho sentita anche mia. Ho percepito una forza antica che mi ha accompagnata nel viaggio: come essere umano, vagavo alla ricerca di uno spazio di quiete e, come mamma, cercavo di dare vita a un progetto nel mondo. Uno sforzo quasi primitivo, nella sua grande e profonda fatica.
Ho acceso la speranza di mete lontane, da condividere.
La poesia mi ha aiutata. Mi ha avvicinata all’impegno e lo ha reso visibile. Ho aperto le porte a ciò che sentivo già mio. Mentre la leggevo, inseguivo riflessioni continue. Immaginavo una freccia conquistare il suo spazio all’interno dell’arco, fino quasi a esserne parte. Poi la vedevo uscire rapida, prima di prendere il volo. Ho pensato alla Vita, accogliente e tesa, che ci spinge verso l’esterno, come il glicine aggrappato alla rete quando sparge i suoi semi in autunno per non farli restare nell’ombra.
Avevo vicino un’immagine chiara e dinamica: nutrire la vita per creare un progetto più grande, che andava lontano nel tempo. Mi sentivo una goccia nel mare che attendeva il calore del sole prima di diventare una nuvola, ma anche pronta, di nuovo, a ripetere un ciclo continuo.
La freccia raccoglieva la forza, dono dell’arco, e poi entrava nel mondo per cambiare il proprio cammino, seguendo tracce antiche già solcate nel tempo. Un cammino, quello dei figli, che nasce lungo la strada che i genitori hanno scelto, già prima.
Non sempre le frecce vanno lontano. A volte tornano indietro e i genitori non sanno perché. Vedono i figli soffrire, percepiscono la loro rabbia e temono il loro dolore. Altre cadono a terra senza affrontare lo spazio di fronte. Altre, ancora, acquistano forza mentre trovano riparo nell’arco e poi vanno lontano. Non ho certezza di niente, pensavo, mentre leggevo le strofe.
Ho cercato di non perdere nulla dei loro momenti di crescita.
Silvana, ancora, si arrabbia quando le dico che i miei figli stanno bene così e che io non vorrei cose diverse per loro. Ho seguito la traccia degli eventi e i limiti di ogni periodo. Mi sembra di vederli, ancora piccoli, con la valigia in mano o con la cartella, sulle spalle, che pesa, all’uscita da scuola. Non so quanto hanno sofferto, ma so che è stata una scelta, spero anche per loro. Hanno vissuto “veloci”, con un gran ritmo, ogni cosa. Sono partiti per viaggi e hanno vissuto la scuola come un impegno. Ho sentito le mie lacrime fermarsi sulla soglia per non dare loro il peso della scelta ad ogni partenza. Ho giocato, con loro, con le loro fatiche. Li ho protetti dai miei stessi errori. Su questo non so quanto sono stata capace: ho cercato di essere meno dannosa. Hanno capito dai miei silenzi e dalle parole.
Ho sentito le loro spinte, ho nutrito i loro desideri. Ero nell’alba del loro grande cammino, che ora continua. All’interno dell’arco ho vigilato, ho sostenuto il loro percorso. Sentivo che era influente il mio peso e il mio movimento. Non volevo essere un limite. Capivo che dovevano andare. Non volevo tenerli legati a schemi già vecchi.
Nella mia testa, il conflitto era grande. Mi sentivo infelice per il vecchio percorso e, comunque, in attesa di ciò che di nuovo poteva arrivare. Ero appagata per l’amore che davo.
Ho avuto due splendide frecce: i miei due figli, che amavo e che amo. Di lui mi piace il sorriso spontaneo, di lei il sorriso che accoglie il bello del mondo. Ho vissuto con loro più vite. Sono stata felice per ciò che mi han dato. Sentivo che volevano prendere il volo e che spingevano per andare lontano.
Non vedevo il Nuovo Mondo che ancora dovevano scoprire: sono stata solo la spinta iniziale, che ha mosso la freccia con maggiore tensione o il baccello, che ha dato energia a nuova vita. Ero pronta ad aggiustare la mira con lo sguardo di una giovane mamma che sente il futuro ancora lontano. Ho guardato oltre, dove il mio sguardo non arrivava. Loro hanno visto un confine più in là e io li ho lasciati.
Sono stata felice per questa grande fatica, che li ha spinti nel mondo. Mi consola sapere che non ho creato un legame invischiante. Non ho corso il rischio del banale conflitto. Ho evitato la frizione continua che si appesantisce, nel tempo, per cose banali. Ho accettato un conflitto più grande con il mio mondo di dentro.
Per questo soffro in silenzio. Non urlo il dolore: mi manca il loro sorriso. Ogni giorno soffro di saperli lontani. Quando calmo i pensieri, il mio sguardo si sposta al di fuori e vede il mondo reale.
Le frecce, con i loro colori, sono andate lontano. La loro casa è lontana. Io attendo incontri, presenze e viaggi che ci tengono uniti. Cerchiamo di stare vicini anche ora che sono nel mondo. Ascolto le loro parole come carezze che entrano in casa. Sono momenti di vita che danno sapore ai miei giorni.
Posso solo dire a me stessa che soffro ancora in silenzio, ma non voglio altro dolore: il ritorno nel nido, senza il viaggio, sarebbe soltanto un’amara sconfitta. Combattere contro di loro, con frecce dello stesso colore, sarebbe un dolore crudele.
Non volevo tenerli per sempre bambini, per troppo amore. Mi sono permessa di lasciarli andare lontano. Ho lasciato le frecce volare. Vivo un amore, che inevitabilmente ha lasciato ferite, ma che non ha rinunciato a dare nuovi colori.
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