Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti per Corti 2026 “Una pietra da nulla” di Pietro Senatore

Categoria: Premio Racconti per Corti 2026

Timoteo cammina con il capo chino sul cellulare, seguendo le indicazioni del navigatore. Alza la testa e vede il civico 99. Osserva la vetrina del negozio di antiquariato.
Fa per aprire la porta e in quel momento riceve un messaggio WhatsApp.

«Ti aspetto in piazza. Sbrigati, il film inizia fra poco».

Timoteo entra nel negozio, ma non c’è nessuno ad accoglierlo.
Dà un colpo di tosse e saluta con «Buonasera» ad alta voce, senza riscontro.

Si concentra sugli oggetti sparpagliati nel negozio. Lampade in vetro di murano, scrivanie intarsiate, specchi dorati. Pezzi pregiati e dal grande valore. Decide di passare oltre.

Vede ai piedi del bancone un baule con sopra scritto «Irrecuperabili».
Lo apre e con sua somma gioia esplode di cianfrusaglie. Timoteo si piega sulle ginocchia e con meticolosità porta alla luce diversi oggetti.

«Buonasera».

Timoteo si alza, voltandosi di scatto.

«Oh, mi scusi. Le ho fatto paura».

«Sì, non l’ho proprio sentita. Credevo di essere solo, che fosse fuori per commissioni».

«Oh, io sono sempre qui. Anche volendo, non potrei andarmene» dice ridendo.

Timoteo ricambia con un sorriso di circostanza.

«Cerca qualcosa in particolare?».

«Tutto e niente. Mi piace scovare oggetti antichi e malandati, ma che meritano di essere recuperati. Mercatini delle pulci, fiere… Ovunque se ne possano trovare a buon mercato».

«Ah capisco, ecco perché l’ha attirata il nostro baule “speciale”. Devo avvertirla che difficilmente troverà qualcosa di valevole là in mezzo. Se le interessa mi sono arrivati giusto l’altro ieri dei centrotavola Meissen. So che uno è appartenuto ai Borbone».

«No… Ho già dato un’occhiata in giro e vorrei tentare la sorte qui. Ma grazie».

«Ci mancherebbe. Se ha bisogno di me, io sono Marek».

«Bel nome, molto… Esotico».

«Oh e non sa quanto» ride il negoziante, indietreggiando per far spazio a Timoteo.
Mentre riprende la sua ricerca, nota con la coda dell’occhio che Marek continua a fissarlo con un ghigno affettato.
Un vecchio orologio senza quadrante, un vaso di porcellana rotto, un portasigari ammuffito—

«È sicuro di continuare lì? Potrebbe perdersi le cose migliori».

Timoteo sobbalza, la voce lo strappa dalla concentrazione.
«Sì, sono sicuro».
Il negoziante si avvicina e prende uno degli oggetti per terra. Timoteo lo guarda con aria interrogativa.

«La aiutavo a fare spazio».

«Grazie. Per curiosità, cos’ha preso?».

«Questa? Una pietra da nulla, infatti l’aveva messa da parte, l’ho tolta di mezzo per non farla rotolare via».

«No, non c’era tra gli oggetti che ho trovato. Me ne ricorderei. Posso vederla?».

«Certo».

Marek gli porge l’opale argenteo. Timoteo nota un mosaico di pietre colorate incastonate sulla superficie. Alcuni incavi sono vuoti.
 Sfiora una pietra rossa e poi ritrae in fretta il dito, massaggiandolo.

«Cos’è successo? Si è ferito?».

«Mi ha dato una scossa. Ma diversa da quelle elettrostatiche».

«Gliel’ho detto, non vale la pena dannarsi. La tolgo di mezzo prima che qualcuno si faccia male sul serio. Anzi, direi che è giunto il momento di buttarla». Marek va al cestino dietro al bancone, ma all’ultimo posa la sfera su un ripiano.

Timoteo lo ignora e riprende la ricerca con determinazione. Affonda le braccia fino ai gomiti per non tralasciare nulla. Poi si ferma di colpo. Si alza, scuotendosi la polvere dalla giacca, e guarda Marek. Il negoziante ricambia, con il solito ghigno.

«Mi scusi, avrei una richiesta».

«Assolutamente, mi dica».

«Posso rivedere la sfera?».

«L’ho buttata, per sicurezza. Non può averla».

«Non l’ha buttata, l’ha messa sotto il bancone. Si vede dal vetro».

«Oh, maledizione, ha ragione. Credevo di averla gettata nel cestino. È incredibile, ricompare ogni volta» dice Marek, sorridendo e restando immobile.

«Quindi… Posso vederla?».

Marek ritorna dietro il bancone: «Sa, anche io ho iniziato così. Cercavo ovunque oggetti di valore. Mia moglie e i miei figli dicevano che riuscivo a trasformare il piombo in oro».

Recupera la sfera e prima di porgerla a Timoteo, chiede: «Se non sono indiscreto, la sua famiglia cosa ne pensa della sua passione?».

«Non ho moglie né figli», risponde assorto dalla bellezza della sfera.

«Ah, è fortunato: nessun rompiscatole!» ride, porgendogli l’oggetto.
Timoteo la sfiora con cautela per accertarsi che sia innocua. Poi la afferra con entrambe le mani.

«È bellissima, ho già visto altri opali prima, ma mai così grandi e curati. Chissà come hanno incastonato le pietre senza lesionarla», commenta rigirandola da ogni angolo.
«Quanto viene?».

«Guardi… Non sarò un grade uomo d’affari, ma non mi sento di chiederle nulla».

«Come sarebbe?».

«Era in quel baule e poi stavo per buttarla. E ricordo adesso che ogni volta che mi capita sotto gli occhi, gli spazi vuoti mi danno l’impressione che le manchi sempre qualcosa».

«Oltre al prezzo non credo che le manchi nulla. Per me è magnifica. E vorrei comprarla, guardi che non era in quel baule, si sarà confuso. Quindi deve avere un prezzo».
Timoteo infila una mano nella tasca, sfilando il portafogli.

«Ma è già sua, gliel’ho appena detto».

«Non mi sembra corretto. Io vorrei comprarla, non la voglio come regalo».

«Se per caso si è offeso, mi scuso. Volevo solo premiare la sua dedizione. Se avesse trovato un altro oggetto di suo gradimento nel baule, non gliel’avrei comunque fatto pagare. Mi piace chi cerca tesori con ostinazione, mi ricorda… Me, ah!».

«Guardi, non è perché faccia complimenti o perché mi senta offeso. Innanzitutto non era nel baule. E poi, non so come dire…».

«Vuole che la sua bella pietra valga per qualcun altro, oltre che per lei. Altrimenti è quasi come se non ci fosse gusto».

«…».

«Facciamo così: lei mi lascerà quanto ritiene. E poi mi basterà stringerle la mano, su questo non transigo».

«Va bene, accetto». Timoteo prende una banconota fuori dall’inquadratura e la lascia sul bancone. Il rigattiere posa la mano sopra, tirandola verso di sé.

«Posso fare altro per lei?».

«No, va bene così. Grazie e arrivederci».

«Non dimentica nulla?» chiede con sguardo sornione.

Timoteo esita per un istante con la fronte aggrottata. Poi realizza.

«Ma certo» e allunga la mano al negoziante.

Marek ricambia la presa.

L’inquadratura si sposta fuori dal negozio, dalle vetrate tracima una luce bianca intensa. Poi tutto torna come prima.

Nell’inquadratura successiva la sfera rotola sul pavimento del negozio, le pietre brillano di luce propria.

Il negoziante si avvicina e la raccoglie: «Le manca sempre qualcosa, e ogni volta ne ha una in più». Sfiora con il dito una nuova pietra che prima non c’era.

Più tardi, un ragazzino apre la porta del negozio.

«Scusi il disturbo, poco fa è entrato qui un uomo sulla quarantina?».

«Buonasera, giovanotto. Temo di no. È successo qualcosa?».

«È per mio zio, dovevamo incontrarci per andare al cinema. L’app dice che il suo telefono era proprio qui, nei dintorni».

«Mi dispiace davvero. Magari è entrato in un altro negozio sullo stesso marciapiede».

«Mi sembra strano, lui ama tutte queste anticaglie».

«Oh, ma io ho molto di più. Vedi quello scaffale? È una novità: carte da gioco rare, giocattoli antichi, perfino videogame vintage».

«Ah», esclama il ragazzo, avvicinandosi.
Osserva per qualche istante quella magnifica teca piena di colori: le carte brillano sotto la custodia in plexiglas. Sta per prenderne una e proprio in quel momento gli squilla il cellulare.

«Magari la prossima volta, è mia madre» dice chiudendo la porta dietro di sé.

«Nessun problema, io sono sempre qui».

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