Premio Racconti nella Rete 2026 “Basta un papavero per ricordare” di Elena Galanti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Oramai l’antico edificio è abbandonato, lasciato a se stesso, lasciato crollare sotto il peso del tempo. Gli unici oggetti che rimangono, sospesi, aggrappati e custodi del passato sono i ricordi, le lettere, i documenti. Frammenti di vite ormai passate, destinate a rimanere tra i granelli di polvere.
“Il paziente, presenta uno stato di confusione mentale, intrinseca idee deliranti, completo disorientamento e allucinazioni.
Diagnosi: Nevrosi traumatica.”
Sono solamente poche righe di un foglio oramai esausto, ingiallito dal tempo e pieno di polvere, che fanno subito intendere il dolore di una vita trascorsa in un luogo ben preciso. Un manicomio.
I manicomi, strutture isolate, dimenticate, luoghi dove la vita non si è fermata, è trascorsa normalmente, incurante delle anime lì rinchiuse che spesso portavano pesi più grandi di loro, spesso schiacciati con una parola precisa. La vergogna.
Il paziente citato nel foglio prende un nome finalmente, Vittorio.
Vittorio, entra in manicomio l’11 Novembre 1917. Esattamente un anno dopo finisce la prima guerra mondiale e con essa si estingue anche il ricordo dei soldati persi, caduti in battaglia, ma anche di quelli privati del raziocinio. Uno di questi è proprio lui, il nostro Vittorio. Ultimo di cinque figli, il più giovane, il più valoroso, scelse di combattere per la propria patria. E poi? una volta finita la guerra cosa rimase di lui? una medaglia, una uniforme, le armi, l’onore. Cosa te ne fai di tutte queste cose se la mente continua a pensare, ripensare e sognare di tutte le atrocità che i tuoi occhi hanno visto. Occhi che fino a qualche anno prima erano pieni di vita, faticosa, passata nei campi a lavorare fino a sera ma che comunque era tranquilla e se non riuscivi ad apprezzarla nella quotidianità, la guerra te la faceva rimpiangere. Probabilmente anche Vittorio si ritrovò a rimpiangere la sua vecchia vita mentre si trovava in una trincea angusta, con la baionetta stretta tra le mani per difendere la propria vita, che poteva essere spazzata via da un momento ad un altro, come una folata di vento.
Quel vecchio edificio sopra citato, era la casa dove abitava Vittorio. Una vecchia casa contadina, dove il numero delle stanze è indice di famiglie numerose. Dove l’ampia cucina parla di sere condivise con piatti poveri ma il camino sempre acceso ad accogliere i pensieri e le fatiche della giornata. Le pareti ed il soffitto sono pieni di fuliggine, la stessa che in quella trincea ricopriva gli elmetti e le facce. Ora è prossima al crollo, piena di ricordi che non fuggono da una porta o da un tetto rotto.
Su un comodino c’è una foto in bianco e nero, un soldato in uniforme, con un sorriso soffocato dalla paura che cerca di mostrare il proprio orgoglio sotto una maschera da nascondere. E possiamo vederlo Vittorio prima di partire, l’uniforme linda, il mantello verde per coprire la paura, l’uniforme con le cinture per contenere il necessario per sopravvivere, le fibbie luccicanti, la borraccia e la gavetta per contenere cibi e fingere che essi siano i propri piatti preferiti, le munizioni e la baionetta da infiggere dentro corpi di uomini che di diverso hanno solamente una bandiera. Lo zaino pesante, le fasce per gli stinchi e gli scarponi pronti a calpestare terreni nemici. Infine l’indimenticabile elmetto per proteggere la testa. Peccato che esso non proteggesse anche la mente. Infatti tornando al documento ritrovato si evince che Vittorio è stato internato in manicomio. La diagnosi in parole povere è: “scemo di guerra”. Il nostro soldato fu ferito gravemente ad una gamba durante un esplosione e fu per miracolo se non la perse. Rimase zoppo ma oltre la ferita visibile, dentro di lui qualcosa si ruppe. All’ospedale militare i medici notarono i primi segnali di uno shock traumatico: i tic all’occhio, la rigidità del corpo pronto a combattere il nemico, i deliri e le allucinazioni. Decisero di mandarlo a casa con l’ordine di essere internato in ospedale psichiatrico, chiamato comunemente con una parola che se pronunciata rimane ferma nell’aria. Manicomio.
Se guarito, sarebbe stato richiamato alle armi. Molti soldati fingevano questi sintomi per essere rispediti a casa ma non è il caso di Vittorio. Restò in manicomio fino al 1951, anno in cui vennero introdotti gli psicofarmaci in Italia, pronti a sedare i deliri e le urla fino ad allora tenute nascoste. Restò rinchiuso per 34 anni, quasi una vita intera. I familiari non andarono mai a trovarlo, quello che prima era un orgoglio per un figlio, nipote o amico ora era vergogna, vergogna di avere in famiglia un matto, uno scemo di guerra. Questi termini vanno utilizzati con delicatezza, con rispetto, perché dietro quelle parole utilizzate per descrivere atteggiamenti da malati, ci sono delle persone, persone che non sappiamo cosa abbiano attraversato. Vittorio non era né matto né scemo di guerra, aveva solo vissuto esperienze che la mente umana non riesce a metabolizzare e allora cosa fa? Come una lampadina, si spegne o cambia la luce, come si dice: “ ad intermittenza”.
Per lui gli infermieri erano soldati pronti a sparare, i piccoli rumori erano i fischi delle granate prima dell’esplosione e le cure erano strumenti di tortura.
I manicomi sono sempre stati visti come luoghi trasudanti di sofferenza ma non sempre è stato così. Medici ed infermieri in grado di comprendere i pazienti, alcuni sono riusciti a farli guarire a costo di essere considerati malati anche loro.
L’ultimo ritrovamento all’interno di quella casa è in un cassetto ammuffito, un quaderno, un diario, anzi molto più di un semplice diario dove annotare gli impegni, era di Vittorio ed era il suo diario di guerra, annotava tutto ciò che succedeva, quasi per dare un senso a tutto quell’orrore. La scrittura è insicura, segno di chi ha dovuto scrivere in piedi o magari accanto un compagno morto, le pagine sono consunte e stremate, decido di aprire l’ultima pagina:
“20 Ottobre 1917”
Ieri notte un boato ci ha svegliato, Maurizio era accanto a me, si è svegliato in subbuglio. Era in corso un bombardamento, il comandante ci ha ordinato di andare all’attacco e così abbiamo fatto. Una bomba mi ha quasi colpito, anzi avrei voluto che colpisse me, Maurizio mi ha scansato e la bomba l’ha ridotto in brandelli, brandelli che bruciavano sotto i miei occhi, e io ero lì impalato a non fare nulla con le orecchie che mi fischiavano. Io non ho fatto nulla e lui è morto per me. Come vorrei essere morto, finalmente sereno, senza più paure, senza più vedere uomini morti, senza più sentire l’odore del sangue, finalmente in pace.”
Ecco cosa ha vissuto lo scemo di guerra. Ecco cosa hanno visto i suoi occhi, ed è lì che la lampadina si è spenta. In mezzo al fango, al sangue, alla morte e a una umanità che si è spinta verso l’orrore più profondo. Di Vittorio non sappiamo altro, la sua casa è piena di documenti , foto e cartoline, protetti dalla polvere e dal silenzio. Il silenzio che racchiude i segreti, i dolori e le gioie passate. L’orgoglio per un figlio si era trasformato in vergogna, il figlio a cui era stato assegnato il nome che simboleggia la vittoria e la conquista adesso non era che un uomo esausto della vita.
Le camere della casa sono mezze crollate, il peso del tempo si fa sentire, restano i vecchi letti, le vecchie foto e i pochi oggetti rimasti, superstiti di fatti che se potessero raccontare staremmo ore ad ascoltare. Lascio il vecchio cascinale, sapendo che tra poco di lui non resterà più niente e lo ringrazio per aver saputo raccontarmi una storia che se non fosse stata scritta sarebbe scomparsa sotto le macerie.
E di Vittorio al giorno d’oggi ce ne sono tanti, troppi, silenziosi, che combattono la propria guerra ogni singolo giorno. In realtà Vittorio non è mai morto, continua a vivere dentro di noi, dentro le nostre paure, la nostra agitazione, la nostra ansia, le nostre sfide, le nostre gioie, e oltre al paziente del manicomio c’è anche il guerriero, che difende la vita propria e altrui. Noi siamo uguali, la trincea di Vittorio era fredda, angusta, piena di fango, la nostra è colorata, piena di vita, piena di confort ma vuota di umiltà, felicità e serenità. Si chiama casa, e le bombe, il sangue, la violenza sono elementi che viviamo ogni singolo giorno. Il pezzo di pane che Vittorio stremato mangiava, per noi si è trasformato in un banchetto da mangiare in famiglia, fingendo che tutto vada bene, nascondendo i medicinali per la vergogna. Perché se hai amici, famiglia, casa e lavoro allora devi essere felice necessariamente. I silenzi, il dolore e l’egoismo sono i nostri elettroshock quotidiani. Con la legge Basaglia del 1978 fu decretata la chiusura dei manicomi ma i disturbi , la malattia e il disagio mentale non sono scomparsi. Sono diventati silenziosi, silenziosi come sono ora quei luoghi che una volta portavano dentro di sé il segno di vite difficili, mentre adesso le nostre case vivaci trattengono depressione, ansia ed altri disturbi. In fondo, è vero è cambiato molto il modo di curare i pazienti, ma non è cambiato il modo di vederli e di vivere i propri disagi. Per ricordare i soldati è utilizzato il papavero, un fiore semplice, rosso come il sangue versato, spontaneo e rustico. Io per ricordare invece tutti i Vittorio odierni utilizzerei più semplicemente come simbolo i fiori di campo, semplici, spontanei, crescono in luoghi difficili ma fioriscono nonostante tutto e sono tutti diversi, colorati. Colorati di un colore che servirebbe anche a noi, nelle nostre vite in bianco e nero come le vecchie foto. In fondo siamo tutti Vittorio, e per ricordarlo basta un fiore, un papavero.
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e’ veramente un racconto vero e triste, anzitristissimo, Ma nom è un racconto disperato anche se tocca argomenti tragici ,Forse perchè è scritto una una forma piana, non esacerbata dall’odio . Il colore, sì ecco il colore , il bianco e nero è ciò che fa la differenza in questo bel racconto . Dopotutto anche le foto in bianco e nero erano significative, ;
Grazie, hai colto in pieno quello che volevo trasmettere.