Premio Racconti nella Rete 2026 “Non mi aspettare per cena” di Aurora Costa
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quella mattina, mentre prendevo al bar il solito espresso macchiato, ho pensato di scriverti una lettera. Forse colpito dall’articolo del giornale che leggevo e che diceva che ormai i giovani non scrivono più lettere; anzi, non scrivono proprio più, ma fanno fare tutto all’intelligenza artificiale. E allora ho pensato, con amarezza, che in fondo non ti ho mai scritto una lettera, perché vedi, noi ingegneri non siamo fatti per le parole, che sono territorio sconosciuto per chi, come me, è avvezzo ai calcoli.
Però, a pensarci, ti scriverei questa lettera mentre guido verso casa, il momento migliore della giornata, pensando a quando, entrando dalla porta, mi verrai incontro come sempre, con quel vecchio grembiule di tela, la mia camicia arrotolata fin sopra i gomiti, i capelli sempre arruffati, tenuti su con una matita, e mi stamperai un bacio deciso ma sfuggente, come a dire «il resto dopo», cercando di non lasciare le impronte delle tue dita sporche di argilla sulla mia giacca, e ti immergerai nuovamente nelle tue passioni.
Ti direi che ricordo vividamente il giorno in cui ci siamo conosciuti: eri dannatamente bella, e forse fin troppo giovane per uno come me, appena divorziato, con un mutuo da pagare di una casa in cui non vivevo più e un’altra da cercare. Io, che ho sempre preferito i fast food al ménage familiare – e giuro, credo di non aver mai lavato un piatto in vita mia -, quel giorno sono entrato nel tuo negozio per comprare una tazza in ceramica.
Che cosa mi sia passato per la testa in quel momento, non lo so. Mi erano rimasti pochi spicci sul conto, ma vedi, credo di averti amata fin da subito, da quando ti ho vista di riflesso nella vetrina per la prima volta. E no, amore mio, non era di certo quella la prima volta che ti vedevo. La scuola dove insegnavo si trovava all’angolo della strada, sullo stesso marciapiede del tuo atelier. Mi ci sono voluti sei mesi prima di decidermi a varcare la porta.
«Sono diventato professore di ruolo, ho bisogno di una tazza per il caffè», ti ho detto con imbarazzo.
Avrei voluto aggiungere che il sonno non sapevo più cosa fosse da quando tu, proprio tu, mi hai catapultato in mezzo a mille dubbi. Che non cercavo l’amore, ma che, con il tempo, ho capito che lui ti trova anche quando non lo vuoi. Ma ho taciuto, non volevo pensassi che non sapessi stare al mondo; era già strano trovarmi lì a comprare un oggetto che pensavo non avrei mai usato, ma ti scriverei poi che da quella tazza ne sono nate altre cento, tutte spaiate, tutte rotte o scheggiate dai nostri traslochi.
Chi avrebbe mai pensato che quella stessa sera saremmo finiti insieme, perché «se non hai nessuno con cui festeggiare, possiamo farlo io e te», mi hai detto, sorridendomi con quegli occhi pieni di possibilità.
E così ci siamo messi in macchina, decisi ad andare al mare, ma la ruota della mia vecchia Opel si è bucata, lasciandoci a metà strada. E ti direi che non sapevo come sostituirla e che ti ho guardata ridere mentre ti sporcavi le mani di grasso e, in meno di venti minuti, hai sistemato tutto, facendomi sentire uno stupido che non sapeva nemmeno cosa fosse un cric e se lo avessi nel bagagliaio della macchina. Eppure sai, ti ho amata anche lì. Ti ricorderei poi di come siamo ripartiti, del sale sulla nostra pelle e di quei brividi dovuti all’acqua ancora troppo fredda per essere solo l’inizio di giugno. O forse tremavamo perché quella stessa sera ci siamo amati in spiaggia, con Venere testimone di una storia nata da poche ore.
Continuerei dicendo che non mi aspettavo proprio che tu ti innamorassi di me, perché vedi, amore mio, tu sei stata scolpita da chi ha inventato la bellezza mentre io, beh, mi conosci, sono più simile ad un calco venuto male.
«Riesci a immaginarci insieme, dalla mattina alla sera?» me lo hai chiesto all’alba dei tuoi trent’anni, come se fossi tu a fare un regalo a me, e non viceversa. Ero ubriaco di te; lo sono ancora e, credimi, lo sarò per tutta la vita e oltre.
Ti scriverei che al nostro matrimonio le mie mani sudavano e il cuore era come impazzito quando ti sei presentata di smeraldo vestita, con un mazzo di carciofi come bouquet, mentre in sottofondo i nostri amici cantavano Il mondo di Jimmy Fontana.
Avrei voluto urlare a tutti che eri bellissima, che ero l’uomo più fortunato della terra, ma non riuscivo neanche a respirare.
Ti parlerei di quella volta che ti sei presentata all’uscita della scuola con un minivan tutto giallo, pieno di fiori disegnati sopra. La radio era al massimo e tu strombazzavi: volevi attirare la mia attenzione, ma hai finito per prenderti quella di tutti i presenti. Ti è sempre piaciuto mettermi in imbarazzo. Però quanto eri bella, amore mio. Con te la terra smette di girare e il tempo si ferma.
Ti scriverei di quei mesi passati in minivan, girando la Sicilia con il vento tra i capelli e la pelle cotta dal sole. Io, che non avevo mai pescato in vita mia, che cercavo di procurarci la cena; tu, che accendevi il fuoco sulla spiaggia, lontani da tutto e da tutti eccetto che da noi stessi. Perché, amore mio, quando mi guardi tutto il resto scompare, e rimaniamo solo noi.
Continuerei ricordandoti quel giorno in cui, tornando a casa, mi hai detto che probabilmente, anzi quasi sicuramente, avremmo dovuto cambiare macchina perché saremmo diventati tre, forse quattro o cinque. Chi poteva saperlo?
Di come frenai di botto, in mezzo alla strada, senza accostare, senza guardare chi ci fosse dietro — che per fortuna nostra non c’era, o forse il mondo si era semplicemente fermato a guardarci. I tuoi occhi che brillavano mentre io urlavo fuori dal finestrino che sarei diventato padre.
Vorrei non ricordarti – e scusami, amore mio, se lo faccio, se ti costringo a volgere lo sguardo a questo dolore – di come quella felicità sia stata fugace.
Giusto il tempo di amarci nuovamente, prima che la tristezza bussasse alla nostra porta e tu decidessi di andare via con lei. Il nostro bambino, così come è arrivato, se n’è andato in una notte d’inverno.
Ti direi di quei mesi di tuo silenzio, tu che in casa non tolleravi nemmeno una porta chiusa; di te che camminavi in stanze diventate improvvisamente troppo grandi, e di me che cercavo di riprenderti per mano senza sapere come si fa a toccare qualcuno che è diventato d’aria. Persino il tuo posto sul divano non rimaneva mai schiacciato, come se avessi smesso di pesare sul mondo.
Ti direi che ti ho odiata ma, vedi, mi è impossibile farlo; forse odiavo più me stesso per non riuscire a capire il tuo dolore fino in fondo. Mi svegliavo di notte sudato, in preda al panico, senza sapere come aiutarti.
«Con l’amore» mi hai risposto una mattina. E poi hai continuato: «Lo sai, non ho mai creduto che un amore potesse essere più importante di altri. Credevo che ogni amore fosse unico, e quindi, inconfrontabile. Ma tu sei riuscito a emarginarli tutti».
Ti ricordi dell’arrivo di quella bestiaccia di Cesare? Ci ha ridato la gioia, certo, una gioia a quattro zampe, diversa, ma pur sempre autentica.
Ti scriverei del rumore delle sue unghie sul parquet, un ticchettio che ha riempito i vuoti lasciati dai nostri respiri troppo corti, e di come ci abbia costretti a uscire di nuovo, a guardare il cielo anche quando non ne avevamo voglia.
Lo so che, perfino nei momenti peggiori, ci siamo continuati ad amare. Che non ci siamo mai arresi. Che abbiamo sempre creduto nel nostro amore, persino quando la tristezza sembrava aver vinto.
Per questo ti scriverei che non ti ho abbandonata, che sono sempre qui con te. Te lo giuro amore mio. Anche adesso, mentre cerco la parola esatta per dirti che non arriverò in tempo per cena – come al mio solito, dirai tu, ma questa volta è diverso.
Ti scriverei che la torta che mi hai preparato per il mio compleanno non potremo mangiarla. Quella al cioccolato con la panna e le fragole, la mia preferita. Immagino già che la lancerai per terra, arrabbiata e delusa, pensando a come farai da oggi in poi, a come si possa festeggiare la vita mentre il mondo si svuota. Ma ti direi di non farlo. Ti direi di tenerla, di mangiarne un pezzo anche per me.
Perché, vedi, stasera volevi dirmi che il nostro amore è di nuovo germogliato. Ti direi che lo sapevo già.
Ammetterei – e con difficoltà, pensando a come ti arrabbieresti – che ho trovato la prova nel tuo comodino proprio mentre cercavo le sigarette che mi nascondevi per non farmi fumare; eppure sono contento di averlo fatto. Sono rimasto a fissare quella prova del tuo segreto per un tempo che mi è parso infinito, sentendo il cuore che batteva contro le costole come se volesse uscire e correre da te prima ancora che lo facessi io. Sono contento di aver guidato verso casa con l’idea di noi che tornavamo a essere tre.
Ma questa è una lettera che ti scriverei se potessi tornare ancora in qualche modo da te, solo che non posso e non so come rimediare a questo grande, grandissimo errore di cui sento il peso e non so come spostarlo – o forse è la lamiera conficcata nel mio ventre.
So che che tu dirai, con quel tuo fare severo ma dolce, che ho compromesso ogni cosa e ti direi che hai ragione, che ho mancato l’appuntamento più importante della mia vita. Della nostra.
E ti domanderei se ti ricordi quella sera sul divano a guardare quel documentario sulla vita dopo la morte – sì, proprio quella sera quando Cesare ha deciso di mangiarsi una delle galline del vicino e far morire di crepacuore le altre tre -, perché ciò che ti scriverei adesso è che la luce è diventata improvvisamente fredda, ma in modo strano, quasi accogliente, e infatti non ho avuto paura.
Ti direi che sei stata il mio ultimo pensiero, ma mentirei, perché, come tu sospetterai, ho pensato a te e, allo stesso tempo alla lettera che avrei voluto scriverti per tutto il tragitto.
Perciò, amore mio – prima che questo tepore che sento mi avvolga del tutto -, ti vorrei dire di non avere paura, perché io, in qualche modo che ancora non capisco, ti aspetto lì, nel per sempre.
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Complimenti per questo racconto. Mi ha fatto commuovere. Ci sono dentro tante cose umane importanti e difficili della vita.
Davvero complimenti Aurora.
Il racconto possiede una buona capacità evocativa e diversi dettagli efficaci, ma dal punto di vista strettamente narrativo appare piuttosto lineare. Più che costruire una vicenda, raccoglie episodi e ricordi significativi, affidando gran parte della propria forza alla situazione raccontata e alla rivelazione finale. L’emozione arriva, ma deriva soprattutto dagli eventi messi in scena piuttosto che da una costruzione narrativa particolarmente originale o sorprendente. Pur non condividendo del tutto alcune scelte adottate, riconosco nel testo alcuni passaggi riusciti e una discreta capacità di coinvolgere il lettore.
L’autore possiede una notevole capacitàquasi poetica nel raccontare in modo evocativo, ma mi è parso un po’ difficile seguire i tempi della narrazione. La lettura non è semplicissima. Insomma, è un racconto che richiede impegno.