Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La decima firma” di Paola Castagnino

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Non tutte le firme pesano allo stesso modo.

Nella mia vita ne ho messe molte. Alcune scivolano via come inchiostro sull’acqua, altre restano addosso per anni, anche quando la carta non esiste più.

La prima firma importante non è stata la mia, ma porta il mio nome. Un ufficiale dello Stato civile ha attestato che io, Rita, ero nata. Ignorava però che il mio nome fosse ispirato a una star hollywoodiana che mio padre, un burbero ligure, ammirava al cinema.

Ma nomen omen, come dicevano i latini, e io crebbi ignara, ma all’altezza di quel nome.

Nemmeno la seconda firma è stata la mia, ma quella del parroco del mio Paese, che ha attestato il mio battesimo. Quindi, un mese esatto dopo la nascita, come da tradizione, entravo ufficialmente a far parte di una piccola comunità contadina e cattolica: il senso di fratellanza e reciproco sostegno, il mio senso del dovere e della responsabilità hanno inequivocabilmente quella matrice. Anche quello della colpa e dell’inadeguatezza, ma, in questo caso, riconosco che ci ho aggiunto molto di mio.

La terza firma, invece, è la prima che ho messo proprio io.

Sul retro di una fotografia che mi ritrae con il grembiule e il fiocco rosa, alle Elementari, la maestra aveva scritto “A Rita, perché nello studio trovi le maggiori gioie della sua vita”. Poi aveva vergato il suo nome e mi aveva chiesto di sottoscrivere.

Io ero piccola e diligente, ma avevo firmato con una certa riluttanza. Pensavo che la matematica o l’italiano potessero darmi gioie, sì. Ma anche correre nei prati — o il mio compagno di banco, con il ciuffo ribelle — non erano affatto male. Il senso del dovere e il rispetto che riservavo agli adulti avevano fatto sì che le obiezioni “rimanessero dentro il mio cervello” e scrivessi il mio bel “Rita” in un corsivo ancora stentato, con una bella “a” finale svolazzante. Il cognome non si aggiungeva ancora. Ed io, presuntuosa ed amata quanto basta, ritenevo di essere l’unica Rita che il mondo potesse desiderare.

Sbagliavo.

La quarta firma importante è stata sul primo contratto di lavoro. Gli anni del Liceo e dell’Università erano stati una splendida parentesi della mia vita. La laurea, arrivata un 2 novembre, il giorno in cui si commemorano i Defunti, mi era sembrata un segno di riscatto per tutta la mia famiglia. Ero la prima e mi sembrava che quel traguardo fosse anche quello di tutte le generazioni che mi avevano preceduto. Era quindi ovvio che, il giorno in cui sono stata assunta, sentissi attorno a me il calore di tutti quegli avi, ruvidi lavoratori della terra. Misi la mia bella firma, completa di cognome “Valentini”, con lettere così grandi da sbordare la riga nera designata.

Ero giovane, bella, capace. Il mondo era mio, pronto ad essere morso come una generosa anguria in piena estate. Mancava l’amore. Non l’amore della mia famiglia, ma l’amore che ti tiene sveglia la notte, che ti fa dimenticare il senso del dovere e ti fa scegliere non quello che è opportuno, ma quello che ti fa sentire viva.

“Lei è un prezioso acquisto, per la nostra Società. E pure per me”. La voce del principale azionista era calda, ferma, seducente. Era anche la voce della persona che avrebbe sconvolto la mia vita, facendomi mentire agli altri e, soprattutto, a me stessa.

Ricordo il suo profumo — legno e tabacco — e le dita che tamburellavano sulla scrivania quando parlava.

“Certo che mi ama”, mi ripetevo. Il fatto che fosse sposato, che ci frequentassimo in posti splendidi e defilati, nascosti da tutti quelli che ci conoscevano, mi sembrava irrilevante di fronte ai sentimenti che provavo per lui. Avevo fiducia in lui, in noi, nel nostro amore, finché l’amore non ha dato il più naturale dei frutti: sono rimasta incinta. Di un figlio che non doveva nascere.

La quinta firma è stata la più difficile della mia vita.

Non importa cosa dice la legge, o la morale, o la Chiesa. So solo che, da quel momento, nulla è più rimasto davvero intatto.

La mia firma era minuscola, la firma di una persona che si vergogna. Il medico provò ad essere più forte della mia viltà: “Lei è giovane e sana… torni per partorire”. Ho immaginato la delusione che avrebbe provato la mia famiglia, la mia comunità nello scoprire che Rita non era poi così perfetta, non era poi così intelligente da scegliere un uomo come si deve, non era poi così bella da essere seconda a qualcun’altra.

E ho firmato.

L’infermiera che mi conduceva in sala operatoria canticchiava “Mare… profumo di mare...”. Una mancanza di empatia rimasta incisa nella mia pelle: il prezzo da pagare per continuare a sembrare perfetta.

La sesta firma è stata su un modulo d’ammissione.

Nuovamente non mia, ma di una ragazza poco più che adolescente, gli occhi vuoti e la pancia nascosta da una felpa troppo grande. Io l’ho solo controfirmata, in fondo alla pagina, come responsabile della struttura che l’avrebbe accolta.

Lavoravo da qualche anno in una casa che offriva aiuto alle donne in difficoltà — ragazze “a rischio”, così le chiamavano nelle relazioni ufficiali. A rischio di cosa, mi chiedevo spesso. Di vivere? Di sbagliare? Di somigliare troppo a me?

Ogni volta che una di loro partoriva, o cambiava idea, o semplicemente decideva di restare, io sentivo che un piccolo frammento di me si ricomponeva. Ma la verità è che, in fondo, non ci si ricompone mai del tutto.

Ricordo ancora la sua firma, il nome tracciato a fatica, come se la penna pesasse più della vita che portava dentro. Io le ho preso la mano, le ho sorriso e ho firmato accanto a lei.

Non per salvarla — non si salva mai nessuno che non voglia essere salvato — ma per dirle, in silenzio: ci sono passata anch’io.

La settima firma è quella sul certificato di nascita di mia figlia.

Un foglio qualunque, con righe e timbri come ne avevo visti tanti, ma stavolta c’era scritto madre: Rita Valentini.

Non responsabile, non testimone, non consulente. Madre. Madre “primipara attempata”, termine che mi ricordava, data l’assonanza, una papera. Ma, nonostante l’ironia, era il dono più grande che la vita potesse ancora concedermi.

Era nata troppo presto, come se avesse avuto fretta di conoscermi, o forse paura di arrivare tardi.
Pesava poco più di un chilo, e quando l’ho vista la prima volta, attraverso l’incubatrice, mi è sembrato impossibile che un’anima così pura potesse nascere da me, che mi sentivo addosso il respiro dei secoli.

Aveva le mani minuscole, ma già serrate a pugno, come se sapesse che vivere è una lotta.

Non ero sposata. Il mio compagno era accanto a me, commosso e fragile, e non importava più né la firma di un prete, né quella di un ufficiale di stato civile.

Importava quella che stavo mettendo io, in un corsivo stanco ma deciso, accanto al suo nome.
Per la prima volta, dopo anni, non provavo vergogna né colpa.

Solo gratitudine per quel piccolo respiro che mi restituiva il senso di tutte le firme precedenti.

L’ottava firma è quella che ha attestato di essere diventata madre dei miei genitori.

È successo senza che me ne accorgessi, poco a poco: prima una visita medica accompagnata, poi una bolletta pagata al posto loro, poi la chiave della loro casa, che ha cominciato a pesarmi in borsa come un dovere antico.

Fino al giorno in cui ho firmato il modulo per il ricovero in una struttura assistita. Era una bella casa di riposo, pulita, con fiori nei corridoi e un odore gentile di minestra.

La direttrice mi aveva spiegato, con voce dolce ma ferma, che per evitare cadute sarebbe stato necessario applicare delle sbarre ai letti.

Ho firmato, ho dato il consenso. La penna scivolava bene, l’inchiostro non ha esitato — come se la mia mano sapesse che non c’era alternativa.

Eppure, quella firma mi è sembrata una resa. Ho sentito di tradire qualcosa: la loro fiducia, o forse la mia infanzia.

Mio padre, con la sua ironia intatta, mi aveva detto: “Così almeno non scappo di notte.”

Io avevo sorriso, ma il sorriso si era rotto subito dopo.

La sera, tornando a casa, ho controllato dieci volte se avevo chiuso bene il portone, come faceva mia madre. Poi ho pianto in silenzio, perché non c’è colpa più amara di quella che nasce dall’amore — e dall’impotenza.

La nona firma non è su un foglio, ma sulla sabbia.

Il mare, da sempre, mi scorre nelle vene. Da bambina ci giocavo, da adolescente lasciavo che il suo rumore coprisse i miei pensieri, da adulta ci portavo i miei genitori, per illuderli — e illudermi — che fossero ancora forti, ancora vivi.

Un giorno, senza pensarci, ho tracciato il mio nome con un bastoncino, come facevo da piccola: Rita.

Il sole stava calando, e le onde arrivavano lente, quasi timide, come se volessero restituirmi qualcosa invece di portarlo via. Ma hanno invece cancellato le mie quattro lettere, mio padre che voleva una figlia bella come la Hayworth, i voti dell’Università e il figlio che non è mai nato.

Allora ho capito che nessuna firma resta davvero.

Solo quelle che tracciamo negli altri resistono al mare, al tempo, e perfino al silenzio.

Sono tornata a casa.

Mia figlia dormiva, ormai adolescente: un groviglio di capelli e di pensieri che si stavano affacciando alla vita.

L’ho guardata a lungo e ho pensato che la decima firma non potrà che essere la sua.

Io posso solo sperare che, un giorno, capisca le mie.

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