Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il casolare” di Emanuele Scataglini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Oggi 15 dicembre 2022

“Più si invecchia più affiorano ricordi lontanissimi” recita una canzone di Battiato e oggi che è il mio cinquantaquattresimo compleanno, complice un’influenza che mi tiene a letto, mi tornano alla memoria alcuni momenti della mia infanzia di quel periodo della scuola elementare dove la mente dei bambini passa tra fantasia e realtà, come fosse uno yo-yo.

Ricordo le estati passate nelle campagne di Tarquinia, presso la casa dei nonni paterni, trascorrevo almeno due mesi in compagnia di mia sorella, di quattro anni più grande, i miei numerosi cugini, i nonni e le zie.

Mamma e papà arrivavano la prima settimana di agosto ed era per me sempre un momento molto felice che aspettavo con ansia. Ero meno felice quando i primi di settembre tornavamo tutti insieme a Milano per ricominciare la scuola.

Delle vacanze ricordo bene il caldo, l’ombra del vecchio ulivo vicino al forno, il ronzio dei calabroni, il frinio delle cicale. Ricordo anche il lavatoio dove la zia Antonia, che aveva la lavatrice, ma era ancora diffidente nei confronti di questo elettrodomestico, ripassava a mano i vestiti di suo marito vi era una vasca per insaponare e una per risciacquare.

L’estate a Tarquinia passava tra la campagna e il mare, tra le tartarughe che affollavano i campi e le stelle marine che all’epoca si trovavano durante la bassa marea sulla riva del mare.

La partenza per il mare era organizzata dalle zie e dalla nonna con assoluta precisione e la mattinata si svolgeva sempre nello stesso modo: sveglia entro le nove, colazione con focaccia appena sfornata, preparazione dei panini e raccolta degli asciugamani da spiaggia. Il lido, distante sei chilometri, veniva raggiunto con due vecchie macchine, una 500 recuperata e una 127 altrettanto di fortuna.

Ai tempi non c’erano cinture di sicurezza, airbag o altro e si saliva anche oltre il numero consentito sui sedili anteriori e posteriori. A volte mi capitava di stare in braccio alla mia cugina più grande, accanto al guidatore.

Ricordo anche che una volta lasciai la mano nello sportello che la cugina chiuse con forza. Quasi svenni dal dolore provato, mi misero il ghiaccio e poi, visto che non sembrava rotta, proseguimmo verso il Gravisca ovvero lo stabilimento balneare di riferimento.

Dal mare si tornava alle sei del pomeriggio e, prima di cena, il gruppo dei più piccoli, Mauro, Andrea ed io giocavano per le strade bianche e polverose della campagna. A volte ci rincorrevamo fingendo di essere indiani o cowboy; altre volte eravamo Zorro e il suo servitore muto e combattevamo contro il tenente Garcia e i cattivi Caballeros. Il nonno Adolfo, che era quasi sempre nell’orto, ogni tanto gettava lo sguardo per vedere dove eravamo noi bambini.

La vita in campagna era piuttosto rustica, avevamo un bagno solo per tutti ed eravamo oltre 15 persone. Noi piccoli spesso correvamo tenendoci la pancia pronti a “concimare” la vigna. L’operazione doveva essere fatta velocemente e occorreva coprire bene tutto con la terra per evitare l’arrivo delle mosche.

Tra le piante spesso si vedevano i nidi con dei pulcini appena nati che aspettavano la pappa dalla mamma. Mi ricordo che una volta ne raccogliemmo uno per terra. I piccolini avevano molta fame, sembravano abbandonati. Mio cugino Mauro li portò a casa per dar loro delle molliche di pane da mangiare.  La nonna Palmira sentenziò alzando un sopracciglio bianco: “Moriranno. È tutto inutile: la sua mamma o l’hanno uccisa i cacciatori o è morta presa da un gatto!” e infatti, dopo due giorni, i piccoli smisero di muoversi.

La campagna era grande e noi andavamo un po’ dappertutto. C’era però un luogo che ci faceva paura: era il vecchio casolare di Capoccia. Le voci del paese raccontavano che Capoccia fosse un uomo malvagio, che avesse maltrattato la moglie e i figli e che un giorno fosse stato portato via dalla polizia. La sua casa ora era abbandonata, ma noi la sera vedevamo da lontano dei movimenti sospetti.

Nessuno di noi si avvicinava mai a quel casolare, avevamo molta paura, il nonno Adolfo, ci aveva detto di non andarci, perché era frequentato da gente poco affidabile.

Un giorno, verso metà luglio, tornando dal mare, mi accorsi che nelle grate della finestra del casolare di Capoccia c’era qualcosa di strano. Si scorgeva sulle grate di una finestra una strana figura che prima non c’era. Lo dissi al cugino Mauro che scosse la sua testa tonda stupefatto, Andrea, che amava darsi un po’ delle arie, muovendo i capelli biondi disse che era sua intenzione verificare personalmente. Ci mettemmo vicino al cancello del podere di Capoccia a guardare con concentrazione verso la casa, nascosti dietro i cespugli di more.

Alla fine, capimmo la terribile verità: si trattava sicuramente della mano di qualcuno, probabilmente una donna, che era stata legata all’inferriata all’interno della casa.

Ci assalì una paura tremenda: forse Capoccia era tornato e aveva imprigionato la moglie per vendicarsi, o forse era stata una di quelle persone cattive che frequentavano la casa e che noi dovevamo assolutamente evitare.

E se qualcuno dal casale ci avesse visto? Ci venne addosso un timore misto ad eccitazione.

Giurammo di stare in silenzio, di non dire niente nemmeno ai grandi per non far correre rischi a nessuno. La fantasia volava velocemente e ogni pomeriggio ci mettevamo in osservazione ed elaboravamo storie su quello che stava accadendo nel casale maledetto.

Se fosse stato Capoccia avrebbe potuto venire da noi, scavalcare il muricciolo che divideva la nostra proprietà dalla sua ed entrare per farci del male, alla fine concludevamo che era sempre meglio non dire niente ed aspettare.

Andrea voleva mostrare di essere il più coraggioso. Era un bambino molto viziato, la mamma gli comprava sempre i giocattoli più belli. Io e Mauro avevamo macchinine scarse e pistole giocattolo molto semplici, lui mitragliatrici piene di cartucce che facevano un rumore infernale. Dopo alcuni giorni, propose di andare a verificare di persona chi fosse la donna in pericolo. Il suo piano era semplice: scavalcare il muretto del podere di Capoccia e avvicinarsi alla casa protetti dalla sua pistola automatica a 100 colpi che sembrava proprio vera.

Un pomeriggio che il nonno era occupato a raccogliere le lumache noi tre decidemmo di andare in missione avvicinarsi al casolare per liberare la donna.

Già scavalcare fu molto doloroso, i sassi erano aguzzi ed io mi sbucciai le ginocchia. Tutti e tre avevamo paura, ma non desistevamo. Scesi dal muretto, riuscimmo a fare solo pochi passi, perché sentimmo un rumore dietro le nostre spalle e, presi dal terrore, fuggimmo arrampicandoci velocemente sul muro e scendendo rovinammo contro i rovi delle more.

Andrea fu il primo a scappare, io l’ultimo, non perché fossi il più coraggioso, ma perché il meno veloce. In compenso fui quello a farsi più male. Anche il gomito era rovinato. Cosa avrei raccontato alle zie e ai nonni? Tornavo a casa sanguinante, piangevo e Andrea mi prendeva in giro, stortando la bocca per farmi il verso.

A casa fui sgridato solo un po’, dissi che ero scivolato mentre giocavamo sul bordo del lavatoio (nelle cui vasche un giorno sì e uno no cadevamo tranquillamente) e che poi ero caduto dalla carriola trasportato da Mauro.

La notte fui preso da incubi terribili, sognai Capoccia che era tornato per fare riti demoniaci, come quelli di cui avevo letto nei fumetti del Dottor Strange. Anzi, la mia paura più grande era il Boia Scarlatto, un personaggio del cinema che torturava le donzelle; lo conoscevo perché una volta il cugino Marco, che con i più piccoli era prepotente, mi aveva costretto ad andare con lui al cinema per farmi prendere un bello spavento.

Quella notte passò, ma tutti i giorni guardando la finestra da lontano vedevamo qualcosa di diverso: la mano si muoveva, una nuova persona camminava vicino alla casa, un’ombra si avvicinava al nostro muretto. Che paura! Il cuore in gola saltellava come una molla ogni volta che ripensavo al casolare del mistero.

Ai primi di agosto arrivarono i miei genitori e un giorno con la mamma si decise di andare a prendere le more. Io e i miei due cugini ci divertivamo un sacco con lei, perché lei era molto fantasiosa e ci raccontava sempre delle storie divertenti. La mamma amava anche trasgredire un po’, una volta ci aveva aiutato perfino a suonare i citofoni delle case della gente del paese.

Partimmo con i cestini al braccio. Iniziammo la raccolta vicino casa, nei soliti luoghi lungo la strada, ma le more mancavano, forse qualcuno le aveva già prese.

A questo punto la mamma ebbe l’idea di andare nel podere di Capoccia, visto che era abbandonato e quindi sicuramente pieno di rovi. La paura ci assalì. Cercammo di ricordare alla mamma che i grandi dicevano di non avvicinarsi alla casa, ma lei non ne volle sapere, le sembravano tutte stupide leggende di paese e si ricordò che l’anno prima avevamo trovato proprio vicino al casolare delle ottime more.

Passammo il cancello di Capoccia, che per inciso era aperto anche se noi non lo sapevamo e, una volta dentro, le dicemmo tutto: il pericolo che si correva, la donna che si vedeva legata, i riti malvagi che avevamo visto da lontano.

La mamma ci guardò un po’ strana, sorrise con quel suo viso simpatico e dolce.  “Restate qui; vado a vedere.”

La seguimmo con lo sguardo procedere verso il casolare. Si avvicinava sempre più, aiuto!!! “Tornerà?” mi domandavo.

“Certo che tua mamma è coraggiosa” disse Mauro toccandosi la faccia con le mani, Andrea annuiva scuotendo i suoi capelli biondi, appena lavati con uno shampoo speciale, procuratogli dalla sua mamma.

La mamma era arrivata alla finestra e in un secondo aveva tolto “quella cosa” dalle sbarre e l’aveva messa in tasca “di certo non poteva essere una parte di un corpo umano” disse Mauro mentre si metteva le dita nel naso. Arrivata da noi ci mostrò l’oggetto misterioso: la mano della donna prigioniera altro non era che una calza di nylon arrotolata.

Probabilmente era stata legata alle sbarre della finestra, forse perché si era smagliata. La mamma sorrideva e noi tirammo un sospiro di sollievo.

La sera nel letto ricordo che pensai a quella strana avventura: non c’erano cattivi, Capoccia non si era trasformato in un assassino e non era nemmeno arrivato il Boia Scarlatto. Tutto era stata un’illusione creata dalla nostra fantasia. Avrei dovuto essere più felice e tranquillo, ma una parte di me era un po’ delusa. Senza quel mistero la vacanza sarebbe andata avanti per un mese con le solite cose: il mare, i giochi di sabbia, Zorro, i fucili di Andrea.

Oggi capisco che probabilmente in quel luogo si svolgevano incontri amorosi clandestini ma allora poter vivere un’avventura con i cattivi era una delle cose che mi faceva emozionare e che nonostante la paura desideravo di più.

Ora sono a letto, è il 15 dicembre del 2022, il compleanno lo passo raffreddato, mi soffio il naso e spengo la luce per dormire, in casa è tutto silenzioso, ma nell’orecchio avverto un ronzio, simile al suono dei calabroni e delle cicale. Sorrido solo un attimo e poi mi addormento.

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1 commento »

  1. Poetico, vivo, interessante, realistico, L’autore riesce a trasmetterci emozioni semplici e vere, come quelle che ha provato lui stesso in quella lontana circostanxza . Ricordi e illusioni di un momento molto felice e immaginifica di una estatate al mare. Tan
    ti anni fa,

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