Premio Racconti nella Rete 2026 “Le Ombre dei Varjoja” di Linda Capancioni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La mattina della dipartita mi sveglio prima ancora che la luce dell’aurora cominci a muoversi nel cielo. È un chiarore tiepido, che filtra attraverso le assi della casa come un respiro trattenuto. Non ho dormito quasi per niente e, mentre preparo stancamente la sacca, sento crescere in me un bisogno silenzioso e ostinato: devo vedere il lago ancora una volta.
Esco dalla porta e mi ritrovo immerso in un’aria che ha il sapore della leggerezza, quell’odore da inverno profondo che qui è l’unica cosa davvero costante. Il villaggio è ancora addormentato, le case dei Varjoja sembrano piegate verso il basso, come animali che riposano. Accendo la torcia da testa e, dopo un lungo respiro, mi incammino lungo il sentiero che conduce al lago, sentendo sotto gli scarponi la neve compatta. Ogni mio passo risuona come una nota stonata nell’immenso silenzio del Nord.
Il lago di Lunnea appare all’improvviso, come sempre: una distesa ghiacciata che ingloba il mondo e lo restituisce in forma muta. Ma oggi è diverso: la neve caduta durante la notte ne ricopre la superficie con una perfezione bianca, immacolata.
Non ho avuto il cuore di farlo prima, accendendo le luci della mia stanza, ma adesso, con la luce dell’aurora sovrastante, il momento è diventato inevitabile. Mi giro e so già che cosa cerco, eppure non sono pronto a vederlo: eccola, la mia ombra.
Quando ho accettato l’incarico di studiare i Varjoja, ero consapevole che non si trattasse di un viaggio qualunque. Per anni avevo sfogliato resoconti confusi, diari corrosi dal gelo e testimonianze tanto brevi quanto disperate, accomunate tutte da un’unica ossessione: un villaggio nascosto nel nord estremo della Lapponia, in quella regione dove il cielo sembra scendere così vicino da opprimere la terra e la luce dell’aurora non è un fenomeno ma una presenza costante, un respiro che avvolge ogni cosa. Era lì che vivevano i Varjoja.
Secondo quei racconti, un’anomalia energetica dell’aurora aveva donato al villaggio di Lunnea una caratteristica unica: qualunque abitante proiettava un’ombra straordinaria in vetro colorato. Non un gioco di luce, non una leggenda poetica, ma una realtà che gli esploratori più coraggiosi dicevano di aver visto con i propri occhi. Le ombre dei Varjoja erano lastre leggere e vibranti, attraversate da riflessi rosa, azzurri, gialli, verdi, colori che parevano cambiare impercettibilmente con il respiro o l’umore. Ogni sfumatura, così si sosteneva, rivelava un tratto della loro essenza, della loro storia interiore, come se l’aurora avesse trovato un modo per scolpire ciò che siamo nella materia più fragile e luminosa insieme.
Eppure nessuno aveva mai realmente studiato quel popolo. I pochi stranieri che avevano tentato di avvicinarsi a Lunnea non erano rimasti abbastanza a lungo da comprenderlo: quasi tutti si erano ritirati atterriti nel giro di poche ore. Non appena varcavano la soglia invisibile che separava il mondo degli uomini da quello dei Varjoja, la loro ombra cominciava a irrigidirsi, trasformandosi anch’essa in vetro, ma un vetro diverso dall’elegante e colorato cristallo dei Varjoja. L’ombra dei forestieri, si diceva, diventava una lastra di vetro trasparente, fragile e muta, su cui poco dopo comparivano le prime crepe e poi arrivava lo schianto: pezzo per pezzo, l’ombra si rompeva.
Molti non sono mai tornati, alcuni sono tornati pazzi e coloro che erano tornati giuravano che insieme all’ombra si era dissolta parte della loro anima. Era questa paura a far sì che nessuno restasse abbastanza a lungo da capire cosa significasse davvero quella trasformazione, e nessuno, dei Varjoja, sapeva dare spiegazioni. Anche se avessero potuto parlarne, non sarebbero mai stati capiti, dal momento che la loro lingua era pressoché sconosciuta; soltanto poche parole, raccolte in condizioni frammentarie, erano riuscite a filtrare fino alla civiltà. Così i Varjoja erano rimasti una comunità quasi leggendaria, temuta e fraintesa, ribattezzata nei libri come “i cancellatori di anime”.
Resto a guardare la mia ombra per un minuto, il massimo che il mio sguardo riesce a sostenere, perché ogni secondo in più significa diventare sempre più consapevole che il fatidico momento sta arrivando: l’ombra è ormai quasi del tutto frantumata e, quando il sole sorgerà sull’orizzonte, le darà il colpo di grazia, spezzando con lei anche la mia vita.
Distolgo lo sguardo angosciato per riempire le mie ultime ore della bellezza di questo posto maledetto, ammirando la pulsazione ora verde, ora viola, dell’aurora sopra di me, che sembra voler avvicinarsi e poi allontanarsi in una danza sinuosa e potente. La luce fioca delle sue radiazioni si riflette sul candido deserto di fronte a me.
Questa volta, però, rispetto a qualche minuto prima, c’è una forma al centro della distesa ghiacciata che distinguo a fatica. Mi avvicino camminando sul lago ghiacciato che scricchiola irregolarmente sotto i miei passi impacciati, e penso che questo, fino a qualche ora fa, mi avrebbe fatto paura. Man mano che mi avvicino, la forma prende sostanza: è un vecchio Varjoja che pesca nel ghiaccio, nel buio completo del lago.
Moimoi — mi avvicino salutando, il saluto è una delle poche parole dei Varjoja a noi pervenute insieme a “sì”, “no”, “calore”, “aurora”, “percorso”, “morte”.
Moimoi — risponde lui, girandosi sorpreso di vedermi lì e visibilmente scocciato di essere disturbato in questo momento intimo tra lui, i pesci e l’aurora. Poi inclina la testa e mi guarda oltre, osservando la debole e crepata ombra che rifletto ai raggi dell’aurora, sapendo ciò che di lì a breve avverrà.
Kuolema matkalla — morte e percorso — mi dice alzando il mento verso il relitto di vetro che mi trascino dietro. Qualunque avventuriero in queste terre conosce le due parole dette dal vecchio: sono le parole che si sentono dire da chiunque nel villaggio non appena la loro ombra inizia a incrinarsi.
— Eh sì, kuolema matkalla, ho capito, sto per morire. Me lo sta dicendo chiunque, grazie per il suggerimento, eh. — il vecchio non capisce la mia lingua, ma percepisce la mia irritabilità.
— Kuolema matkalla! — ripete più forte, più convinto, come se pensasse che non avessi capito.
— Ho capito cosa stai dicendo, io — faccio indicando il mio petto — kuolema kuolema joo — morire, morire, sì.
Il vecchio mi guarda attraverso gli occhi vitrei e scuote la testa, riconcentrandosi sulla sua pesca mattutina. E io, inutile dirlo, sono ancora più frustrato dall’idea di dover passare le mie ultime ore in una landa desolata, al freddo e in compagnia di un vecchio sconosciuto. Non è tanto la paura di morire, quanto quella di avere così tante cose non dette e nessuno che possa ascoltarle ed essere testimone della mia storia.
— So che non capisci niente di ciò che dico, ma fa lo stesso. Ho bisogno di dirle, queste cose, per darmi pace prima di disintegrarmi. — E così ho iniziato a raccontargli la mia storia.
Sono nato con il nome Enea, un nome che si dà a chi il destino prefigge una vita devota all’esplorazione. Da bambino passavo le domeniche immerso nei libroni sul planisfero di mio nonno. Lui non era un esploratore: aveva comprato quelle enciclopedie perché intrappolato da una truffa da telemarketing e li usava per pura decorazione, ma per me quei libri erano sacri. Aprivo una pagina ed ecco comparire l’Europa, l’Asia, l’Africa, e con le mie dita sfioravo la carta tracciando percorsi nella mia mente, i percorsi che sognavo di fare una volta abbastanza grande e forte da scoprire il mondo. Sapevo già, anche da piccolo, che ogni uomo ha le sue diversità, ma lì, sulla carta, sembravamo tutti uguali, tutti amabili e interessanti, tutti da conoscere e rispettare. Ho deciso quindi di diventare antropologo per scoprire e raccontare quella bellezza che già da bambino percepivo negli uomini.
C’era una pagina in particolare sui Varjoja — il vecchio si scuote un attimo buttandomi un’occhiata, sentendo l’unica parola a lui comprensibile del mio discorso — e ho sentito un richiamo indecifrabile dentro di me, qualcosa che mi chiamava a sé. Nei miei studi da antropologo era l’ambizione, certo, che mi guidava, ma era soprattutto la sete di conoscenza pura, quella che ti tiene sveglio la notte mentre sogni di scoprire ciò che nessuno ha mai visto. Volevo capire con i miei occhi cosa accadesse davvero a chi attraversasse la terra dei Varjoja e, soprattutto, cosa significasse vivere immersi in una luce che sembra capace di leggere l’anima.
Anni dopo, quando raggiunsi l’ingresso del territorio dei Varjoja oltrepassando il lago e i pini deformati dai venti antichi che lo circondano, fu allora che vidi avverarsi la trasformazione di cui avevo letto così a lungo. Fu sufficiente un attimo a farmi trattenere il respiro e una nuova consapevolezza mi è balenata alla mente — allora è vero ciò che dicono.
Compresi che l’inizio del mio studio coincideva con l’inizio della mia dissoluzione, ma rimasi perché volevo capire e vedere, contro ogni prudenza, cosa avrebbe fatto l’aurora di me.
E qui, davanti al vecchio che non capisce niente delle mie parole, queste cominciano a uscire da sole, come acqua che premeva da anni dietro una diga e ora trova finalmente la fessura attraverso cui scorrere.
— Capisco solo ora — continuo — che ho passato tutta la vita a cercare qualcosa, qualcuno, o forse me stesso. Credevo che diventare un antropologo fosse un modo per incontrare il mondo, ma ora mi rendo conto che non era il mondo che stavo cercando. Era un posto dove poter smettere di fingere.
Il vecchio solleva lo sguardo per un istante. Non interpreta e non interrompe e io, forse per la prima volta, parlo davvero.
— Ho vissuto inseguendo una versione di me che ho idealizzato. Tutta la mia vita era una corsa: dovevo pubblicare di più, sapere di più, spingermi più lontano. Ogni traguardo mi sembrava troppo piccolo e ogni riconoscimento, insufficiente. Mi svegliavo al mattino con la sensazione di non essere mai abbastanza brillante, bravo, degno. E più cercavo di dimostrare qualcosa al mondo, più mi sentivo vuoto dentro. — Guardo la mia ombra, tremante e sull’orlo della rottura come una creatura impaurita.
— Capisci, vero? — gli chiedo mentre lascia cadere lentamente un’altra lenza nel foro nel ghiaccio e osserva di sottecchi la mia ombra serrando le labbra.
Prendo un lungo respiro e l’aria pungente brucia le mie narici, ma il dolore è una benedizione: significa che sono ancora vivo.
— Sono venuto qui con l’ambizione di essere “il primo” a studiarvi perché ho creduto che diventare qualcuno significasse costruire qualcosa da mostrare al mondo. Titoli, ricerche, luoghi raggiunti. Ma ora… ora capisco che non si cresce aggiungendo, ma togliendo le maschere che abbiamo creato per soddisfare le aspettative degli altri, tradendo ciò che siamo davvero.
Il vecchio annuisce appena, un gesto quasi impercettibile. Forse non ha capito una sola parola.
O forse ha capito tutto, nel modo silenzioso dei Varjoja.
— E allora sì — mormoro — kuolema matkalla.
Sto morendo ma posso andarmene sollevato sapendo che, almeno nell’ultima ora della mia vita, sono stato vero con me stesso. Vorrei solamente avere un altro giorno per vivere e smettere di lasciare che siano gli altri a dirmi chi devo essere, senza dover esser perfetto.
Alzo gli occhi all’orizzonte dove un bagliore blu pallido ha iniziato ad insinuarsi faticosamente attraverso l’oscurità per suggerire che l’alba è qui, adesso.
Serro gli occhi non appena sento un fragore improvviso dietro di me, ecco che la mia ombra si sta crepando in mille pezzi, finalmente e per sempre, come un fiore che si apre.
Sono pronto a crepare e accasciarmi a terra. Ma non succede nulla. Apro un occhio e vedo che un riflesso oro pallido emerge dalle crepe profonde. Scuoto la testa, incredulo, le parole non mi escono dalla bocca e guardo il vecchio con occhi spauriti e interrogativi.
Lui inspira profondamente e fa ciò che nessun Varjoja fa mai con un forestiero: mi parla nella sua lingua, non con una parola, ma con una frase intera, lenta, misurata, mentre con il braccio indica l’orizzonte e sposta pian piano la mano verso l’alto emulando il percorso di nascita del sole dal buio.
— Varjo ei rikkoudu kuolemaan, vaan syntyäkseen uudelleen.
Anche senza conoscere le parole, il significato mi appare magicamente chiaro: l’ombra non si spezza per morire, ma per rinascere.
Rimango immobile e inebetito, il pescatore torna al suo amo come se non avesse detto nulla di speciale. L’ombra dei Varjoja è sempre stata colorata perché vivono fedeli a ciò che sono, in armonia con l’aurora, senza nascondersi.
Il vecchio non mi guarda quando aggiunge, con voce ruvida:
— Matkalla… ei kuolema.
Sulla strada… non la morte.
E allora, finalmente, capisco che non sono arrivato qui per dissolvermi, ma per vedermi per la prima volta.
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Ciao Linda, il tuo racconto mi è piaciuto molto. Mi piace molto l’immagine che hai usato, per me il centro di questo racconto (cito dal testo): “ora capisco che non si cresce aggiungendo, ma togliendo le maschere che abbiamo creato per soddisfare le aspettative degli altri, tradendo ciò che siamo davvero.”. Una storia di riscoperta di sè stessi, togliendo tutto ciò che è superfluo e lasciando soltanto ciò che conta. Mi viene in mente questa domanda: come potremmo descrivere noi stessi, senza far riferimento ad età, titoli, professioni, hobby o gusti personali?
Ciao, ho sentito una vicinanza concettuale tra la storia del protagonista e quella del teatro greco e l’uso delle maschere, maschere che ai giorni nostri vengono associate a persone non sincere con sé stesse, sfuggenti, che tendono a camuffarsi ed a sbiadire.
Mi è piaciuta la metafora che hai costruito tra questo concetto di maschera e l’ombra delle persone in questo racconto, e constatare che, come succede quando cala il sipario, il protagonista abbia infine ritrovato consapevolezza della sua autenticità.
Ciao Alice, grazie mille per le tue parole e sono molto felice che il mio racconto abbia fatto nascere in te una riflessione così bella ed interessante. Trovo molto difficile descrivermi saltando completamente le cosiddette “small talks” ma credo inizierei col descrivermi tramite le mie convinzioni e passioni prescindendo da hobby e professione. Per farmi capire meglio, quei temi che quando ne parli ti fanno brillare gli occhi e che secondo me sono il motore del vero in ogni persona.
Ciao Nicola, grazie mille per le tue parole e per il bellissimo collegamento. Con l’abitudine di portare delle maschere imposte sia dall’esterno che da sé stessi, si finisce per dimenticare cosa c’è sotto. Tuttavia, non ci si può nascondere per sempre ed è ciò che ho voluto comunicare con il simbolo delle ombre: non possiamo coprirle o sfuggirle e, anche se possiamo ignorarle, prima o poi dobbiamo affrontarle.
Complimenti! Un ottimo stile narrativo e una storia originale e avvincente.Brava.
Ciao Chiara, grazie mille per il tuo commento! Sono felice che abbia trovato la storia originale e avvincente 🙂
Ciao Linda,bello il racconto, mi e` piaciuta l’ambientazione nordica e l’aurora, creano un’atmosfera unica. Mi ha colpito soprattutto l’idea delle ombre e il modo in cui diventano il riflesso di quello che il protagonista si porta dentro. Complimenti , brava.
Ciao Rocco, grazie di cuore per il tuo commento. Sono felice che ti sia piaciuta l’idea delle ombre, trovo la propria ombra un elemento a cui non facciamo caso e dunque perfetto per riflettere ciò che vogliamo nascondere 🙂
Ciao Linda, le parole che hai scelto hanno disegnato immediatamente un paesaggio che non conoscevo, e che adesso mi vien voglia di scoprire. Credo che tutti, prima o poi, siamo stati il tuo antropologo, ma ci si augura -almeno io- di fare la sua “stessa fine”. Complimenti!
Quanta intimità in questo racconto! Veramente bello. Mi ha poi colpito questa frase “ma il dolore è una benedizione: significa che sono ancora vivo”. Complimenti! ?
Ciao Grazia Adele, grazie mille per il tuo commento. Sono davvero felice di aver stimolato il tuo interesse per queste terre che porto nel cuore. Spero che farai anche tu la fine del mio antropologo e chissà, magari anche tu avrai questo momento catartico in un paesaggio artico come quello descritto 🙂
Ciao Hesdeker, grazie mille per le tue parole! Quella frase s’inspira ad un verso che ho letto nella Divina Commedia al liceo “Se ‘l sol non ha per li occhi offeso” (“se i tuoi occhi non sono feriti dal sole”) e mi ha sempre affascinato il fatto che questa espressione venisse usata per chiedere se si è ancora in vita.