Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Wall Street” di Sergio Bosso

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Il denaro di per sé non si crea né si distrugge.

Si trasferisce da un’intuizione a un’altra, magicamente…”

Gordon Gekko – Wall Street (1987)

Milton Friedman fissava con occhi sbarrati il fiume e i grattacieli emergere dalla foschia, dalla finestra del suo ufficio, al 50° piano,

Il suo viso non lasciava trasparire alcuna emozione, avvolto in un pallore cinereo, spettrale. Poche gocce di sudore freddo gli scendevano sulla fronte piena di rughe. La mano instabile teneva un bicchiere con dentro un dito di whiskey. Sulla superficie del liquido si formavano cerchi concentrici che riflettevano le luci al neon del soffitto. Nel posacenere pieno, una sigaretta si consumava in silenzio.

La luce del giorno a New York in autunno arriva lentamente, quasi come se la notte volesse rallentarne la naturale progressione per conservare la sua aria di mistero più a lungo di quanto non le fosse dovuto dallo scorrere naturale del tempo. I raggi del sole penetrano le brume che al buio rendono indefinite le sagome delle cose lungo il corso dell’East River: i grattacieli, le case basse, i ponti e i traghetti che transitano ancora carichi di luci nel suo indolente alveo. E tutte le cose riprendono il loro naturale colore in modo altrettanto lento con una transizione sfumata di toni che, in sintonia con l’incedere del giorno, assume via via densità più forti.

Milton Friedman sedeva davanti a quella liturgia mistica che, come ogni giorno, si celebrava sul sagrato del tempio della finanza mondiale. Ma non era in grado di rendersene conto, assorto nei suoi pensieri. Quella mattina aveva un sapore diverso, era la mesta celebrazione di un addio, il saluto finale al mito della crescita finanziaria infinita.

La sua mente non elaborava nulla di ciò che i suoi occhi le trasmettevano, intenti a scivolare in modo automatico lungo il familiare profilo d’acciaio dei grattacieli e dei ponti. Non notava neppure il fumo incerto dei camini dei piroscafi e dei traghetti in entrata dall’ Upper Bay.

Il suo abbigliamento era quello della sera prima: un elegante abito scuro da cerimonia ormai sciupato dagli eventi della lunga serata e dalla nottata trascorsa insonne alla scrivania.

Milton Friedman era un finanziere di successo, era scaltro, aveva un intuito naturale per le operazioni più rischiose. Possedeva le conoscenze giuste e il fascino dell’uomo intelligente e di potere. Non era bello ma il suo portamento da uomo sicuro piaceva alle donne. E poi la sua posizione e il suo cospicuo patrimonio facevano il resto.

Viveva in una grande casa al Greenwich Village, in compagnia di pochi domestici. Una casa arredata con gusto, con bei quadri, mobili in stile e un grande vuoto silente a pervaderla. Non si era mai sposato né aveva mai avuto figli, inutili impicci per la sua vita in primo piano.

Dopo il lavoro frequentava gli eleganti locali di Lower Manhattan. Erano i tempi del fox-trot e dello swing. Erano anche i tempi delle automobili rombanti e delle notti insonni. Nei bar fumosi scintillanti di ottoni e di cristalli il proibizionismo non era un grosso problema. Con una mancia adeguata si poteva ottenere senza problemi una bottiglia di Whiskey per riscaldare gli animi e acquietare le coscienze

Si lavorava duro a Wall Street, e non si dormiva mai. La crescita economica era impetuosa e l’attività finanziaria frenetica. Il denaro si moltiplicava senza sosta ma il prezzo da pagare erano lo stress, la tensione nervosa provocata dalle continue rischiose decisioni da prendere. Era come una droga, era diventata la compagna costante delle vite di chi lavorava in borsa. Ne sosteneva le notti insonni, trascorse in cerca di divertimenti e di svaghi per dimenticare la paura di perdere tutto.

Milton Friedman era uno dei principali attori di quel mondo alla ribalta. Aveva per sé i clienti più facoltosi e le banche più importanti. I suoi pareri erano ascoltati da molti in quell’ambiente. A volte gli arrivavano chiamate da Washington, o addirittura dall’Europa.

Ma anche lui aveva il suo tallone d’Achille: la sete di denaro. “L’avidità è la molla principale, il motore che spinge in avanti l’umanità”, soleva dire ai suoi amici. In realtà era il suo difetto più grande, il suo punto debole.

L’avidità, in quella tragica settimana di fine ottobre, aveva offuscato la sua mente e l’aveva tradito. Con l’inizio della crisi l’aveva spinto a giocare più forte, ad aumentare la posta per recuperare le perdite iniziali. E quando poi il panico aveva distrutto in una sola settimana le quotazioni di tutta la borsa, lui era rimasto intrappolato. Si era fatto trovare impreparato come il più sprovveduto dei dilettanti.

I suoi clienti, impazziti dalla paura, erano corsi a ritirare i loro investimenti, e lui non era riuscito a far fronte alle loro richieste di rimborso. Tutto ciò che aveva costruito in 30 anni di duro lavoro era crollato, rovinosamente, nel volgere di un attimo.

Quel mattino si trovava solo nel suo ufficio a ripensare a quegli errori. Non una foto di persona cara, né un oggetto personale sulla scrivania, solo carte e strumenti da lavoro. Disperato, in preda alla paura, si rendeva conto all’improvviso delle sue debolezze e dell’isolamento che si era volutamente costruito intorno in quei 30 anni. Non se ne era mai accorto prima, perso nella sua vanità auto-referenziante.

Aprì il cassetto della scrivania. La prima cosa che percepì fu l’odore della polvere da sparo. Vide la scatola dei proiettili, poi lo scintillio metallico delle canne del revolver.

Chiuse il cassetto e chiamò la segretaria con l’interfono.

La donna rispose, era già in ufficio: la mattina arrivava sempre presto.

“Connie? Venga qui per favore.”

La segretaria, una prosperosa signora sulla cinquantina, con i capelli tinti di nero e incotonati bussò alla porta. Entrò senza aspettare il permesso, indossava un serio tailleur grigio.

“Già qui Sig. Friedman? Questa mattina è arrivato presto.” Esordì con tono amichevole, ma la sua espressione allegra si tramutò subito in una preoccupata.

“Ho passato la notte in ufficio.” Disse lui, freddo.

La segretaria non commentò. Guardò il bicchiere con aria di disapprovazione e poi chiese istruzioni. “Mi dica Sig. Friedman.”

“Cancelli tutti gli appuntamenti per oggi.” Disse lui con voce incerta, quasi tremante.

“Va tutto bene, Sig. Friedman?” domandò lei.

“Si certo, la prego di chiudere la porta.” La congedò lui.

La donna sembrava aver notato l’aria strana che c’era nell’ufficio del suo principale. Prima di voltarsi lo rimproverò.

“Non dovrebbe bere di prima mattina, Sig. Friedman.”

“Grazie, può andare” fece lui, con tono scocciato.

Connie si voltò e uscì senza salutarlo.

Rimasto solo Milton Friedman riaprì il cassetto. Senza esitazioni, con la fermezza tipica di tutta la sua vita, puntò la pistola verso di sé. Fissò per un attimo il nero profondissimo dell’interno delle canne, attraverso il foro di uscita.

Non fece in tempo a udire il rumore secco dello sparo. Soltanto la segretaria lo sentì, per lo spavento fece un salto sulla sedia. Attraverso la finestra aperta, il suono scivolò sulla superficie del fiume, tra i flutti, perdendosi nei rumori della città. Nessuno tra le due sponde dell’East River lo notò. I tanti pendolari ancora assonnati, travolti dalle preoccupazioni per la tragedia che si stava compiendo, non ci fecero caso, assorti nei loro foschi pensieri.

Solo il fischio possente della sirena di un traghetto gli fece eco.

Loading

3 commenti »

  1. Il racconto ricostruisce con cura l’atmosfera della New York della crisi del 1929 e presenta una scrittura corretta e ordinata. Tuttavia la vicenda risulta fortemente prevedibile e procede più per spiegazione che per azione. Il protagonista viene descritto in modo dettagliato, ma raramente prende vita come personaggio. Ne deriva un racconto che si legge senza difficoltà, ma che fatica a generare tensione o coinvolgimento emotivo, conducendo il lettore verso un finale intuibile fin dalle prime pagine.
    Ho avuto l’impressione di leggere il riassunto di una storia più che la storia stessa.
    Non è scritto male, ma sembra raccontare da fuori una vicenda che avrebbe avuto bisogno di essere vissuta da dentro.

  2. Grazie per il commento, molto ben strutturato e ricco di spunti di riflessione.

    capisco il tuo punto di vista,

    in effetti il taglio che ho voluto dare era proprio quello di una narrazione più che di un “vissuto”.

    Avrei voluto sviluppare di più la figura del protagonista ma purtroppo, visto il limite di caratteri mi sono dovuto limitare.

    Vedrò di fare diversamente in un concorso con maggiore spazi

  3. Racconto ben strutturato , un po’ ovvio nel procedere, come gia fatto notare, Mi è piaciuta la descrizione di New York al primo mattino , malinconica piùche viveca, Malinconica , depressa com l’iomoche ha perso ciò che più amava.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.