Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Azalai” di Sergio Bosso

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Mahmud aprì gli occhi, era ancora buio ma il sordo bramito dei dromedari l’aveva svegliato.

Era quel momento prodigioso, prima che la notte abbia fine e il giorno abbia inizio, in cui una lama di luce compare a oriente, insinuandosi tra cielo e terra per sollevare con la sua forza l’intera volta celeste. Raggomitolato sotto le coperte che formavano il suo scomodo giaciglio, ancora immerso nel tepore del sonno e intorpidito da un fastidioso formicolio alla schiena, provò a girarsi.

Sentiva l’odore rancido del sudore dei compagni, misto a quello caldo, di stallatico, del recinto degli animali e a quello secco del fumo dei bracieri, spinto fin dentro la tenda dai refoli del tiepido Khamsin. Da fuori gli giungevano i primi rumori del mattino: il sommesso parlottare delle guide, il crepitare della legna e, lontano, echeggiante tra le dune, l’ululato di un coyote. Immaginò l’ansimare caldo e il guaire ansioso dei cani selvatici, che, come albatros dell’oceano, seguivano la loro carovana, elemosinando un boccone di cibo agli uomini indaffarati attorno al fuoco.

Non riusciva a riprendere sonno: decise allora che fosse giunta l’ora del rito del tayammum, l’abluzione con la sabbia, prima di recitare le preghiere. Scavalcò a tentoni i compagni ancora addormentati, incespicò.

“Fai attenzione”, lo redarguì Abdullah, il burbero capocarovana. “Tutti i giorni la stessa storia, non riesci a dormire e mi svegli prima che sia fatta l’alba!”

Mahmud arrossì; voleva scusarsi, ma il danno ormai era fatto; meglio far finta di niente. Uscì senza dimenticare di portare con sé la bisaccia e il musallah, il tappeto delle preghiere che suo padre gli aveva regalato prima di partire.

Si lasciò alle spalle il fiero Sirio, con i suoi bagliori di rosso e di smeraldo, e si incamminò verso est, verso la Mecca. Alta nel cielo, la fascia biancastra della Via Lattea gli ricordava la magnificenza del Signore. Mahmud era un bravo fedele: suo nonno e suo padre gli avevano insegnato a pregare; il maestro della scuola coranica gli aveva insegnato i versetti dell’al-Qur’?n e i dogmi della legge. “Allah Akbar”, ripeteva l’insegnante, “Dio è grande e uno.”

Mahmud era l’ultimo di sette figli. Unico maschio, era nato una luna prima del tempo ed era rimasto gracile e minuto.  Strascicava leggermente la gamba destra, a causa di un incidente avuto mentre dava una mano a suo nonno nei campi, e non riusciva a correre velocemente come gli altri ragazzi. A scuola non era di certo il migliore; i calcoli di aritmetica e le regole della grammatica erano per lui troppo complessi. In segreto ammirava i compagni più bravi e veloci, anche se non capiva come riuscissero a risolvere quei problemi con apparente facilità.

            A volte i compagni più cattivi lo schernivano, e lui si allontanava correndo nel suo modo buffo e impacciato e andava a chiudersi nel recinto degli asini. Allora il nonno e il padre lo andavano a prendere e lo accompagnavano nel cortile interno della casa, cercando di rincuorarlo. “Il Signore ama tutti i suoi figli allo stesso modo”, gli diceva il patriarca facendo cadere piccole foglie di menta profumata nel pentolino del tè. “Devi essere grato ad Allah.” Il padre lo stringeva al petto e gli scompigliava i capelli: sapeva che il ragazzo soffriva ancora per la mancanza della madre.

Il nonno aveva guidato le più grandi Azalai fino alle lagune di sale di Taoudeni, per caricarvi il bianco minerale da rivendere al mercato del sabato di Timbuctu. Mahmud aveva sempre sognato di fare lo stesso mestiere. Affascinato, ascoltava le storie che il vecchio gli raccontava la sera, sotto l’albero di fico, al centro dell’Harem di casa. Storie di fatiche, di pericoli e di privazioni, ma anche di grandi emozioni. L’uomo gli spiegava come il deserto fosse magico e come ogni suo angolo, ogni duna fossero stati creati dal Dio supremo, non da quei falsi miti degli Dei delle genti del Sud.

Essendo lui gracile e un po’ storpio, nessuno voleva ingaggiarlo per affrontare quel viaggio difficile. Per questo fu immensamente felice quando, un giorno, essendo egli appena sedicenne, il nonno riuscì a impietosire Kaleh, il grande carovaniere del Sahel, convincendolo a portarlo con sé.

Quello era il suo primo viaggio. Mahmud era felice. Mentre usciva dall’accampamento, pensava a quante cose avrebbe potuto raccontare alle sei sorelle al suo ritorno. Con i piedi scalzi che sprofondavano nella sabbia, facendo attenzione a evitare gli insidiosi cespugli di acacia, si incamminò solitario verso un’alta duna. Voleva raggiungere un luogo dove dire le preghiere senza allontanarsi troppo; il deserto, in fondo, gli faceva un po’ paura. Con fatica si arrampicò lunga la linea di massima pendenza: due passi in alto e uno indietro, scivolando insieme alla sabbia, trascinata a valle dal suo peso, seppur leggero. Ansimante saliva guardando la meta, tanto in alto che gli pareva si fondesse con il cielo stellato.

Il fiato gli mancava; respirava con la bocca spalancata quando, all’improvviso, una folata di vento gli gettò in faccia un pugno di sabbia. La terra secca gli riempì la bocca. Tossì forte, la lingua impastata e il palato seccato. Decise di fermarsi a riposare. Bevve un sorso d’acqua abbondante e lo sputò. Guardò indietro: in basso vide i fuochi del grande accampamento.

All’improvviso avvertì un odore familiare che lo fece trasalire. “Stallatico di dromedari”, pensò. “Come poteva essere?” Il khamsin proveniva da sud, non certo da est. Quell’odore non poteva giungere a lui dall’accampamento.

Si guardò intorno: a destra, poco più in basso, la duna si univa a un’altra attraverso una piccola sella. L’odore caldo dei dromedari proveniva da quella direzione. Con un pensiero misto di timore e curiosità, decise di andare a controllare. Un oscuro presentimento gli attraversava la mente. Avanzò a grandi passi; in breve, raggiunse il colletto e si sdraiò a terra con cautela.

Quel che vide lo fece rabbrividire.

Un gruppo di uomini armati stava salendo lungo la duna, con passo svelto, in branco, come volpi affamate. Vestivano di scuro, indossavano turbanti blu: Touareg! I predoni del deserto! Mahmud impietrì, incapace di muoversi.

I predoni procedevano ondeggiando, sembravano volare sulla sabbia instabile della duna, salendo con movimenti così rapidi che il piede di appoggio quasi non affondava nella sabbia smossa. I fucili a tracolla, le schiene piegate e le mani a sfiorare la sabbia. Pensò a ciò che poteva succedere: quei banditi stavano scalando la duna per poi scagliarsi sull’accampamento, urlando e sparando.

Terrificato da quell’idea, si bloccò; incapace di fare qualsiasi cosa. Rimase per un po’ immobile, poi cercò di riprendersi. Si guardò intorno. Vide che i banditi avevano lasciato i dromedari al sicuro, in un avvallamento tra le dune. Pensò di correre all’accampamento per dare l’allarme, ma il suo passo incerto non sarebbe stato veloce come quello dei Touareg. Pensò di mettersi a gridare, ma era troppo lontano per farsi sentire.

Poi, nel breve attimo di un baleno, gli venne in testa un’idea che gli fece gelare il sangue: una pazzia, per lui, ragazzo appena sedicenne, disarmato. Ebbe paura, ma si ricordò di essere il nipote di Aziz: doveva essere alla sua altezza. Ripensò in un attimo a tutta la sua vita: alla mamma che non aveva mai conosciuto, al padre e alle sorelle, ai compagni di giochi più crudeli. No, lui non aveva paura: era giunto il suo momento.

Recitò una breve preghiera ad Allah. Tirò un respiro profondo. Avrebbe cercato di disperdere i cammelli dei predoni, in modo che questi, vedendosi privare di una via sicura di ritirata, avrebbero forse rinunciato all’attacco.

Si alzò e si buttò giù dalla duna, a precipizio. La sabbia modellata dal vento formava piccole onde che, per la gamba più debole, si rivelavano grandi ostacoli. Cadde e si rialzò, cadde ancora. Il rumore di questo secondo tonfo attirò l’attenzione dei predoni. Allora vide, con la coda dell’occhio, che alcuni di questi si erano fermati, piccole macchie blu sulla sabbia bianchissima. Sentì le loro grida salire alte nel cielo, ma valutò che fossero troppo lontani per riuscire a fermarlo e che non avrebbero potuto sparare, per non mettere in fuga i dromedari.

Avvicinandosi agli animali, si accorse che non erano legati. Sdraiati ruminavano un po’ di fieno che i Touareg avevano sparpagliato a terra per tenerli buoni, prima di allontanarsi. Nessun meharista di guardia. Si avvicinò e saltò in groppa all’ultimo animale. Il dromedario era sellato; sentì il calore del tappeto tra le sue gambe: il suo conduttore era sceso da poco. Tirò le redini e colpì il fianco della bestia con i talloni per farla alzare.

Fu allora che udì il tuono potente di uno sparo e poi il fischio rotante di una pallottola. I predoni, non potendo raggiungerlo, avevano deciso di fermarlo a tutti i costi. L’anfiteatro naturale formato dalle alte dune fece echeggiare il fragore dell’esplosione, che riverberò nella sua testa, già turbinata di mille pensieri.

Aveva paura, tanta paura.

I dromedari, imbizzarriti, si alzarono in piedi, tutti insieme, scalciandosi con forza. I loro bramiti vibrarono nell’aria. Mahmud li spronò a muoversi, gridando a squarciagola: “Yallah, Yallah!”. Gli animali non gli ubbidivano; presi dal terrore, si urtavano l’un l’altro, in una sarabanda di colli e gobbe. Altri spari scossero l’aria; allora il branco si mosse, prima lentamente, poi con sempre maggiore velocità verso ovest. Fuggivano dagli spari, proprio nella direzione della sua carovana.

Si scatenò un caos di detonazioni, sibili di pallottole e scalpiccio di zoccoli. Il ragazzo gridò ancora, spingendo il mucchio selvaggio verso l’avvallamento tra le dune. “Yallah, Yallah.”

Spinti dall’impeto di quella confusione, gli animali superarono il colletto sollevando una nuvola di polvere. Altri spari si alzarono sulla sua testa, questa volta verso le stelle del cielo. Capì che ormai erano fuori tiro. Una folata di vento gli fece volare via il turbante e liberare i lunghi capelli neri. “Yallah, Yallah”, gridò ancora, respirando a pieni polmoni.

Guardò verso il basso e vide i fuochi della carovana e le ombre dei suoi compagni correre e gridare. I bramiti dei cammelli risuonavano con quelli del branco selvaggio. Capì di non avere più paura, i sensi squarciati dall’emozione, il cuore a battergli forte in gola.

In alto nel cielo il fiero Sirio, calmo e immobile, gli indicava la via.

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2 commenti »

  1. Complimenti per la storia di Mahmud! È davvero ben scritta. In dei momenti la descrizione del paesaggio mi ha catapultata quasi tra le dune.
    Mi è piaciuto molto il finale!

  2. Grazie per il commento,

    sono contento che il racconto ti sia piaciuto

    Ho lasciato due commenti ai tuoi racconti perchè li trovo ben scritti e originali.

    Appena avrò tempo leggerò anche altri tuoi racconti

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