Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Che difficile carattere” di Maria Grazia Scelfo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Quando gli dissero la parola “linfoma di Hodgikin”, Ernesto pensò a un errore. Rimase seduto con le mani sulle ginocchia, la schiena curva dentro la giacca troppo pesante per maggio, guardò il medico come si guarda qualcuno che sta parlando a un altro. Aveva settantotto anni e da mesi si sentiva stanco; ma la stanchezza, alla sua età, sembrava quasi una compagnia inevitabile. Era ancora ingrassato, mangiava male, in modo disordinato, respirava con fatica dopo pochi gradini. La moglie glielo diceva da anni:

— Devi dimagrire. Devi fare i controlli.

Lui rispondeva sempre nello stesso modo:

— Non rompere.

Il medico continuò a spiegare:

— Il Linfoma di Hodgkin è un tipo di cancro curabile. Abbiamo avuto un paziente che è guarito completamente. Se le avessero diagnosticato ‘Linfoma non Hodgikin’ sarebbe stato un problema perché non è curabile.

Servivano altri esami, una terapia adeguata, bisognava iniziare  al più presto. Ernesto annuì senza ascoltare davvero. Pensava soltanto che aveva fame. Era mattina e non aveva ancora preso il cornetto con la crema.

Lungo il corridoio del policlinico di Roma, il fratello Sandro lo stava aspettando. Sandro aveva settantadue anni, il volto preoccupato e paziente. Spesso si scontrava con il fratello, intollerante, cocciuto. Voleva fare sempre di testa sua, anche contro il parere dei medici.

— Allora?

Ernesto scrollò le spalle.

— Dicono che ho un tumore.

Sandro non parlò subito. Mise in moto la macchina.

— E tu che vuoi fare?

— Che devo fare? Niente.

Ma il niente non era più possibile.

Ernesto viveva metà del tempo a Roma, in un appartamento vecchio vicino piazza Bologna, e metà nel paese d’origine, in Abruzzo, dove la moglie Ada si ostinava a restare. Lui amava vivere in città, anche da pensionato, non sopportava la campagna. Lei, al contrario, odiava la vita cittadina, non aveva mai amato Roma. Diceva che la città consumava le persone, le faceva diventare egoiste. La loro casa si trovava un po’ fuori dal paese, in mezzo al verde. Sul retro c’era una collinetta dove avevano piantato vari ulivi. D’altra parte, Ada sosteneva che in paese, almeno, conosceva tutti, aveva una bella vista che dava sui monti, la vita era a misura d’uomo e c’erano le cugine con cui parlare.

Ernesto, invece, a Roma si sentiva ancora importante. Scendeva al bar, litigava con gli amici di questioni politiche, trattava male i camerieri e poi tornava il giorno dopo come se niente fosse.

Con Ada il matrimonio era diventato una specie di tregua armata. Entrambi erano vissuti a Roma fino alla pensione, poi le loro strade si erano separate per lunghi periodi dell’anno. Si odiavano, le discussioni erano continue e feroci, ma non si volevano separare. Lei gli rinfacciava il pessimo carattere, il cibo, le sigarette fumate per quarant’anni, la superbia. Lui le rimproverava l’avarizia di sentimenti, la mancanza di affetto, quel modo duro di parlare, indisponente, che lo allontanava.

Quando Ada seppe della diagnosi non pianse.

— Te l’avevo detto — disse al telefono. — Te l’ho detto per anni che saresti finito male.

— Ah, adesso è colpa mia pure il tumore.

— È colpa tua se non ti sei mai curato bene, se non hai mai voluto ascoltarmi.

La chemio cominciò a giugno. Sandro e l’altro fratello, Luciano, si alternavano per accompagnarlo in ospedale. Alle prime sedute Ernesto usciva ancora sulle sue gambe, anche se pallido e stanco. Si lamentava di tutto: delle infermiere troppo giovani, che non trovavano subito le vene, del caffè delle macchinette, dell’aria condizionata.

A casa lo assisteva Dmitri, un badante moldavo sulla cinquantina, silenzioso e robusto. Ernesto lo trattava con una cattiveria quasi infantile, lo rimproverava continuamente.

— Sei scemo? Ti ho detto l’acqua fredda.

— Hai bruciato la carne.

— Non capisci niente d’italiano.

Dmitri abbassava la testa. Ogni tanto, quando Ernesto si addormentava in poltrona, russando piano, lo copriva con una coperta leggera senza dire nulla.

Ada veniva poco a Roma, giusto il necessario per controllare la situazione. Arrivava la mattina col pullman, portava qualche camicia pulita, gli consegnava la posta, poi, quando il badante era fuori per la spesa, ricominciavano a litigare.

— Devi mangiare meno.

— Lasciami stare.

— Il medico ha detto che il fegato è compromesso.

— I medici parlano troppo.

Lei non restava mai a dormire.

— E io che faccio qui? — diceva. — Ci sono i tuoi fratelli.

Sandro una volta la guardò fisso negli occhi:

— Ada, non ce la facciamo più, siamo sfiniti, te ne dovresti occupare tu che sei la moglie.

Lei strinse le labbra.

— Nemmeno io ce la faccio più. Sono quarantotto anni che non ce la faccio più, non spetta a me farmene carico.

— Vi siete separati? Se siete ancora sposati per legge tocca a te.

— Non ci siamo separati, ma ci dovete pensare voi. Io non lo farò.

A luglio gli scoprirono lesioni al fegato. Ernesto era seduto sul letto mentre il medico parlava. Aveva smesso di fare domande. Guardava fuori dalla finestra il traffico romano che scorreva lento nel caldo.

— Dobbiamo continuare la terapia, ma la situazione si è complicata.

Per la prima volta ebbe paura.

La notte chiamò Ada.

— Secondo te muoio?

Dall’altra parte ci fu silenzio.

— Prima o poi tocca a tutti.

— Tu sempre simpatica.

— E tu sempre stupido.

Ma la voce le tremò leggermente sull’ultima parola.

L’anemia peggiorò in fretta. Cominciarono le trasfusioni. Ernesto diventava sempre più debole. Per andare dal letto al bagno servivano minuti interi e pause per respirare. Le gambe che avevano sostenuto il suo peso per tutta la vita si assottigliavano. La pancia diminuiva lentamente.

Una mattina, mentre Dmitri lo aiutava a vestirsi, Ernesto scoppiò a piangere.

— Non riesco neanche a infilarmi i pantaloni.

Dmitri fece finta di non sentire e lo aiutò.

L’estate finì dentro le stanze dell’ospedale. Odore di disinfettante, lenzuola ruvide, televisioni accese senza volume. I fratelli avevano il volto consumato dalla stanchezza. Luciano guidava avanti e indietro nel traffico romano con gli occhi rossi. Sandro passava le giornate nelle sale d’attesa leggendo giornali.

Ada continuava a venire e andare. Non restava mai una notte.

Una sera Ernesto la fermò mentre infilava la borsa sulla spalla.

— Resta.

Lei esitò appena.

— Non posso.

— Perché?

— Perché non ce la faccio a vederti così.

— O perché mi odi?

Ada lo guardò a lungo. Lui aveva il volto scavato, la pelle grigia, le mani gonfie di aghi e flebo.

— Ti odio da tanti anni — disse piano. — Ma questo non c’entra.

Poi uscì.

In autunno, dopo molte insistenze dei fratelli, lo trasferirono nell’ospedale più vicino al paese. Dicevano che sarebbe stato meglio per la famiglia. In realtà a Roma la situazione era diventata molto complicata.

Lì iniziarono le infezioni. Febbre improvvisa, brividi, antibiotici continui. I medici parlavano tra loro senza capirne l’origine precisa. Ogni volta sembrava migliorare, poi peggiorava di nuovo.

In quell’ospedale di provincia c’era, però, un giovane medico che, avendo studiato anche all’estero, sapeva che esistevano delle cure sperimentali. Le propose a Ernesto, che accettò. 

A poco a poco si cominciò a vedere qualche piccolo miglioramento.

Un pomeriggio Ada si sedette accanto al letto. Lui dormiva con la bocca aperta. La finestra della stanza dava sui campi grigi di novembre.

Dopo un po’ Ernesto aprì gli occhi.

— Sei arrivata?

— Sì.

— Che ore sono?

— Le quattro.

Lui annuì lentamente.

— Mi ricordo quando andavamo al mare con i bambini piccoli.

Ada abbassò lo sguardo. Erano anni che non parlavano di qualcosa di felice.

— Pure io.

— Eravamo meno cattivi.

Lei non rispose.

— Ada.

— Dimmi.

— Mi dispiace.

Lei lo guardò stupita, quasi infastidita.

— Adesso riposa.

Ma lui insistette con un filo di voce.

— Mi dispiace.

Ada rimase seduta accanto a lui fino a sera. Poi volle tornare a casa. Era venuta in macchina per non rischiare di perdere l’ultimo pulmann.

Mentre guidava pensava all’ultima conversazione e forse provò rimorso per il suo comportamento, forse l’assalì un po’ di tristezza. Si distrasse. Due fari abbaglianti l’accecarono e lo scontro frontale fu inevitabile.

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