Premio Racconti nella Rete 2026 “Il Tempo non Impara Mai” di Simone Di Giovanni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La prima volta che Luca saltò nel tempo lo fece per errore. Era una sera di pioggia sottile, una di quelle che non fanno rumore ma filtrano ovunque. Aspettava Elena sotto il portico della stazione. Lei era in ritardo, come sempre, e lui aveva imparato ad amare persino quell’attesa: erano minuti rubati al mondo, l’illusione che nulla potesse accadere finché lei non fosse arrivata. Guardava l’orologio, un vecchio modello ereditato dal padre, quando sentì un dolore acuto al petto, come se il cuore avesse perso per un istante la sua posizione naturale. Il mondo tremò. Non fu uno strappo violento, ma uno scivolamento improvviso, come perdere l’equilibrio su una scala che credevi finita. E poi la pioggia cessò.
Luca alzò gli occhi. Il portico era svanito. Al suo posto, una facciata annerita dal tempo e manifesti strappati che annunciavano spettacoli teatrali di decenni prima. La stazione era la stessa, eppure diversa: più piccola, spoglia, più viva. La gente indossava cappotti lunghi e cappelli; nessuno stringeva un telefono in mano. Era saltato indietro di quarant’anni. Inizialmente pensò a un malore, a un sogno lucido. Fu un calendario esposto in una vetrina a confermargli l’assurdo. Quando, ore dopo, con lo stesso dolore al petto il mondo scivolò di nuovo, si ritrovò sotto il portico moderno, avvolto dalla solita pioggia. Capì allora che la sua vita aveva appena cambiato traiettoria. Elena arrivò pochi minuti dopo, sorridendo, ignara. Luca non le disse nulla.
Scoprì presto che il salto non era casuale. Avveniva quando il dolore al petto si faceva insopportabile, nei momenti in cui il pensiero di perderla diventava più forte del respiro. Non poteva scegliere la data con precisione, ma il tempo sembrava obbedire a un’attrazione emotiva: andava dove il suo cuore sanguinava di più. Saltava quasi sempre indietro. E ogni volta, Elena c’era. Più giovane, più fragile, a volte appena conosciuta, a volte ancora bambina. La prima regola che si impose fu di non incontrarla quando era troppo piccola. La seconda fu di non dirle mai la verità. La terza — la più difficile — fu di non cambiare nulla. Ovviamente, le infranse tutte. Perché quando ami qualcuno, l’idea di lasciarlo andare è una violenza che il cuore non accetta come necessaria.
Luca sapeva come sarebbe finita. Elena sarebbe morta a trentadue anni in un incidente d’auto su una strada secondaria, una sera qualunque, tornando da una cena. Un dettaglio banale, crudele nella sua normalità. La prima volta che saltò con l’intenzione di salvarla, tornò a tre giorni dal fatidico evento. La trovò nel loro appartamento, seduta sul pavimento a scegliere quali libri portare nella casa nuova. Era così viva che Luca dovette trattenere il fiato. Ogni suo gesto era un miracolo che lui sapeva già perduto.
Quella volta non fece nulla di plateale. Ma non fu nemmeno semplice come raccontarsela dopo. Passò la notte senza dormire, seduto sul bordo del letto, guardando Elena respirare nel buio. Ogni volta che chiudeva gli occhi la vedeva già morta, e allora li riapriva di scatto, come se bastasse quello a tenerla in vita. La mattina dopo, quando lei prese le chiavi dell’auto, Luca le afferrò il polso. Non forte, ma abbastanza da fermarla. «Prendi il treno.» Elena lo guardò sorpresa. «Che ti prende?» Lui non aveva una spiegazione credibile. Aveva solo paura, una paura animale, senza logica. «Non lo so,» disse. «Ho una brutta sensazione.» Lei sorrise, cercando di alleggerire. «Sei sempre così ansioso.» «No, oggi no.» C’era qualcosa nel modo in cui lo disse che la fece esitare davvero. Elena sospirò, poi lasciò cadere le chiavi sul tavolo. «Va bene. E Treno sia.» Luca non disse grazie. Si limitò a chiudere gli occhi per un istante, come se avesse appena rimandato la fine del mondo.
Il giorno dell’incidente passò. Nulla accadde. Luca credette di aver vinto. Il dolore, però, arrivò la mattina dopo, violento. Il mondo scivolò. Quando tornò nel presente, Elena era morta lo stesso. Non su quella strada, non in quell’auto. Un infarto improvviso in stazione, trenta minuti prima di salire sul treno. Il tempo non aveva corretto la morte. L’aveva solo riscritta.
Dopo quella volta, Luca perse il conto. Ogni tentativo era diverso, ogni fallimento più feroce. A volte Elena moriva giovane, a volte più tardi. Una volta arrivò quasi a quarant’anni e lui sperò che il tempo avesse finalmente ceduto. Invece lei se ne andò nel sonno, una notte senza sogni. Altre volte il destino era immediato: una caduta, una malattia fulminea, una coincidenza assurda. Il mondo sembrava piegarsi pur di portarla via. E ogni volta Luca tornava indietro con la memoria sempre più pesante, come se ogni versione di lei gli restasse addosso, sovrapposta alle altre.
C’erano versioni di Elena che non lo avevano mai amato. Versioni in cui lui era solo un conoscente, un volto vago. Erano le linee temporali più dure: doveva riconquistarla ogni volta, sapendo già come sarebbe finita. Ma lo faceva. Sempre. Perché anche un amore destinato a morire è preferibile al vuoto.
Col tempo, Luca capì: non poteva salvare lei, ma poteva cambiare se stesso. Ogni salto lo lasciava più stanco. Il suo corpo restava giovane, ma l’anima portava secoli di lutti. Elena, invece, era sempre nuova. Lei non ricordava, non portava cicatrici temporali. Lo amava ogni volta come se fosse la prima. E questo, più di ogni funerale, lo spezzava.
Una sera, in un futuro mai visto prima, Elena gli chiese: «Hai mai la sensazione di sapere già come andranno le cose?» Luca la guardò col cuore stretto in una morsa. «Sì,» rispose. «Sempre.» Lei sorrise, malinconica. «Allora promettimi una cosa. Qualunque cosa accada… non smettere di vivere.» Luca tacque. Sapeva di non poter mantenere quella promessa.
L’ultimo salto fu diverso. Il dolore arrivò mentre le stringeva la mano in ospedale. Non era un incidente, ma una malattia lunga e logorante. Per la prima volta, il tempo sembrava concedere loro un addio. Elena era pallida ma lucida. Lo fissava come se vedesse qualcosa oltre il suo volto. «Tu…» mormorò. «Non sei come gli altri. Sembri stanco. Come se avessi vissuto troppo.» Luca capì che il tempo non era del tutto cieco. A forza di saltare, aveva lasciato tracce. Forse l’amore era una forma di memoria che neanche il tempo stesso poteva cancellare del tutto.
Il dolore al petto si fece insostenibile. Era il segnale. Era il gancio che lo richiamava altrove per riprovarci ancora. «Non farlo», sussurrò Elena. «Qualunque cosa tu stia per fare… resta.» Luca pianse. Pianse come non aveva mai fatto in nessuna linea temporale. E per la prima volta, scelse di non saltare.
Rimase.
Elena morì quella notte con la mano nella sua. Il tempo non scivolò. Il mondo non tremò. Luca visse. Non bene, non male. Semplicemente, visse. Il dolore non svanì, ma cambiò forma: non era più un richiamo, ma una cicatrice. Una memoria silenziosa.
A volte pensava che il suo potere non fosse mai stato quello di salvarla. Forse era stato quello di amarla in infinite variazioni, dimostrando che anche l’inevitabile può essere sfidato, seppur per un istante.
Quando morì, molti anni dopo, non sentì alcun dolore al petto. Solo pace. E per la prima volta, non tornò indietro. Perché alcune persone non sono destinate a essere salvate. Sono destinate a essere amate. Anche quando il tempo, ostinatamente, dice di no.
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