Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il regalo” di Daniela Mazzoni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

E’ una pioggia assassina quella che cade giù da questo cielo terso, senza l’ombra di una nuvola, di un azzurro così uniforme che sembra dipinto dal pastello di un bambino. In questo mattino così splendente, con il vento di primavera che soffia lieve e carico di profumi e di promesse, l’aria cristallina è frantumata ad un tratto dall’urlo delle sirene.

La bolla di normalità e di pace si sgretola sotto i nostri occhi increduli. Per un attimo ci eravamo voluti dimenticare dell’orrore che ci circonda. Per un attimo la carezza del sole e la luminosità del cielo hanno fatto sbocciare germogli di desideri, subito stroncati dal gelo improvviso. L’illusione è squarciata dal cupo lamento dell’allarme antiaereo. Siamo in guerra, ricordiamocelo. La nostra vita è sempre appesa a un filo; gli uccelli che solcano l’aria con le loro ali di metallo non annunciano la primavera ma morte e devastazione.

Le sirene improvvise ci trapanano il cervello e ci paralizzano.

Ma un attimo dopo per la strada si scatena il caos.

Tutti fuggiamo.

Verso un rifugio. Una cantina.

Troppo tardi.

All’orizzonte già si profila la sagoma argentea di una squadra di velivoli. Uno stormo rapace, affamato delle nostre vite, che piomba su di noi in pochi attimi.

Mi riparo nella rientranza di un androne. Sono in una via del centro, piena di palazzi. Il mio pensiero corre alla mia Dorotea. E’ per farle un regalo che stamani stavo passeggiando per la città, con in tasca pochi spiccioli e nella mente vaghe idee. Domani è il suo compleanno. Volevo comprarle un fermaglio per quei suoi riccioli bruni a cui adoro intrecciare le dita. La mia dolce e coraggiosa ragazza. L’unica luce in questo buio.

Gli aerei oscurano il cielo, sganciano i loro proiettili. Il mio cuore si ferma mentre le esplosioni mi feriscono i timpani e il mondo intorno a me si sgretola come un vaso di argilla. I palazzi si sbriciolano in mucchi di polvere e macerie, il fumo e le grida mi avviluppano. Rimango illeso, anche se accecato dal pulviscolo. Appena riesco a vedere qualcosa, scorgo poco lontano una donna anziana con una bambina. La vecchia è caduta a terra e la piccola cerca invano di aiutarla a rialzarsi. Ha i capelli raccolti in due trecce arruffate e il visetto sporco di lacrime e fuliggine. Tira la donna per un braccio con le sue manine paffutelle. Mi viene in mente la mia sorellina, Gioia, e di slancio esco dal mio riparo e corro verso di loro.

-Aspetta, ti aiuto!- dico e mi inginocchio accanto alla bambina. Lei mi getta le braccia al collo.

-La nonna… si è fatta male… – balbetta fra i singhiozzi.

-Tranquilla, ci penso io! – cerco di rassicurarla.

Mi chino ad aiutare la vecchia, che si rialza a fatica appoggiandosi a me. Mi ringrazia e prende la piccola per la mano. Ma zoppica, barcolla e rischia di cadere di nuovo. Allora le dico di afferrarsi al mio braccio e procedo piano piano con loro, in mezzo ai detriti, con gli aerei che sorvolano il cielo sopra di noi continuando a seminare distruzione. Avanziamo chini, con gli occhi e i polmoni pieni di polvere, orientandoci a stento.

La vecchia pronuncia parole che non riesco a sentire, ma dai suoi gesti comprendo che mi sta guidando in una direzione precisa. Mi fa girare in una strada in cui gli edifici sono ancora in piedi, si ferma davanti a un cancellino di ferro battuto lasciato aperto. Entriamo, la donna ancora aggrappata a me. Procediamo per un vialetto sterrato, in fondo al quale una stretta rampa di scale  in pietra scende verso una cantina.

-Vieni, ragazzo – mormora la vecchia. – E’ troppo pericoloso rimanere fuori.

La bambina bussa alla porta che subito si apre. Una giovane donna con il viso stravolto dall’ansia spalanca le braccia per accogliere la piccola e prorompe in esclamazioni di sollievo:

-Mamma, Anna! Siete salve, grazie a Dio! Ero così preoccupata!

Poi mi vede e si blocca, una domanda sospesa sulle labbra.

La vecchia interviene:

-Questo bravo ragazzo mi ha aiutata. Io sono caduta, niente di grave, tranquilla, ma se non fosse stato per lui sarei ancora in mezzo alla strada sotto le bombe.

Mi guarda con dolcezza e riconoscenza, mentre racconta nel dettaglio l’accaduto alla figlia, che mi ringrazia con le lacrime agli occhi. In questo momento, però, sono io che le ringrazio: fuori i bombardamenti continuano e il riparo offerto dalla loro cantina è un dono del cielo. Per distrarre la piccola Anna mi inginocchio accanto a  lei e le racconto buffe storielle e filastrocche, come faccio con la mia sorellina. Le prendo una manina e con il dito indice inizio a solleticarle il palmo mentre recito “Mano mano piazza, passò una lepre pazza…”. Funziona. Lei ride e mi chiede di ripetere il gioco con l’altra mano. L’accontento volentieri. Le due donne si stringono a noi in un abbraccio invisibile, come per rinchiuderci in una bolla di serenità,  evanescente ma bella e preziosa.

Finalmente il frastuono delle esplosioni si allontana e poi cessa del tutto. Ritorniamo alla luce. Ci troviamo davanti un mondo stravolto, sottosopra. Sembra lo schizzo di un disegnatore folle che abbia riempito il foglio di scarabocchi e poi lo abbia accartocciato. Mi guardo intorno smarrito. Stento a riconoscere quei luoghi familiari. E’ come cercare di  distinguere in un volto vecchio, devastato dalle rughe e dal tempo, i tratti di un compagno d’infanzia rivisto dopo tanti anni.

Penso ai miei cari, a mia madre, a Dorotea. Staranno tutti morendo di preoccupazione. E d’un tratto mi rendo conto che non so che cosa è successo loro. Staranno bene? Saranno arrivati anche lì i bombardamenti? Domande a cui diventa urgente rispondere. Devo andare. Chissà se anche la stazione è stata danneggiata, se riuscirò a trovare un treno.

Abbraccio la piccola Anna e saluto le due donne, che mi benedicono, mi stringono le mani con affetto. Ci auguriamo buona fortuna e mi avvio per la strada da cui sono arrivato, ora ingombra di detriti e macerie. La polvere è ancora sospesa nell’aria e mi fa lacrimare gli occhi. D’un tratto mi sembra di riconoscere il punto in cui mi ero riparato. Rimango inchiodato a fissarlo. Il muro esterno del palazzo non c’è più, l’androne è crollato, ridotto a un ammasso informe di calcinacci e pietre. Se fossi rimasto lì, a quest’ora sarei sotto quel mucchio di sassi. Le gambe mi cedono e mi lascio cadere in ginocchio. Penso che alla fine non sono stato io ad aver salvato Anna e sua nonna, ma loro ad aver salvato me. Il mio sguardo scivola sui resti di quella devastazione, finché non è attratto da un luccichio. Il sole colpisce una superficie metallica che ne riflette la luce. Scosto i calcinacci e trovo una piccola brocca di rame. E’ polverosa e un po’ ammaccata su un lato, il coperchio è lievemente schiacciato e il manico si è  piegato, ma per il resto è integra. Una sopravvissuta. Come me. La lucido con la manica della camicia e lei lampeggia, come per dirmi: “L’abbiamo scampata per un pelo, fratello! Non era destino che la nostra vita finisse oggi.”

No, a quanto pare non era oggi il mio appuntamento con la Morte.

La Nera Signora ha deciso di aspettare ancora, mi ha concesso altro tempo da trascorrere su questa terra, ha rimandato il suo incontro con me. Mi ha donato giorni da spendere qui ed ora.

Metto la brocca in tasca e continuo la mia strada.

Ero venuto per cercare un regalo per la mia Dorotea. 

Eccolo.

La mia vita.

Giorno dopo giorno. Istante dopo istante.

Finché Morte non ci separi.

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1 commento »

  1. Ciao Daniela, mi son venuti i brividi dall’emozione mentre leggevo. Questo racconto è molto toccante e mi è piaciuto quando hai descritto che, se il protagonista non avesse rischiato uscendo dal suo rifugio per aiutare la ragazzina e la nonna in difficoltà, sarebbe morto. Mi fa pensare al fatto che creare il bene porti altro bene di ritorno, anche nelle situazioni peggiori come quella che hai descritto. Complimenti!

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