Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Una vita intera” di Vera Santillo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Quando le avevano detto quelle parole, durante un pranzo di famiglia, non aveva potuto coglierne il senso. Era un tranquillo pomeriggio di inizio autunno. La luce ancora carica dell’estate pronta a congedarsi riempiva l’enorme sala da pranzo. Paola teneva in mano una tazzina sorseggiando il caffè che si era raffreddato. Lei il caffè lo beveva sempre bollente, le piaceva tenere la tazza fra le mani e godersi il sapore forte, talvolta aspro, della bevanda e il tocco caldo della ceramica sulla pelle. Da sempre i contrasti marcati accendevano la sua interiorità vigile e profonda facendole provare intensi piaceri ed estremi fastidi. Fu in quel momento che zia Ninetta le disse: “se ne vale la pena, si va avanti nonostante le difficoltà”.

Paola accennò un sorriso e annuì nascondendo lo stupore: lei e Guido avevano da poco iniziato la loro convivenza e Paola non riusciva a capire perché la zia del suo compagno le avesse detto quelle parole sagge, ma immotivate. Non c’era alcun segnale di crisi fra loro, eppure la zia sembrava vedere più lontano e più chiaramente. Più che dubitare della resistenza della giovane coppia che si era formata appena un anno prima, Ninetta sapeva che dopo il giorno sopraggiunge la notte e che arriva sempre il momento in cui le nubi si affacciano all’orizzonte e la tempesta trascina via il sereno. Con quel suo sguardo perso a inseguire pensieri liberi come gabbiani, con la sua aria sospesa e l’espressione trasognata del volto, zia Ninetta era stata più concreta della realtà che sembrava a prima vista sfuggirle. Non era l’opinione di una vedova un po’ matta e stralunata. Il suo era un presagio, un annuncio, un allarme. E adesso Paola lo aveva capito.

Mentre la macchina scivolava sull’asfalto bagnato, Paola ripensò al pranzo di alcuni mesi prima e le parole della zia si illuminarono fendendo la sera. Erano le cinque del pomeriggio ed era buio. Le luci delle case si riflettevano sui vetri e sulla strada accompagnando il silenzio che univa Paola e Guido mentre raggiungevano la festa di compleanno della figlia di un’amica. Lungo il tragitto si scambiarono solo poche brevi frasi sui piani dell’indomani. Avevano compreso che dovevano tenersi alle conversazioni innocue e agli argomenti logistici per non venire risucchiati nel vortice delle discussioni e dei conflitti che si metteva in moto troppo di frequente. Entrambi erano stanchi, ma Guido sembrava essersi spento in un buco profondo e irraggiungibile. Anche Paola poteva raggiungere il fondo del proprio baratro: lì incontrava la sua disperazione faccia a faccia per poi risalire e meravigliarsi della sua rinascita. Più volte aveva provato a condurre Guido attraverso i suoi abissi, ma presto si era resa conto che lui si smarriva insieme a lei e ben presto si ritrovavano entrambi perduti e soli. Lei gli rimproverava la scarsa dimestichezza con le cose profonde, la difficoltà di stare nell’oscurità e il rifiuto di visitare il dolore e lui le rimproverava l’urgenza tagliente e assoluta del suo sentire che non ammetteva ritardi o rifiuti, il magma incandescente delle sue reazioni emotive che distruggeva la sua fragile stabilità.

Fermi al semaforo, Paola fissò la luce rossa che si rifrangeva nelle gocce sottili di pioggia creando una specie di baluginio sfocato. Anche lei aveva la vista appannata sul cuore di Guido e non riusciva a penetrare la coltre ostinata di silenzio che rendeva tutto segreto e inaccessibile. La donna, quasi quarantenne, aveva un curioso rapporto con le porte chiuse: come il suo gatto Gustavo, non tollerava che qualcosa le fosse precluso e al contempo se tutto era aperto e accessibile sentiva il bisogno di nascondersi alla ricerca di un’intimità riparata e inviolabile con se stessa. In uno spazio aperto e senza barriere si sentiva scoperta e fragile, vergognosa e gelosa del suo intimo, ma non poteva sostare troppo a lungo nell’isolamento fra sé e gli altri. Paola conosceva l’altezza dei suoi muri che ergeva per non cedere a un potente desiderio di mescolanza con il mondo, che puntualmente le mostrava sfrontato e incurante la sua diversità.

Quando scesero dall’auto, si incamminarono nel dedalo di strade private e numeri civici sparsi di un grande comprensorio di palazzi tutti identici. Paola provò ad allungare la mano verso quella di Guido, come facevano spesso quando camminavano insieme, ma la ritrasse: aveva bisogno di lui, della sua tenerezza ma comprese che la distanza che lui aveva messo fra loro era un confine di sicurezza e decise di rispettare quella linea invisibile che lo proteggeva da un’interazione più decisa con lei.

Ad aprire la porta dell’appartamento fu una donna anziana, dallo sguardo gelido e sospettoso. Paola si era sentita trapassare da un paio di occhi di ghiaccio duri e giudicanti che la guardavano dall’uscio mentre lei saliva verso il pianerottolo. Non aveva immaginato che quella signora austera fosse la madre di Daria, la dottoressa Clelia Lewandoska. Una volta nell’ingresso, Guido e Paola si tolsero i cappotti bagnati e vennero accolti da una donna alta con un elegante tailleur color panna. L’atteggiamento un po’ rigido e distratto di Daria tradiva una certa apprensione mentre la concitazione con cui da subito diede disposizioni agli ospiti faceva pensare a un’indole ansiosa. Paola provò un leggero disagio: le attenzioni dell’amica di Guido non erano accoglienti, ma invadenti e appuntite come scariche elettriche. Ci si sentiva osservati e controllati a ogni gesto: la padrona di casa voleva assicurarsi che tutto filasse liscio col risultato di snervare la sua ospite più sensibile. Al contrario Guido non fece caso al comportamento dell’amica, agguantò uno dei bicchieri perfettamente ordinati in tre file sul mobile dell’ingresso e si avvicinò al tavolo del salotto per versarsi dell’acqua. La disinvoltura di Guido, il suo avanzare spensierato in uno spazio quasi sconosciuto si opponeva all’andamento incerto di Paola. La imbarazzava restare da sola anche se per pochi minuti in un angolo della stanza, pensava che tutti se ne sarebbero accorti e avrebbero criticato la sua alterigia o provato pena per la sua incapacità. La prima ipotesi era la più auspicabile perché Paola rifiutava la sua vulnerabilità e nel profondo preferiva la distanza del piedistallo alla sofferenza dell’esclusione. Entrata anche lei in salotto, incrociò la traiettoria di un uomo della sua stessa età mentre girava nervosamente attorno al tavolo. Alberto si presentò rapidamente e con fare brusco: sembrava contrariato come se qualcuno gli avesse fatto un torto. Paola aveva già sentito parlare di lui, ma in quel momento non riconobbe in quella creatura stramba e isolata in un altrove irraggiungibile, il fratello di Daria, scappato di casa alcuni mesi prima. Quando Daria raccontò a Guido che un tale Jeffrey aveva accompagnato il fratello alla festa, Paola pensò a un amico o a un fidanzato e non alla persona che si occupava di sorvegliare Alberto e di fargli compagnia.

Seduta sul grande divano rosso del soggiorno, Clelia, appariva immensa e terribile. La donna chiamò a sé il figlio mentre teneva in braccio il secondogenito di Daria, un bambino calmo e sorridente di meno di un anno. Guardandola, si era tentati di provare a scorgere le tracce della donna che era stata, al di là della durezza e della ruvidità dei modi, oltre l’indiscutibilità che circondava la sua persona e i suoi pensieri. Forse i dispiaceri del matrimonio e della maternità l’avevano resa un blocco di marmo freddo e rigido? O era sempre stata così? Nel frattempo, gli altri ospiti sopraggiungevano e la casa si faceva più rumorosa e calda. Stella, la piccola festeggiata, aveva un abito rosso che faceva risaltare la sua bellezza determinata: i capelli dorati e i magnifici occhi verdi la rendevano la degna erede del fascino della nonna. Era nell’età in cui una bambina non è disposta a condividere ciò che è suo e non mostrava alcuno scrupolo nel tormentare le compagne. Eppure, anche da Stella, la ribelle, ci si aspettava compiacenza e riconoscenza: baci a chi le portava un regalo e sorrisi a chi le chiedeva di essere gentile. Paola osservava la colorata giostra di volti e figure che le ruotava intorno con distacco, come se fosse il perno fisso al centro di quel movimento rotante. Passò la maggior parte del tempo a giocare con Chicca, la gattina dei proprietari di casa, una randagia vivace e del tutto disinteressata a quanto le avveniva intorno. Più volte i nuovi arrivati se l’erano ritrovata fra i piedi col rischio di schiacciarla. Solo Paola si dedicava a lei, anche se il piccolo animale non sembrava avere bisogno delle sue attenzioni. Chicca sperimentava, rompeva, saltava, cadeva in maniera del tutto indipendente dal mondo e dal tempo che la circondava. Solitaria, testarda, determinata, la gattina si aggrappava all’albero di Natale nel tentativo di afferrare qualche decorazione. Persino Daria aveva rinunciato a fermarla, troppo presa dalla festa, dalle foto ai bambini e dal cibo da portare in tavola. Osservando Chicca, Paola si ricordò della venerazione che nutriva verso Gustavo, il suo gatto tigrato. Anni prima lo aveva salvato dalla strada andando contro un’innata diffidenza verso il mondo felino. Quando lo portò a casa Paola dovette confrontarsi con un profondo senso di inadeguatezza e di impotenza: era convinta che non avrebbe mai costruito un rapporto con Gustavo che, spaventato, era corso a nascondersi sotto il letto. Sentendosi incapace e priva di risorse, si accovacciò nell’ingresso di casa e strinse le gambe contro il petto avvolgendo se stessa in un abbraccio. Paola era una di quelle persone che pretendono di essere pronte e brave al primo colpo: la sua eventuale inefficienza le causava un dolore acuto perché la faceva sentire piccola, non equipaggiata, spoglia.  Per fortuna, in un paio di giorni Gustavo acquistò fiducia, strisciò fuori dal suo rifugio sotto il letto e prese a mangiare alla luce del sole e a esplorare la casa. La curiosità e lo spirito di adattamento avevano prevalso sul terrore. Fu la prima lezione che Paola imparò da lui: Gustavo sapeva concedersi un momento di raccoglimento e di osservazione prima di lasciare la sicurezza della sua tana che altrimenti sarebbe diventata una prigione. E mentre osservava, ascoltava, studiava lo spazio intorno e l’umana che lo abitava, non si sentiva in colpa perché quel tempo era necessario al suo apprendimento e non diceva nulla sul suo valore. Così pensava Paola quando contemplava le qualità feline di Gustavo: lo confrontava con se stessa come fosse una persona e si rimproverava di non aver capito prima quanto la natura dei gatti fosse degna della sua ammirazione e del suo amore.

Come Gustavo, anche Chicca sapeva intrattenersi da sé: aveva risposto alle proposte di gioco di Paola, mostrando apprezzamento, ma preferiva attaccare le palline dell’albero o aggrapparsi con i piccoli artigli al divano tant’è che più Paola provava a distrarla più la micia tornava ai suoi passatempi preferiti. Le loro, quella di Chicca e di Gustavo, erano delle vite esemplari, pensò Paola. Delle vite intere, due esistenze integre, mica come lei che aveva paura di tutto: lei che si preoccupava del parere degli altri, che non sapeva stare da sola, che temeva il rifiuto e pretendeva attenzioni, lei che non sapeva chiedere. Risucchiata nel turbine dei suoi pensieri cupi, Paola non si era accorta che Alberto le aveva chiesto quanti mesi avesse la gattina. In un primo momento restò sorpresa: da quando era entrata le uniche parole di Alberto erano state rivolte alla madre per sapere se poteva andarsene. Era evidente che non provasse piacere a stare in quella casa addobbata e luminosa, che forse non riusciva a stare in nessun posto, soprattutto non in compagnia di se stesso. Chissà se era scappato in cerca di una via di fuga? Di un inizio? Di una fine? Guido, nel frattempo, chiacchierava con Manfredi, uno dei suoi amici più cari. Si era presto avvicinato a lui lasciando Paola seduta su uno dei due grandi divani. Una volta Paola gli aveva detto sarcasticamente che lei poteva “stare solo con gli esclusi, gli emarginati e i negletti” volendo colpevolizzare Guido per il fatto di ignorarla quando c’erano gli amici di lui. Era vero e Paola ne fu consapevole solo in quel momento osservando se stessa accanto ad Alberto e intenta ad attirare l’attenzione di Chicca. Fra tutti i presenti, aveva provato empatia solo per Stella quando veniva rimproverata per la sua scarsa disponibilità a dispensare baci. Paola poteva immedesimarsi solo con gli ultimi, i dimenticati, i piccoli, quelli che non contano: sentiva quell’appartenenza nonostante fosse una donna di successo, con un relazione, un ottimo lavoro, delle amiche. In quell’istante, Alberto si allontanò dalla stanza e senza che né la madre né altri se ne accorgessero, aprì la porta dell’ingresso e si lanciò verso le scale. Paola lo seguì d’istinto senza sapere se per fermarlo o per scappare con lui. Lo trovò nel cortile appoggiato al muro del palazzo che fumava una sigaretta. Aveva smesso di piovere, ma un velo di nuvole copriva il cielo rendendolo appannato e luminescente come un fantasma. “Anche mia madre se ne andava senza dire niente quando litigava con mio padre. Io e mia sorella non sapevamo mai se l’avremmo rivista”, sussurrò Paola. “E l’avete rivista?” domandò Alberto dall’ombra. “Sì, è sempre tornata, ma la paura di perderla non è mai scomparsa”, rispose Paola e si ricordò del proprio terrore, del senso di vuoto che finiva per coincidere con l’intera se stessa e dell’angoscia opprimente che da allora accompagnava tutte le separazioni della sua vita. Quella vita rotta, fragile e storta che, però, era la sua. “Come si può vivere un’esistenza intera con una mancanza dentro?” chiese con la voce incerta, mentre le parole le chiudevano la gola e gli occhi si facevano lucidi. Alberto non era più lì e la domanda di lei si perse nella sera.

Quando l’indomani Paola e Guido si trovarono faccia a faccia in un ventoso pomeriggio di dicembre, nessuno sembrava più quello di prima. Solo gli ululati del vento interrompevano il silenzio che regnava nella stanza rossa di tramonto, mentre il crepuscolo si insinuava tutto intorno con le sue ombre bluastre. Fu Guido il primo a parlare dalla tana dove si era rifugiato col suo risentimento: voleva chiudere con Paola. La luna di miele era finita, come zia Ninetta aveva previsto poco tempo prima. Paola si era domandata spesso dove fosse scomparso l’uomo che aveva conosciuto un anno prima, quella persona disposta a sopportare tutto, a tollerare tutte le sue mancanze. In quel momento si accorse che con lui doveva morire anche una parte di lei, ma stranamente non si preoccupò. Toccò la mano di Guido e cominciò ad ascoltare. Non lo avrebbe interrotto, sarebbe rimasta seduta in silenzio e avrebbe osservato quello che le accadeva dentro senza sprofondare. Ci avrebbe provato, almeno.

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