Premio Racconti nella Rete 2026 “Sedna” di Manuele Achille
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026“Splashdown tra 20 secondi, Wong. Spero tu abbia messo il maglione di lana” La voce del controllore della UNSS Von Braun gracchiò nella cuffia del suo casco, mentre Ed Wong osservava, con gli occhi sgranati e il cuore in gola, i dati altimetrici scorrere rapidamente verso lo zero. Fuori dal piccolo oblò di ispezione la superficie ghiacciata di ZH 330 F si stagliava netta contro il nero cosmico, priva di alcuna atmosfera che ne sfumasse l’orizzonte. Provò un brivido quando il pianeta si fece vicinissimo, sussultò istintivamente quando vide la crosta ghiacciata scorrere attorno a lui mentre la capsula si infilava in uno dei numerosi di pozzi di infiltrazione scavati dalla Von Braun.
“Ammaraggio tra 10, 9, 8…” la voce automatica echeggiò tra le pareti metalliche, mentre l’attivazione dei razzi scuoteva la capsula monoposto della Terran Science Corporation che iniziava a rallentare. “…3, 2, 1…” l’ultima parola fu coperta dal rombo liquido dell’impatto: finalmente era sull’acqua. Guardò di nuovo fuori dall’oblò, senza riuscire a vedere alcunché; sapeva che dieci chilometri di ghiaccio lo separavano dalla superficie solida e dalla luce della nana gialla ZH 330 che dava energia al sistema stellare; solo uscendo dalla capsula avrebbe potuto sollevare lo sguardo fino a vedere, lontano, un foro stellato, il cielo. Solo che se fosse uscito, sarebbe morto nel giro di un paio di minuti.
“EX-275 in avvicinamento dottor Wong” annunciò il computer di bordo. “Von Braun, qui Wong, ammaraggio completato nei limiti, tutti i sistemi funzionanti e pronti per il rientro. Il bot è in arrivo, chiedo permesso a procedere.”
“Von Braun a Wong, permesso accordato. Decollo previsto tra 10 ore e 21 minuti, livello orbitale beta.” la voce del controllore fu seguita da una femminile e più familiare.
“Ed…ci sei? Fai attenzione là fuori, ok? Questa cosa non mi convince, è una pessima idea e lo sai ma…mi fido di te. Solo, stai attento, intesi?”
“Ricevuto Daisy, non aver paura, andrà benone. E se mi sbaglio, tutt’al più la Von Braun vincerà la medaglia per il primo linguista mangiato da un B4.” Ed immaginò il sorriso di Daisy e il suo scuotere la testa, a centinaia di chilometri di distanza sopra di lui.
B4…era il momento di risolvere quell’enigma.
EX-275 attraccò quasi senza uno scossone nelle acque calme del pozzo. Era uno dei modelli più avanzati di xeno-esploratore, specializzato nel rintracciare e avviare contatti con le specie aliene che l’umanità in espansione nella galassia incontrava. La serie 200 era stata appositamente progettata per operare in immersione, si trattasse di mari di acqua dolce, di metano liquido o di semplice fango.
Il suo cervello elettronico era l’orgoglio dell’IA applicata alla ricerca della vita su altri mondi; quando nel 2057 un modello IA era riuscito a decodificare il linguaggio dei delfini e ad instaurare una comunicazione bidirezionale, la biologia e l’etologia avevano fatto passi da gigante in poche settimane. La scoperta di altre forme di vita nel sistema di Proxima Centauri aveva portato alla nascita della xenobiologia, la scienza con la crescita più rapida mai vista prima in nessuna branca del sapere umano. Se, cent’anni dopo, sulla Terra non c’erano più specie il cui sistema di comunicazione avesse segreti, la vastità della galassia rendeva quel campo di ricerca entusiasmante. Le IA sviluppate per l’esplorazione spaziale erano basate su modelli predittivi messi a punto a partire dall’esperienza sulle creature terrestri; in genere questi modelli funzionavano sorprendentemente bene con la maggior parte delle forme di vita senziente che venivano via via incontrate, ma c’erano ovviamente dei casi particolari per i quali nessun modello noto funzionava. In quei casi, equipe di xenolinguisti, biologi e matematici portavano avanti campagne di ricerca mirate a risolvere l’enigma, mettendo a punto nuovi modelli sfruttando i dati comportamentali della specie e ambientali del pianeta dove era avvenuto il contatto fino a raggiungere l’incredibile risultato di comprendere, se non addirittura farsi capire, la specie in questione.
Quello della creatura di Sedna – questo il nome dato al pianeta ZH 330 F dagli addetti ai lavori – era uno di quei casi. Sedna, dal nome della dea inuit degli abissi e delle creature marine, era un corpo celeste composto da una crosta di ghiaccio misto a metano e frazioni metalliche spessa alcuni chilometri, al di sotto della quale si estendeva un unico, immenso oceano di acqua liquida. Sul fondo, a circa 30 chilometri di profondità, si trovava un piccolo ma densissimo nucleo metallico.
Dopo mesi di studi e scoperte straordinarie, il principale mistero biologico di Sedna era rappresentato dal progetto B4, a cui lavoravano sia Ed Wong, xenolinguista, che Daisy Robinson, biologa e compagna di vita di Ed; il resto del team era composto da matematici, ma i continui fallimenti del team avevano comportato una rotazione continua di questi ultimi, nella speranza che un nuovo genio di turno trovasse finalmente un modello funzionante. La specie in esame, catalogata come “ZH 330 F – B4” – semplicemente “B4” per gli addetti ai lavori – era infatti tra le più sfuggenti che l’umanità avesse incontrato: si aggirava negli abissi glaciali del pianeta, e tendeva a spostarsi all’interno di enormi agglomerati di quello che veniva definito bioghiaccio: si trattava di un miscuglio di miliardi di piccole creature luminescenti, dette criokrill, e finissimi cristalli di ghiaccio in sospensione. Queste dense nuvole di bioghiaccio si estendevano per decine di chilometri in tutte le direzioni, e si spostavano trasportate da correnti dalla natura ancora poco compresa. I segnali elettrici scambiati dal krill alieno, insieme alla diffrazione delle onde sonore da parte dei cristalli di ghiaccio ed alla visibilità assolutamente limitata al loro interno, rendeva praticamente impossibile ottenere un’immagine, visiva o strumentale, nitida della specie; solo frazioni della sua sagoma erano state catturate dalle ottiche e dai sonar di alcuni xeno-esploratori, quel tanto che era bastato a stimarne le dimensioni, pari a circa 5 volte una balenottera azzurra terrestre. Non era chiaro se e quanti arti avesse, né si sapeva alcunché dei suoi sensi. Quel che era certo, era che emetteva delle vibrazioni del tutto analoghe alle vocalizzazioni dei cetacei terrestri, solo su frequenze molto più basse. Tutti i modelli disponibili avevano fallito nel decifrare il sistema di comunicazione e nello stabilire un contatto efficace. Dopo la prima interazione con gli xeno-esploratori, infatti, le creature non solo smettevano di comunicare ma addirittura diventavano ostili, tanto che erano già sette i costosi droni dispersi chissà dove nel nero senza fondo delle viscere di Sedna.
Ed Wong, goffo all’interno della termotuta artica, si calò a fatica nella postazione pilota di EX-275 mentre chiedeva un rapporto sulla missione. “Ultimo segnale della specie B4 rilevato circa 3 ore e 20 minuti fa, distanza 15 chilometri in direzione nord magnetico, profondità 9800 metri dalla superficie liquida. Temperatura al sito: -43°C. Procedo alla navigazione?”
“Procedi, EX, portami lì. Nel frattempo, facciamo un check up di sensori e sistemi di contatto.”
Ed avviò il protocollo di verifica dei sistemi mentre EX-275 si sganciava dalla capsula di ammaraggio ed attivava i propulsori, addentrandosi nell’abisso.
“Hai tentato il contatto, EX?” chiese Wong emettendo nuvolette di condensa, mentre la luce ambientale diminuiva per facilitare la visione dei display e dell’oceano fuori dall’oblò frontale.
“Negativo, dottore. Gli ordini erano di limitarmi ad individuare un esemplare.” rispose la voce fredda del drone.
“Bene. Non avviare alcun sistema di contatto se non te lo ordino io, chiaro?”
“Come desidera, dottor Wong.”
Ed si strofinò le mani protette da spessi guanti termici e rabbrividì. “Ah, per favore EX, cerca di riscaldare un po’ l’ambiente.”
Durante il tragitto, Ed si trovò a rimuginare sulla sua teoria e su come presto ne avrebbe provato la correttezza, o sarebbe morto nel caso in cui si fosse sbagliato. Era una missione suicida, il comandante Ramirez glielo aveva detto chiaro e tondo: “Comprendo e ammiro la sua determinazione, ma dobbiamo accettare i limiti della situazione attuale, tra cui le forti perdite di macchine che abbiamo avuto finora. Non posso impedirle di gettare via la sua vita come più le piace, i suoi superiori hanno evidentemente gli agganci giusti, se l’ammiraglio mi ha ordinato di darle carta bianca. Ma io posso proteggere il resto di questa spedizione da altre catastrofi. Non avrà una seconda chance se decide di andare; se qualcosa va storto, non potremo venire a tirarla fuori, ha capito bene?”
Mentre i fari frontali di EX-275 squarciavano il buio assoluto illuminando occasionalmente un’alga delle dimensioni di un’auto, Ed scorse rapidamente i rapporti delle sonde che erano state perse negli abissi recentemente. EX-273, perso a quasi 18000 metri di profondità, aveva trasmesso una breve sequenza di ritorni sonar, da cui si riusciva a malapena a delineare le dimensioni complessive di B4; le comunicazioni erano molto disturbate ed erano terminate prima di poter trasmettere altre informazioni utili. EX-202, uno dei due prototipi della serie, era collassato sotto l’immensa pressione dell’acqua dopo aver perso l’assetto; aveva inviato dati audio di uno scambio di onde sonore con B4. Il contatto era stato promettente, ma dopo l’ultimo fonema inviato dal drone i sistemi erano andati in overload, smettendo di trasmettere qualunque dato ad eccezione della profondità; dal tracciato sembrava fosse sprofondato oltre il limite operativo di 20000 metri, senza più tornare a dare segni di attività. Gli altri cinque EX persi avevano avuto destini simili, ma ciascuno di loro aveva tentato un sistema diverso di contatto: onde elettromagnetiche, sistemi ottici, sistemi acustici, sistemi cinetici…nulla aveva funzionato, niente oltre il primo scambio.
“Ingresso nella nube di bioghiaccio, dottor Wong. Attendo istruzioni.” fece EX-275, riscuotendo Ed dai suoi pensieri e iniziando a rallentare. “Bene, spegni i fari, passa ai sensori IR. Avanza con percorso ad S, velocità massima 10 km/h” chiese Ed, mentre il display davanti a lui si tinse di toni freddi, evidenziando su sfondo blu la presenza di un finissimo pulviscolo a temperatura di mezzo grado superiore a quella dell’acqua. Il rumore come di debolissima pioggerellina sulla paratia gli diede riscontro che effettivamente si stavano muovendo, impattando a bassa velocità contro i cristalli di ghiaccio che componevano la nube.
Distolse lo sguardo dal display e osservò il nero fuori dall’oblò, dove un leggero bagliore pulsante sembrava guidarli più in profondità nella nube. Attorno a loro, il gelo e un silenzio talmente fitto che persino il ronzio del sistema di supporto vitale sembrava esserne soffocato. “Segnale orbitale in diminuzione, dottor Wong, siamo nel cuore della nube. Passo alla comunicazione a bassa frequenza verso la capsula.” segnalò EX-275, ma Wong lo interruppe con uno sbuffo di condensa “No. Lascia le frequenze normali. Lascia che perdiamo il segnale, se necessario.”.
“Come desidera, le ricordo che questa azione incrementa i rischi in caso di incidente. Posso chiederle il perché di questa azione?” la domanda del drone lo sorprese, come se la macchina stesse mettendo in dubbio le sue decisioni, come se avesse intuito il suo piano e per qualche motivo, ne fosse offesa.
“Fa parte della mia teoria. Te lo spiego se e quando incontriamo un B4, e se ne usciamo vivi.” tagliò corto Ed. “Da adesso, mandami solo messaggi di testo, niente audio fino a nuovo ordine”.
Passò circa mezz’ora, il collegamento con l’orbita era appeso ad un filo, tanto che gli unici dati che la Von Braun avrebbe potuto vedere a questo punto erano il debole segnale di posizione di EX-275 e nulla di più. Poi, all’improvviso, la bioluminescenza aumentò di intensità ed iniziò a pulsare in maniera ritmica; sul display, le tracce infrarosse si accendevano e spegnevano alla stessa frequenza, lo stesso avveniva nel campo magnetico. “Ci siamo, ferma tutto.” ordinò Ed. “Riesci a rilevare qualcosa dai sensori acustici?”
“Affermativo, leggera perturbazione a ore 2, 30 gradi in basso” il testo comparve sul display, “Ora a 20 gradi.” una serie di punti di sospensione si stamparono sul monitor per alcuni secondi, poi apparvero le sillabe “È qui”.
Il cuore di Ed iniziò a battere all’impazzata. Se la sua teoria era corretta, quel giorno avrebbe forse vinto il Nobel per la Xenolinguistica; se non lo era, sarebbe rimasto per sempre in quella nuvola, migliaia di metri sotto una superficie, lontano dal calore di un raggio di luce, lontano anni luce dalla sua casa natale sul lago Michigan, lontano da Daisy, per sempre. Nel gelo e nel buio.
Un suono basso, come un muggito, ma assordante gli arrivò alle orecchie veicolato dalla struttura di EX-275. Il terrore iniziò ad impadronirsi di Ed, mentre il drone proiettava sul display l’inutile informazione: Rilevato vocalizzo, 180dB, direzione 003, distanza stimata 300 metri.
Seguì qualche secondo di silenzio. Poi sussurrò, con voce tremante: “Avvia registrazione audio e video, tutte le frequenze. Apri canale audio con l’esterno, bassa potenza.”. Chiuse gli occhi, cercando di controllare il respiro, lesse la conferma sullo schermo, inspirò e fece ciò per cui era lì.
L’acqua immobile, illuminata dai milioni di deboli riflessi del bioghiaccio, fu attraversata dalle parole “I saw it again this evening, Black sail in a pale yellow sky…”, intonate dalla voce tremante di Ed Wong. Seguì un silenzio spettrale rotto dall’eco riflessa sui cristalli che ritornava da tutte le direzioni allo scafo. “…A-and j-just as before in a moment it was gone where the grey gulls fly…”. Stavolta una risposta ci fu, e non era nella forma che si aspettava. Infatti il criokrill aveva iniziato ad avere un pattern diverso, ordinato e sequenziale; una sorta di codice morse, per chi voleva cercarvi quel significato.
“Acquisizione dati ottici in corso” lo informò EX. “Rilevato vocalizzo a bassa intensità, in acquisizione”.
In effetti, ora che l’eco dei versi della canzone era scemata, si poteva sentire un suono modulato, dello stesso tipo del primo, terrificante muggito, ma più dolce, decisamente meno forte e indiscutibilmente articolato.
“Dottor Wong, lo sente?” il testo lampeggiò illuminando gli occhi persi oltre l’oblò, oltre lo strato di aria e metallo che lo separava dall’acqua, fredda oltre il concepibile umano, dove si nascondeva B4.
Lo sentiva, forte e chiaro. E sapeva che non sarebbe morto quel giorno. Sapeva che aveva ragione.
Continuò a canticchiare la melodia, con voce tremante per il freddo ed un misto di terrore e fascino.
Ascoltò il lamento di B4 rispondere, più forte, più vicino; fuori dall’oblò, il criokrill illuminava l’oceano al ritmo lento delle modulazioni della sua voce.
Il display continuava a riempirsi dei dati del processo di decodifica, ma Ed non li guardava più.
La nube vivente infatti si stava diradando attorno al piccolo scafo di EX-275, minuscola particella metallica compressa sotto la mole impietosa di chilometri d’acqua glaciale.
Poi lo vide.
Non una forma, non un corpo: solo un occhio immenso che emergeva lentamente dal nero oltre il vetro. Non c’era ostilità in quello sguardo, ma qualcosa che il dottor Wong interpretò come curiosità.
Ed sentì il tremore nella propria voce mentre si riagganciava alla melodia che permeava l’acqua attorno a lui: “…And you’re lost on the wild, wild sea…”
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