Premio Racconti nella Rete 2026 “Di spille in fondo al mare” di Maddalena Conti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Attraversavamo l’isola con un vecchio pulmino grigio, che guidava mio zio. Mio padre era rimasto a casa per via del lavoro. Ci inerpicavamo lungo le strade giallastre sempre più strette, per raggiungere piccoli conventi seminascosti dalla vegetazione e da cespugli di fiori viola dal profumo aspro. Visitavamo i chiostri, immersi in giardini silenziosi. Si sentiva un forte odore d’incenso. Mia madre e i miei zii leggevano a bassa voce la guida turistica. Io, mia sorella Chiara e le mie cugine Marta e Federica ci sedevamo sui sedili di marmo fresco. Marta si sedeva spesso accanto a me e io mi scostavo un po’ per farle posto. Faceva così caldo che le cosce mi si appiccicavano al marmo. A volte, avevo un sapore in bocca di sudore. Non sapevo da dove arrivava. Allora osservavo le cupole affrescate, e pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così. Qualche giorno prima avevo visto le suore, al di là del cancello, ridere a crepapelle. Mi erano sembrate così contente. Poi tornava quel battito nella pancia, qualcosa di appuntito. Mi veniva in mente il ragazzo della piscina. L’avevo visto lì per la prima volta, un pomeriggio che eravamo tornati presto. Poteva avere qualche anno in più di me. Mi aveva colpito il suo sguardo, che mi pareva assorto e al tempo stesso attento quando staccava gli occhi dal libro. In quei momenti sorprendevo Marta a osservarmi dalla testa ai piedi. Avvertivo sulla pelle il suo sguardo. Per un istante mi veniva d’istinto da incurvare le spalle. L’incenso mi pungeva nelle narici come i fiori viola. Poi mi raddrizzavo tutta. Non volevo che il ragazzo della piscina mi immaginasse così.
Quando non andavamo alla ricerca di conventi, scendevamo a spiagge e calette dalle acque azzurrine. Mentre gli adulti dormicchiavano al sole, noi mettevamo in scena lotte fra pirati. Il tesoro era una piccola tavoletta di legno, trovata sulla spiaggia. Marta era la più forte e la più veloce. Mi sceglieva spesso per fare coppia. Aveva un fisico snello e tosto. Un pomeriggio mi strappò la tavoletta dalle mani. Lottammo corpo a corpo. Poi si tuffò. Riuscii a raggiungerla e a riprendere il tesoro. Sorrisi. Lei mi saltò addosso e nell’impeto mi graffiò la mano. Con le labbra mi succhiai la ferita che sapeva di mare.
Più tardi, si sdraiò sul telo accanto a me, i corpi che si toccavano appena. Il sole era caldo sulla pelle fresca.
“C’è qualcosa che non ti piace di te?” disse a un certo punto. Avevo appoggiato un braccio sugli occhi e me ne stavo dentro lo sfarfallio di luce. Ci misi un po’ a rispondere.
“Forse le lentiggini” dissi. Scoppiò a ridere, si mise seduta a gambe incrociate e prese a fissarmi.
“È che il tuo seno… ” disse, poi fece un gesto vago con la mano e distolse lo sguardo. Mi misi a sedere e mi tirai su il costume sul seno, che premeva contro la stoffa. Arrossii. “E tu?” chiesi. Lei si rabbuiò. Si accarezzava il naso. Per un istante abbassò gli occhi e prese a smuovere la sabbia con un piede. Poi mi guardò dritto in faccia. “Sei fortunata” disse. Aveva gli occhi lucidi.
In quel momento ci raggiunsero mia sorella e Federica. Decidemmo di fare l’ultimo bagno prima di tornare in albergo. Marta all’inizio non voleva venire, ma riuscimmo a convincerla. Ci tuffammo in acqua con la nostra tavoletta. Il mare era agitato e giocavamo distratte vicino alla riva. Mia sorella e Federica si lasciavano trascinare dalla risacca, la spuma biancastra che si infrangeva sui loro corpi. Marta guardava l’orizzonte. La chiamai, e le lanciai la tavoletta. La afferrò al volo ma poi le sfuggì. Rimase immobile. Io nuotai per prenderla, ma la corrente già la portava via veloce. Si era alzato il vento e le onde erano sempre più alte. Mia mamma e mia zia ci facevano segno di uscire dal mare. L’acqua era diventata subito profonda, sentivo la risacca che mi trascinava. Nuotai a stile con tutta la forza che avevo per tornare a riva. Guardai Marta, era avvolta nel telo e tremava. Mi avvicinai, ma lei si scostò. Mi guardava. Per tutto il resto della giornata mi sottrassi ai suoi occhi.
Il mattino dopo, gli adulti decisero di rimanere alla spiaggetta dell’albergo. Noi passammo la maggior parte del tempo in acqua, con maschera e boccaglio a osservare i pesci intorno alle rocce. Al contatto con l’acqua il graffio bruciava ancora. Più tardi il vento si alzò e andammo in piscina. C’era anche lui. Leggeva. Quando gli passai davanti, notai che il titolo del libro era in una lingua straniera. Ci sistemammo dall’altra parte della vasca. Me ne stavo sdraiata sul lettino e leggevo anch’io. Sopra il costume intero blu indossavo una maglietta gialla. Ogni tanto alzavo lo sguardo dal libro e gli gettavo un’occhiata. Portava una maglietta bianca e un costume rosso a bermuda. A un certo punto si alzò e si avvicinò alla vasca, poco distante da me. Lo osservavo. Aveva il volto dai lineamenti delicati e la bocca carnosa. Lui per un attimo si voltò verso di me. Sul volto dovevo avere un’espressione stranita e mi costrinsi a ricacciare gli occhi sul libro. Quando li alzai lo vidi tendere le braccia, giungere le mani e tuffarsi di testa in acqua. Per tutto il tempo che restai in piscina, non ebbi più il coraggio di guardarlo.
Il pomeriggio il vento non si era ancora calmato e tornammo di nuovo in piscina. Lui non c’era. Ero delusa ma al tempo stesso mi sentivo più leggera. Respirai al pensiero che forse non mi aveva affatto notata.
Quella notte uscii di nascosto dalla stanza dell’albergo. Mia madre e mia sorella dormivano già. Me ne stavo sul patio, su una sedia a sdraio. Arrivava il rumore delle onde che battevano contro gli scogli sulla spiaggia. L’aria era calda e ferma. Una luna gialla quasi piena premeva nel cielo buio. Gettai uno sguardo alla piscina sottostante, immersa in una tiepida nebbia azzurrina. C’era ancora qualcuno sulle sdraio. Presi l’accappatoio dallo stendino, mi infilai svelta il costume e scesi alla piscina. Mi tuffai. L’acqua era fredda e mi venne la pelle d’oca. Nuotai una vasca a stile tutto d’un fiato. Iniziai a nuotare a rana, con tutta la forza che ci mettevo sempre. Poi ancora a stile, lenta questa volta. Facevo lunghe bracciate e spingevo via l’acqua, sentivo la resistenza contro le mani. Mi immersi fino a sfiorare il fondo azzurro con la pancia.
Quando tornai in superficie, riuscii a sentire nitido il rumore del tuffo delle onde in mare, giù nel buio a pochi passi dalla vasca. L’odore salmastro si mescolava a quello acre del cloro.
Lo vidi seduto su una sedia al bordo. Leggeva il suo solito libro.
Uscii dall’acqua e mi avvolsi nell’accappatoio, la pelle increspata. Tamponai con cura il volto e i capelli gocciolanti. Poi gli passai davanti. Lui alzò lo sguardo, e io gli sorrisi. Per un momento mi osservò in silenzio, attento, come se non mi avesse mai vista prima. Poi sorrise. Mi strinsi nell’accappatoio, le braccia tremavano un po’. Mi girai svelta e mi avviai verso la camera.
Ero quasi arrivata alla stanza quando lo vidi dietro di me. Camminava a passo lento. Io rimasi immobile. Si avvicinò, sorrise e mi prese per mano. Lo lasciai fare. La pelle della sua mano era liscia. Si fermò vicino a un capanno di servizio e mi spinse piano contro il muro. Chiuse gli occhi e mi baciò. Io mi irrigidii, serrai le labbra. Lui mi baciò dietro l’orecchio. Sentivo il suo odore sottile. L’orecchio mi pizzicava. Tornò a baciarmi sulla bocca. Questa volta lo lascia fare. Lui mi slacciò l’accappatoio. Le sue mani mi toccarono. L’orecchio mi pizzicava ancora. Poi fu un battito nella pancia. Rimasi ferma per qualche istante. Mi riscossi e gli affondai le unghie nelle mani per fermarlo. Lui rise. Per un attimo risi anch’io. Mi strinsi l’accappatoio addosso. Lui fece un passo verso di me. Io mi liberai dal suo abbraccio e mi scostai. Lui increspò le labbra, ma io correvo già a perdifiato verso la mia stanza.
Andai in bagno e mi sciacquai il viso con l’acqua fredda. La notte non riuscii a dormire; continuavo a sentire quel pizzicore e la pelle del viso che tirava.
Il giorno dopo partimmo all’alba, per una piccola isola disabitata. Io ero stanca. Per tutta la giornata, rimasi seduta all’ombra di una palma. Non mi tolsi nemmeno i vestiti. Sapevo di cloro. Davanti a me un mare azzurrino che sfumava in tinte rosate. Guardavo mia sorella e le mie cugine sguazzare in acqua. Ridevano. Le loro voci mi arrivavano sfuocate. Per un momento pensai di raggiungerle, ma non lo feci. Gli adulti chiacchieravano al sole. Con una mano disegnavo cerchi sulla sabbia calda. Nessuno si avvicinava. Sentivo come un languore nella pancia, gli occhi gonfi e qualcosa che mi faceva bruciare il petto e arrivava fino alla gola. Mi sfiorai la pelle sul collo. Fu come il tocco di un’estranea. Per un momento ripensai al chiostro e al marmo fresco. Alle suore che ridevano.
Quando alzai lo sguardo, Marta era davanti a me. Mi guardava. “Vieni a fare il bagno?” disse. Non risposi. La guardai dritto negli occhi. Lei fece un mezzo sorriso. Rimase lì, in silenzio. Forse sapeva già tutto. Mi alzai di scatto dal telo e mi tolsi in fretta i vestiti. Sentivo il suo sguardo fermo sul mio corpo. Corsi verso il mare e raggiunsi le altre. Sguazzai un po’ con loro. Poi mi allontanai. Marta era sulla battigia. Mi guardava ancora. Mi tuffai e nuotai sott’acqua finché riuscii a trattenere il fiato.
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