Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La Mangiaricordi” di Nicola Serafini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Una scalinata lunga, lunghissima, senza fine e ammantata di tenebra, si stendeva dinnanzi a Lei. Passo dopo passo, gradino dopo gradino Ella percorreva la via. Non vi era fretta nei suoi passi, non vi erano incertezze, solo l’inerzia del movimento, l’inesorabilità del fato.
La macilenta figura allungava le lunghe mani, simili ad artigli, per toccare delle pallide sfere galleggianti a mezz’aria, bianche, che ricordavano il colore della polvere d’osso. Le sfere emettevano un – pop – caratteristico quando venivano a contatto con le affilate dita color carbone, ma non scoppiavano subito, o meglio, non scoppiavano affatto. Era come se venissero risucchiate all’interno di quei viticci e poi svanissero – pop – con quest’ultima nota, un breve accenno di protesta per il rapido trapasso. Indolore, io spero, ma questo non so dirlo con certezza.
In più punti lungo la scalinata alcune sfere si raggruppavano, quasi fossero un gregge belante e spaurito. Credo lo facessero per autodifesa, o per sentirsi meno sole, d’istinto allertate come presagissero il corso degli eventi. Anche perché una vera e propria resistenza non potevano certo opporla – erano delle sfere perdio! – si limitavano a stringersi come una nidiata di pulcini o a fare qualche passetto di qua o di là. Ma Ella avanzava, come avanzano i soldati, dura come il ferro e tenace come il freddo, come se non avesse fatto altro per tutta la vita. E credo di non essere distante dalla verità se dico che per tutta la sua esistenza Ella non ha fatto altro che camminare, salendo la scala infinita, predando quei luminosi frutti. Non so nemmeno se avvertisse lo scorrere del tempo, poteva essere lì da giorni, come da mesi, anni, millenni. L’unica luce che le era nota era quella prodotta dalle sfere, debole e palpitante, tenue barlume che testimoniava la loro fragilità al suo cospetto; la sua predilezione era, però, per quelle che emanavano la luce più viva e splendente. Non so nemmeno se avesse bisogno di vedere, lei era guidata dal bagliore delle sfere, il ritmo era scandito dai suoi passi, uno dietro l’altro. Un essere soprannaturale, o meglio, una calamità? Intesa come divinità? Forse la morte? A questo non so rispondere con precisione. Fatto sta che Lei non faceva altro che questo, camminare e mangiare, e lo faceva come fosse la cosa più naturale del mondo. Non c’erano incertezze nel suo incedere, non c’erano errori di sorta. Era come una lunga e spietata gara di resistenza. Forse, prima o poi, le sfere avrebbero smesso di apparire, forse Lei sarebbe caduta, troncata da non si sa quale forza, o potere, o preghiera, con la stessa naturalezza con cui adesso scalava i gradini. Avrebbe Lei motivo di esistere senza le sfere? Forse esse spuntano proprio per placare la sua fame, un po’ come in un dualismo cosmologico, un ecosistema simbiotico, non positivo o negativo nel senso stretto del termine, semplicemente ideato, strutturato, costruito così. Non può esistere la luce senza l’ombra. Forse Lei stessa aveva partorito questo pascolo, per potersi nutrire senza essere disturbata, senza dividerlo con nessuno. E chi mai poteva penetrare in quello spazio? Non so nemmeno se fosse fisicamente sul nostro stesso piano dell’esistenza o fosse qualcosa aldilà; sicuramente impossibile da raggiungere per noi persone mortali, fatte di materia, se non in possesso di qualche speciale tecnologia curvaspazio o istruiti in qualche rituale sciamanico proibito, di quelli dove il tramite beve qualche porcheria d’intruglio dopo essersi cosparso il capo di interiora d’animale, una cosa del genere; ma ritrovati tecnologici di questo tipo so per certo che non furono inventati finché io ero tra i vivi e rituali di siffatta risma sono per lo più storie per spaventare i mocciosi disobbedienti.
Avanzava e avanzava su questa scalinata, sospesa nel vuoto, lenta ma inesorabile nel suo agire, come il frangersi delle onde sulla terraferma.
Devo però correggermi, non tutto attorno alla via è oscurità. Una nube nascondeva ciò che si trovava fuori dalla portata delle sue lunghe dita, un volitare di polvere e particelle, come l’interno di una nube temporalesca percorsa da sottili e scintillanti saette color azzurro. Potrebbe ricordare anche l’input elettrico del nostro cervello, lo scambio sinaptico, un’interminabile e rapidissima rete che qui sembra avere più una funzione di schermo o barriera piuttosto che di collegamento. Una scalinata isolata e irraggiungibile, come un desco di re difeso da un castello cinto di mura e bastioni, come una perla celata in uno scrigno nel profondo blu.
Un poco a destra e un poco a sinistra, la raccolta delle sfere sembrava avere una certa logica, non decimava completamente il gregge ma si lasciava sempre dietro qualche lume, come delle briciole di luce, forse per pigrizia o forse perché il frutto non era abbastanza maturo per essere colto. Credo starò sulla seconda ipotesi, mi sembra la più coerente. Ella non può essere pigra, o distratta, Ella fa ciò che deve fare e basta, come deve farlo è affar suo. Lei sa e fa, e questo ci deve bastare.

L’Osservatore, da tempo immemore

Ecco che si avvicina, un piede dietro l’altro, un gradino dopo l’altro. Le mani, tese sopra la testa avvolta in lembi di stoffa, toccano incessantemente le mie compagne, un po’ a destra un po’ a sinistra. Cerchiamo di stare vicino ma questo sembra attirarla ancora di più verso di noi. Non possiamo allontanarci, ci sono i vortici tutt’attorno, non abbiamo modo di fuggire. L’unica speranza è di non essere scelte. Io non sono stata scelta, ancora. Non so quante volte il terrore mi ha stretto vedendola arrivare verso di me e il sospiro di sollievo – macché! – la pura gioia, nel vedermi scavalcata ancora una volta. Il sentimento di perdita raffredda il mio nucleo, Avoria, Bianca, le mie care compagne con cui ho condiviso uno o più cicli hanno proseguito. Sono già andate avanti.
Il mondo piomba nell’oscurità finché nuove sfere non germogliano di nuovo attorno a me. Appena nate in questo piano dell’esistenza le nostre memorie sono appannate, sfumate, rade, conserviamo poco di chi eravamo prima. Intuiamo solo di aver già vissuto.
– Puff, puff, puff – le tonde forme scoppiettano allegre come tiepide braci. C’è gaiezza nei miei occhi mentre le nuove arrivate sono spaurite, non capiscono bene dove sono e cosa sta succedendo. Io da brava chioccia cerco di rassicurarle, di tenerle su di morale. Molte accettano subito la nuova condizione senza fare troppe domande, sono pronte ancora prima di recuperare il proprio passato: questo le fa brillare, le rende mature, le rende appetitose. Io non brillo tantissimo sapete, forse è questo il segreto della mia lunga vita, se di vita si può parlare. Io non vengo scelta e questo è quanto, io non voglio essere scelta, non ancora, sento che Loro non sono pronti.
Ricordo che appena arrivai su questo piano c’era una sfera tanto simpatica, vecchia tra le vecchie, ma anche lei finì per brillare. Un bel giorno sospirò profondamente, una pace che non le vedevo da tempo le illuminò le curve, e cominciò a risplendere. Forse aveva visto troppi cicli, forse era solo stanca, forse era stanca e triste. Il terrore di essere scelte ci logora e ci impaurisce, ma col passare del tempo mi rendo conto che è l’accettazione della nostra scomparsa che permette a noi di proseguire il viaggio e a quelli che abbiamo preceduto in questa dimensione di andare avanti con il loro. Noi siamo memorie, uomini e donne che hanno già vissuto la vita terrena. Dovrei essere contenta di essere scelta ma la verità è che ho paura, avevo paura prima, ho paura anche adesso.
Il mio sguardo spazia tutt’attorno, il mondo è vivo e vibrante, siamo molte e c’è molta più luce, danziamo e scivoliamo come foglie al vento, godendo della presenza l’una delle altre. Sento che dovrei rivelare loro la verità ma non me la sento. Come può essere credibile ai loro occhi ciò che io ricordo? Mi sento egoista.
Adesso siamo pronte, come alberi da frutto siamo pronte per essere colte, siamo tante e i gradini da qui fino a dove posso vedere, sotto e sopra di me, sono carichi di sfere bianche.
Un senso di inquietudine mi avviluppa.
Eccola, eccola che arriva! Sotto di me vedo avanzare la sua figura macilenta, circondata di tenebra, che la segue – anzi no! – è Lei che spegne le mie amiche e compagne spandendo il buio tutt’attorno. Vicina, sempre più vicina. Il terrore mi prende. Le sue dita affilate mi puntano, mi sfiorano per un attimo, sembrano saggiarmi, poi sceglie la sfera appena alla mia destra. Sono felice, so che non dovrei ma sono felice. Piango. Dovrò sopportare ancora, ma va bene così. Mi guardo attorno: un panorama sterile, silenzioso e senza stelle replica in risposta. Sono di nuovo sola. Intravedo qualche tenue barlume in lontananza ma niente di più, mi piacerebbe spingermi fin là ma so che è impossibile. Rinuncio e aspetto la nuova alba.
Noi siamo memorie, noi siamo ricordi di persone che hanno già vissuto e sono trapassate. In questo piano dell’esistenza aspettiamo di essere scelte, ma non possiamo farlo finché chi ci ricorda non accetta il dolore e il vuoto della nostra perdita. Solo allora potremo spingerci aldilà e sorgere di nuovo.

Lattea, 12° ciclo

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6 commenti »

  1. Ciao Nicola, sei riuscito a creare una bellissima dimensione onirica. Inizialmente mi sarei aspettata che la luce diventasse fioca prima di essere scelta, ma ripensandoci il modo in cui hai scritto mi ha ricordato le stelle, che brillano più intensamente proprio prima di morire. Un bel racconto, complimenti!

  2. Ciao Linda, grazie dell’apprezzamento.
    Avevo pensato anche io alla questione luce, alla fine ho giustificato la scelta narrativa più luce = più evidente, quindi più facile essere individuata e mangiata, come succede in natura con la questione del mimetismo e la lotta tra preda e predatore.

  3. Con questo racconto hai sviluppato un’idea molto originale, complimenti! Mi è piaciuto. Un unico dubbio (seguendo anche, parzialmente, il commento di Linda): se queste sfere rappresentano i ricordi che rimangono quando una persona muore, non sarebbe stato più “giusto” (passami il termine) invertite la morte di queste sfere? Mi spiego meglio: le sfere nascono molto luminose (i ricordi sono ancora vivi e freschi) e mano a mano si sbiadiscono, fino a quando non scompaiono?

  4. Ciao Alice, anche la tua osservazione è valida.
    Mi ha fatto pendere dal lato “luminosità crescente” l’immaginare che quando queste sfere si risvegliano in questa dimensione sono appena nate, assopite e quindi smarrite, un po’ come quando una nuova vita si accende, è un crescendo e mai il contrario; inoltre la maggior luminosità le fa risultare “buone da mangiare” per la Mangiaricordi, riflettono in tal senso il loro stato d’animo e la loro maturità, brillano perché accettano la sorte e sono pronte, consapevoli che questo è solo un ulteriore passaggio necessario per proseguire il viaggio.
    Spero di averti convinto!

  5. Ciao Nicola, mi e` piaciuto molo sopratutto per le immagini e l`atmosfera . Sia la scala che le sfere sono immagini che restano anche quando chiudi il racconto restano come ancore. La seconda parte mi e` arrivata piu` della prima , mi e` piaciuto soprattutto il cambio , quando e` la sfera a parlare, che comprende che se vengono scelte significa scomparire, ma che prima o poi dovra` accettarlo come destino.

  6. Ciao Rocco, grazie del feedback! Sono contento ti sia arrivato ciò che avevo immaginato e volevo raccontare.

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