Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Altre Vite” di Alice Frisinghelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Quando ero bambino, dietro casa c’era una strada d’asfalto.
Mi piaceva perché correva via dalla città e prometteva i campi di fieno della campagna e le lucciole della notte.
Correvamo sempre insieme, io e te. Mi ricordo di quanto mi piacessero i tuoi capelli lisci, del vento che li spettinava e del tuo vestito rosa a grossi girasoli gialli. Era il preferito di entrambi.
Dopo molti anni, una grossa fabbrica fu costruita. Io non l’ho mai vista, perché in quel paese non ci sono più tornato. Me lo hai detto tu ieri, quando ci siamo incontrati casualmente da un’altra parte, in un’altra città. All’inizio, ho pensato di aver sbagliato persona. Seduta davanti a me, infatti, non c’eri tu, ma una donna con i capelli lisci, troppo corti e ordinati, che portava una noiosa camicia bianca, abbinata ad una gonna grigia.
<<Sei ancora là?>> ti ho chiesto <<non ti sei mai mossa da quel paese?>>
Hai sollevato le spalle, continuando a bere acqua dalla bottiglietta ghiacciata: <<Perché avrei dovuto? Si stava bene>>
<<E dove sei andata a scuola?>>
<<Sempre lì, c’è un indirizzo contabilità. Sai, sono sempre stata bravina coi numeri e mi sono detta “perché no?”>>
Ho annuito.
<<Cosa fai ora?>>
<<Segretaria>> hai risposto <<hai presente il dottor Francis? Quello sulla terza strada? È morto anni fa e il figlio ha ereditato l’attività. Non ha neanche dovuto finire gli studi. Lui e il precedente segretario non erano mai andati d’accordo… >> hai fatto un cenno con la mano come a dire lascia perdere, non sono cose che ci riguardano.
<<In ogni caso, il figlio, ancor prima di entrare in ufficio, ha fatto licenziare l’uomo e si è messo a cercare un nuovo segretario>>
<<Da quanto lavori lì?>>
<<Solo un anno>>
<<E sei felice?>>
Hai svitato nuovamente il tappo della bottiglietta e bevuto per qualche secondo. Mi sono sistemato sulla sedia, improvvisamente dura, e ti ho raccontato di quello che avevo fatto una volta trasferito, dei lunghi anni di scuola e poi della decisione di proseguire con l’università.
<<Dì la verità, a me puoi dirla>> ti sei piegata sul tavolino di metallo avvicinandoti <<non è che semplicemente non hai trovato lavoro? È per quello che hai continuato con l’università?>>
Mi sono scostato.
<<In fondo, molti lo fanno. Ci sono degli aiuti…>>
<<Perché sei qui?>> ho chiesto.
Non hai insistito oltre, forse assecondandomi, forse non eri interessata davvero nemmeno tu, e per questo hai lasciato cadere l’argomento. Hai solo sollevato leggermente le spalle, in risposta alla domanda.
<<Una breve visita a dei parenti>>
Quando mi hai raccontato di loro, non ti ho minimamente ascoltata. Sentivo l’acciaio freddo sulla pelle e il picchiettio delle tue unghie sul tavolo: in quel momento, null’altro ha catturato la mia attenzione. Eravamo due persone appena conosciute. Troppo educate per lasciar morire la conversazione.
<<… Possiamo dire che sono parenti acquisiti>> hai concluso quella lunga storia sorridendo imbarazzata.
<<Sono più avanti di te, di molto!>> mi hai sventolato sotto al naso la mano sinistra.
Non ho capito subito, in fondo non ho ascoltato nulla. Ma poi ho visto, portavi un anello al dito.
<<Congratulazioni>> ho biascicato a bocca improvvisamente asciutta.
Hai sorriso: <<Non ancora, il matrimonio non è stato organizzato, questa è più una promessa, un impegno… È militare, è entrato in accademia anni fa. Ci siamo conosciuti a casa… Ma non è stato nulla di particolarmente romantico>> hai fatto cenno con una mano come a dire non è una storia interessante, non so nemmeno io perché te la sto raccontando.
<<Una promessa?>> ho rincalzato dopo qualche minuto.
<<Sì. Ora lo hanno chiamato in servizio non sa quando tornerà. Ma quando sarà, e appena avremo soldi, ci sposiamo>>
Non hai continuato quel racconto e io non ho chiesto.
Abbiamo osservato l’orizzonte e le onde di calore contro il cielo che salivano dal cemento della strada. Credo che nessuno volesse andarsene, ma nessuno sapesse di cosa parlare.
<<Tu cosa ci fai qua?>>
Non so cosa ti ho risposto. Da quel momento in poi, la conversazione ha completamente perso di importanza. Forse, ti ho raccontato di mio padre e del suo pallino per l’agricoltura. Oppure non ho risposto alla tua domanda, ma ti ho semplicemente rifilato qualche commento politico amareggiato, giusto da farmi sembrare cresciuto, qualcuno che sa.
Insomma, cose abbastanza noiose.
Secondo te, come sarebbe la nostra vita se mio padre non avesse deciso di trasferirsi quando avevo solo undici anni? Saremmo amici? Avrei studiato ancora all’università, oppure sarei felice con una vita diversa? Forse sarei io quel segretario e tu avresti studiato all’università. Chissà come sarebbe quell’incontro tra un segretario e una giovane neolaureata in matematica. Ma quelle persone mi appaiono così lontane e sfuocate. Non saremmo più noi.
Mi eri seduta di fianco ed eri persa ad osservare il campo davanti a noi. La luce calda del sole batteva sulla tua guancia di profilo e sulla mia mano. L’incontro è finito poco dopo, perché non abbiamo trovato molto altro da dirci.
Ho pensato che rimanessero da percorrere solo i ricordi di quella strada che portava ai campi di fieno, di tanti anni fa. E tu, con quella naturalezza da bruciarmi la gola, hai commentato: <<Era simile a com’era>>
<<Te la ricordi?>> hai chiesto sorridendo <<la strada dietro casa>>
Ora finalmente piango perché so che anche tu sei tornata a giocare con me, proprio su quella strada che per anni è stata tutto il nostro mondo.
<<L’orizzonte e i campi non si vedono più bene come prima. Anzi, non si vedono proprio>> mi hai detto. Avevi una voce triste, malinconica, e quando ti sei girata verso di me il tuo sguardo era strano.
<<Non capirmi male, sono felice. Ma vedendoti qui, io ecco…>>
Non hai finito quella frase. Forse non hai trovato le parole.
L’anello che hai al dito è bello, anche se io probabilmente te lo avrei preso diverso, più colorato: il diamante è troppo bianco per quella bambina dai vestiti coi girasoli. Magari dell’ambra, o della giada.

Ti ricordi? Eravamo su quella strada, quando avevi promesso di sposare me da bambina. Ho pensato a lungo che fossimo stati destinati insieme, che quella fosse l’unica conclusione naturale della nostra storia. Ma ieri ho visto altrimenti. La fine perfetta non esiste. Forse non sono i piani della vita a fermarci, ma noi stessi.

Loading

Tagged come: , , ,

10 commenti »

  1. Ciao Alice, ho trovato il tuo racconto veramente bello e molto realistico: mi è sembrato quasi di aver vissuto in prima persona i dialoghi e i ricordi che descrivi. Il dettaglio della fabbrica mi ha particolarmente colpita, forse perché rappresenta la fine dell’idillio e la disillusione che l’età adulta porta con sé. Se in Leopardi la barriera spinge a immaginare un infinito oltre di essa, in questo racconto la barriera segna invece la fine delle infinite possibilità che si prospettavano in giovinezza.

  2. Ciao Linda, grazie per il commento 🙂 Sì, hai veramente colto il messaggio del racconto – la realizzazione che quelle infinite possibilità alla fine non sono state. Sta a noi poi accettare ciò che è

  3. “Forse non sono i piani della vita a fermarci, ma noi stessi”. Non c’era frase migliore per concludere il racconto. Molto bello. Brava!

  4. Mi piace respirare la nostalgia leggendo queste righe. Sono le domande che spesso mi pongo, i fatidici se, se quella volta, se avessi ascoltato, fatto, provato.. la conclusione mi sembra davvero azzeccata, hai espresso il concetto in poche parole raccogliendo tutto ciò che avevi distribuito nel racconto.

  5. Hesdeker e Nicola, grazie a entrambi per aver letto e apprezzato il racconto

  6. Bello, mi ha lasciato una sensazione malinconica Il tema delle scelte e delle vite possibili arriva chiaro. Si legge con grande piacere. Complimenti .

  7. Bello, soprattutto bella la conclusione che fa pensare. Chissà se poi abbiamo davvero scelta? Molte volte la vita va per il suo verso e non c’è modo di modificarla.

  8. Rocco, grazie per aver letto il mio racconto, sono felice che ti sia arrivato
    Chiara, effettivamente non c’è una vera risposta. A volte è la vita, altre volte siamo noi. Io tendo verso la seconda, perchè mi piace credere che abbiamo sempre la possibilità di provare a cambiare (se non è già troppo tardi).

  9. Ciao alice, ho letto il racconto che mi ha fatto pensare al come e al perché “permettiamo” alla vita di farci diventare altri. Mi torna in mente la frase di una canzone di Ligabue, “nasci da incendiario, muori da pompiere”. Io non ho ancora trovato la risposta a quel perché, e tu?
    In bocca al lupo! 🙂

  10. Ciao Alice, ho letto il racconto che mi ha fatto pensare al come e al perché “permettiamo” alla vita di farci diventare altri. Mi torna in mente la frase di una canzone di Ligabue, “nasci da incendiario, muori da pompiere”. Io non ho ancora trovato la risposta a quel perché..
    In bocca al lupo!

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.