Premio Racconti nella Rete 2026 “Il cielo stellato di Sara” di Sara Rattenni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Fuori pioveva.
Da un cielo cupo, grigio e imperscrutabile, la pioggia, inizialmente lenta, scendeva ora costante e con un’intensità maggiore. Guardando dalla finestra, sarebbe stato quasi impossibile riuscire a vedere attraverso quello spesso strato di pioggia lo scenario che si poneva dinanzi al curioso spettatore. Cercare di vedere attraverso quelle lunghe, pesanti e fitte gocce d’acqua piovana non sarebbe stato molto diverso dal cercare di scovare il corpo di un guerriero sotto la sua fittissima cotta di maglia: ardua impresa con tutti quegli anelli intrecciati fra loro così strettissimamente!
Non cotte di maglia di armature medievali, ma pesanti giacconi impermeabili avevano indosso i passanti che camminavano velocemente, con la loro fretta di sottrarsi dall’incessante piovigginare del cielo e dal freddo di un tipico pomeriggio uggioso di inizio dicembre. Per la verità, le temperature non erano ancora così rigide, come ci si sarebbe invece aspettati per quel mese. Era l’umidità a rendere la giornata ancor più fredda e insopportabile. L’umidità, quella sì! Lei sarebbe riuscita a penetrare persino la più fitta tra le cotte di maglia, fino ad entrare nel corpo e intirizzirne le membra! E difatti in quelle camminate solitarie sotto gli ombrelli, probabilmente in cerca dei primi acquisti per le feste, scansando una pozzanghera di qua e una di là, ognuno camminava stringendosi forte nel giaccone come in un abbraccio a sé stesso.
Dal caldo del suo letto, Sara poteva immaginare la vita fuori dalla sua stanza, oltre quella finestra chiusa che di tanto in tanto sbirciava con la coda dell’occhio.
Quel letto che per lei era sempre stato rifugio, fonte di calore, nido degli affetti più dolci; dove tornare a rintanarsi ogni volta che ne avesse sentito la necessità. Quel letto in cui avrebbe potuto ogni giorno, rannicchiandosi, tornare bambina, ancora una volta, come sempre.
Quello stesso letto era ora divenuto per lei dimora fissa: una brutta influenza ve la costringeva a restarci per l’intera giornata per più e più giorni.
Dalle altre stanze arrivava attenuata la melodia di una musica che suonava per qualcun altro. Era un po’ difficile per lei distinguere di quale musica si trattasse, i suoni le giungevano come ovattati. In effetti, sin da piccola gli organi degli apparati nasale e uditivo erano sempre stati per lei fonte di sofferenze fisiche.
Un sentimento di tristezza mista a solitudine aleggiava in lei quel pomeriggio di martedì di inizio dicembre, facendosi a tratti più forte e intenso e trovando sfogo di tanto in tanto attraverso il pianto.
Curioso, pensò tra sé e sé, che per una nata sotto il segno zodiacale dell’Ariete, sul quale regna Marte, il pianeta dell’azione e simbolo di coraggio e audacia, la malattia, dunque, la “ferma forzata” fosse capitata proprio di martedì, il giorno della settimana che, come anche il pianeta, deve il suo nome al dio romano della guerra.
Così, mentre da un lato l’etimologia e la mitologia in quel giorno avrebbero richiesto da lei l’attivazione dello spirito, del fisico e dell’ingegno per creare qualcosa di nuovo, la realtà era lì ad imporle attesa e pazienza…
Al caldo, sotto tre strati di coperte e con spossatezza e forti dolori nel corpo, Sara attendeva la sua guarigione, che le sembrava richiedere più tempo di quello immaginato; nonostante avesse avuto premura di ricorrere a tutti i rimedi necessari per curarsi: dal miele allo sciroppo, dalle bevande calde ai brodi e le minestre.
Stando supina e non potendo muoversi poi molto, a causa dei dolori, ella iniziò d’un tratto a far oscillare la sua testa, quasi seguendo la nuova melodia che le giungeva lontana dalla cucina. E muovendosi in tal modo riusciva ad osservare tutta la sua stanza: dalle pareti color pesca al soffitto bianco, e tutti gli oggetti sulle mensole e i libri sulla scrivania.
Sul comodino alla sua destra, sopra al quale trovavano posto stabilmente una foto e un prezioso portacandele in legno ricevuto in dono diverso tempo prima, bruciava una candelina all’interno di un diffusore di essenze realizzato in ceramica e colorato di due diverse tonalità. L’aspetto era molto bellino: dalla forma sferica e con una piccola conca in alto, per contenere acqua ed essenze da diffondere nell’ambiente mediante il calore della fiamma sottostante.
Un odore di bosco pervadeva la stanza, aiutando Sara nella respirazione, resa difficoltosa dalla congestione nasale. Ella sembrava di quando in quando annusare l’aria: erano i suoi tentativi di inspirare col naso tutti quegli odori meravigliosi.
Il diffusore era stato ulteriormente impreziosito dalla presenza lungo le pareti curvilinee di piccole e grandi fessure di varie forme, di cui alcune erano dei cerchi, altre assomigliavano a gocce e altre ricordavano delle foglie. E a guardarlo bene, si poteva notare che sulla superficie correva a rilievo una decorazione di fiori e foglie sorrette dai rami che si tenevano uniti tutti insieme e si intrecciavano fra loro, similmente agli aggrovigliati intrecci di rami di alberi o di rovo del sottobosco. Le loro movenze flessuose facevano sovvenire alla sua mente le forme di alcuni alberi sinuosi e lievemente grevi sgorgati dal sentimento e dalla fantasia di quel “matto” olandese che tanto amava.
Diverse volte, prima di quel giorno, Sara si era scoperta intenta ad osservare tutte quelle curve, le movenze, i fori, i rilievi e le rientranze, che suscitavano in lei questi ed altri ricordi e pensieri…
D’un tratto Sara, dopo poche oscillazioni della testa, ruotò leggermente il capo verso destra richiamata dal profumo delle essenze e per ammirare nuovamente il diffusore: nel buio pesto della stanza, la candelina bruciava e la sua luce passava attraverso i fori, illuminando l’angolo della stanza e tutta la parete. La luce proiettata sul muro non era ovviamente immobile: ad ogni quasi impercettibile movimento della fiammella ne corrispondeva uno visibilissimo sulla parete. E le ombre sembravano muoversi anch’esse in armonia con le luci. L’osservazione del loro accostarsi e alternarsi poteva ricordare l’esercizio artistico dei pieni e vuoti che riempì la sua mente con l’immaginazione, tenendola occupata e persa a osservare quel piccolo incanto.
In quelle luci e in quelle ombre un poco mosse c’erano distintamente i pieni e i vuoti. Ma c’erano a modo loro anche le ombre cinesi. Come pure c’erano i fari delle auto che filtravano dalle fessure della serranda e venivano sempre proiettati sulle pareti della stanza. C’erano le luci delle giostre e quelle di Natale. C’erano la luce e il calore del fuoco del camino della casa in montagna, dolce ricordo lontano nel tempo. C’erano l’alba e il tramonto, il giorno e la notte; il sole e la luna.
Guardava con piacere e sentiva tutto questo Sara. Immagini, sentimenti, sogni, ricordi, pensieri la invasero. Passato, presente e futuro si presentarono in un istante separati e consequenziali, e un attimo dopo tutti e tre fusi insieme e inscindibili.
Si chiese allora che bambina fosse stata fino a quel momento. Si accorse che non si era mai soffermata su tale pensiero e cercò così di afferrare quell’idea, che le era balenata nella mente come un bagliore improvviso: non si era mai “guardata” bambina. Lo aveva sempre chiesto ad altri, senza considerare che le voci degli altri avrebbero potuto restituire soltanto un riflesso di quell’immagine e di quello scrigno così piccino, che sentiva ancora intatto e vivo.
E cosa e quanto aveva dato e condiviso con le persone che aveva amato di più? Quanto amore donato? E quanto ricevuto?
Mentre questi pensieri affollavano la sua mente, un qualcosa, un dettaglio catturò la sua attenzione: i cerchi di luce sul soffitto. La candelina lo stava illuminando. La fiamma oscillava e sembrava far fare ai cerchi dei lenti giri, come ruotassero su sé stessi. Ed ecco che d’improvviso quello spettacolo le ricordò i tratti concentrici di giallo nella Notte Stellata.
Rapita da tale visione Sara rimase ad ammirare estasiata il suo cielo stellato, lì sopra tutto per sé. In quel momento si chiese se anche la sua mamma stesse guardando quello stesso cielo stellato.
Con la manina sinistra strinse a sé il cuscino, ricordando tutte le volte in cui con quella stessa manina aveva stretto quella più grande della sua mamma.
Si sentì piccina.
In un istante fu pervasa da una sensazione di sollievo e capì che quell’amore, quell’affetto e quel calore non sarebbero mai scomparsi.
E fissando in alto la stella più luminosa di tutte, che bruciava più ardentemente, con una profonda sensazione di pace e un accenno di sorriso sulle labbra, chiuse gli occhi e si addormentò.
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