Premio Racconti nella Rete 2026 “Ritorno” di Alessandra Della Pera
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026(La firma del fuoco)
Il mantice dell’organo espira con un gemito rauco, Isaura lo sente vibrare fin dentro la cassa toracica. Respira per lei. Appoggia le dita sui tasti, freddi e consumati, e per un istante chiude gli occhi, sincronizzando il proprio battito cardiaco col tremolio sordo delle canne.
Il sagrestano, con un gesto muto e frettoloso, fa scivolare l’immagine ricordo sul leggio, incastrandola tra lo spartito del Requiem e il bordo di quercia. Dovrebbe ignorarla, concentrarsi solo sulla musica, però l’occhio cade sul volto stampato sul cartoncino, e il suo respiro si ferma per un momento.
“Giovanni Neri, 1968 – 2026”
Una scia di pelle lucida e biancastra nasce subito sopra il sopracciglio, ne mangia l’estremità esterna e scende sfiorando l’occhio e le ciglia. Poi allarga sullo zigomo: una chiazza dal riflesso violaceo che punta verso la guancia. Ma è sopra la tempia che il segno è più crudele: una piccola zona glabra e opaca, leggermente raggrinzita, evidente come un marchio impresso. È la firma del fuoco.
Improvvisamente, l’odore di incenso svanisce, travolto dal puzzo acre di gomma bruciata e legno arso del laboratorio. Isaura rivede le fiamme riflettersi negli occhi di Elias, perché quello è il suo vero nome, proprio un istante prima che una trave rovente lo investa.
“Esci Isa! Prendo i gioielli e arrivo” le aveva urlato, un momento prima che il soffitto crollasse, inghiottendo la sua voce in un boato.
Per vent’anni Isaura è stata convinta che Elias fosse quel pugno di resti anneriti. Invece, lui ha continuato a respirare. Si è fatto chiamare Giovanni e ha vissuto una nuova vita, lasciandola prigioniera di un lutto fantasma e del senso di colpa. Chi fosse quel corpo nel laboratorio non potrà mai saperlo. Nel risultato delle indagini era Elias.
Le sue dita si serrano sui tasti con una forza rabbiosa. Il respiro dell’organo si fa improvvisamente violento, un accordo dissonante che si alza come un grido. In basso, la vedova sussulta, ma Isaura non stacca gli occhi da quella cicatrice. Quell’uomo non è “Giovanni”, è il ladro che le ha rubato vent’anni di vita. Deve riprendere il controllo. Solleva un istante le dita rigide come rami gelati. Sa che, un’altra nota stonata, e il parroco a fine funzione la caccerebbe. E non vuole, né può perdere il piccolo introito che la aiuta ad arrotondare il magro stipendio. Ancor meno perdere l’unico luogo che le permette di respirare distaccandosi dal mondo e dalla solitudine del suo appartamento. Chiude gli occhi, ispira a fondo e riporta il suono sui giusti binari.
Mentre le mani eseguono meccanicamente, i suoi occhi tornano all’immagine. Capelli grigi con la chiazza violacea, ma per il resto è invecchiato bene. La foto ritrae un uomo che sembra aver trovato quella pace che a lei è stata negata. Spostando lo sguardo di lato verso la navata, cerca la donna in nero nella prima fila di panche. Ha una postura rigida, quasi militaresca, la schiena non tocca lo schienale di legno e le spalle sono fisse come se un filo la tenesse sospesa. Le mani sono strette sulla borsa di pelle nera. Non piange. Fissa la cassa di mogano.
“Giovanni era un uomo che non parlava mai del passato” ricorda il prete. “Diceva che la sua vita era iniziata il giorno in cui è arrivato qui, senza bagagli. Un uomo nato dal nulla, diceva, con la modestia dei giusti”.
Isaura sente una risata amara salire alla gola ma la ricaccia giù. Nato dal nulla. Giovanni è nato dalle ceneri di Elias. Lei invece è rimasta tra quelle macerie. Deve stare calma, quei cento euro le servono. Torna a guardare la vedova, quella donna così perfetta, sa chi ha avuto accanto per vent’anni? La donna si è voltata leggermente verso il ragazzo accanto che continua a tormentare i polsini della camicia e che inclina la testa con lo stesso gesto che Elias aveva quando si sentiva a disagio. Un dettaglio scuote Isaura ancor di più. Nel voltarsi il profilo della donna mette in mostra sul bavero del cappotto una spilla d’oro, un piccolo tralcio con perle a goccia che lei riconosce immediatamente. Era di sua madre. Quando dopo l’incendio le avevano detto di aver trovato una scatola fusa accanto ai resti, aveva pensato che lo fossero anche i gioielli. O che qualche sciacallo li avesse trovati tra le macerie nei due giorni in cui lei era stata ricoverata per aver respirato il fumo. La rabbia ora è una punta d’acciaio. Quella donna indossa i suoi ricordi.
Terminato l’ultimo accordo, Isaura scende dalla cantoria e si ferma nell’ombra della seconda colonna, il cuore batte a un ritmo irregolare sotto la maglia scura. Quando la vedova le passa accanto, il profumo costoso che indossa la investe: a meno di un metro la spilla non è più un’ipotesi, c’è tutta la sua parure!
Gli orecchini a goccia e la sottile catena che indossa, con lo stesso motivo della spilla, sono inconfondibili. Appena il feretro si avvia verso l’uscita, Isaura individua chi potrà darle informazioni. Lina è lì, intenta a ripiegare con cura i panni dell’altare. È la donna che conosce tutti e relativi segreti, scandali e indiscrezioni.
“Lina scusa” sussurra avvicinandosi con la scusa di restituire la chiave della cantoria. “Volevo assicurarmi che tutto fosse andato bene con la musica. Sai la signora Neri sembra così… impenetrabile che non mi sono avvicinata”.
Lina si volta. “Oh, cara, hai suonato divinamente. Ma Clara… quella è fatta di granito. È arrivata qui vent’anni fa insieme a Giovanni con gli abiti che avevano addosso e poco altro. Almeno così dicevano all’inizio”.
Poi abbassa la voce avvicinandosi a Isaura che ha l’amaro in bocca.
“All’inizio vivevano in una stanza umida sopra il vecchio stanzone che lui usava per i restauri. Giovanni aveva le mani d’oro con l’intarsio. Poi, dopo neanche due anni, il miracolo. Dicevano di aver ricevuto un’eredità improvvisa e hanno comprato la villa in collina, quella con i cancelli bianchi e trasferito anche il laboratorio”.
Isaura stringe la cinghia della borsa fino a farsi sbiancare le nocche. L’eredità erano tutti i suoi risparmi. Ricorda Elias che le bacia la fronte sulla porta del laboratorio dietro casa, un sorriso rassicurante e le chiavi dell’auto in mano.
“Vado in banca, Isa. Devo pagare il fornitore di mogano. Torno presto”.
Lei si era fidata, come si fidava del suo talento. E invece aveva svuotato il conto lasciandoci solo quindici euro e sessanta centesimi. Poi la sera c’era stato l’incendio. Le ceneri di tutto.
L’impiegato della banca glielo aveva detto con una pietà che bruciava quanto le fiamme.
“Signora, il conto è quasi vuoto, suo marito ha eseguito un trasferimento la mattina dell’incendio, usando la sua delega. Pensavamo sapesse.”
Isaura aveva creduto che il debito per il legno fosse stato alto. Invece erano serviti per la villa in collina. In più i suoi ori di famiglia sono diventati proprietà della vedova di marmo. Torna a casa e si siede al tavolo della cucina. Resta immobile finché le ombre della sera non allungano le dita verso di lei. C’è una cosa che Elias non aveva calcolato. La madre di Isaura aveva fatto fare una stima della parure e di altri gioielli da un perito assicurativo. Lei non lo riteneva necessario ma quei gioielli erano della madre, che poi glieli aveva donati.
Quella perizia, completa di foto e macrografie dei punzoni artigianali e della riparazione fatta con una lega di oro non giallo ma rosso sulla chiusura della spilla, era rimasta nella vecchia cassetta di sicurezza presso la filiale della banca dove avevano il conto i genitori, nella cittadina in cui vivevano, come lei ed Elias. Lui non lo aveva mai saputo.
Il mattino ha l’odore della pioggia imminente. Isaura guida per un’ora verso la cittadina che non vede da anni. Quando scende nel caveau il silenzio è assoluto. L’impiegato apre la cassetta numero 412 e la lascia sola. Dentro, con il testamento di suo padre e altre vecchie carte, c’è la cartella azzurra della perizia, che apre con dita tremanti. Il perito ha cerchiato in rosso la piccola riparazione sulla chiusura e i punzoni. Sul documento la dicitura Proprietà di Isaura Valenti.
Due ore dopo è seduta nello studio dell’avvocato Torre.
“Voglio sapere se questi gioielli sono recuperabili” dice con voce gelida e ferma. Quasi non si riconosce. L’uomo guarda attentamente perizia e foto, poi prende il giornale che Isaura ha aperto alla cronaca locale con la foto della vedova in prima fila. La spilla risplende sul bavero nero e al lobo sinistro si vede l’orecchino a goccia. Poi racconta la sua storia e come Giovanni-Elias abbia svuotato il conto e portato via i suoi ricordi di famiglia. L’avvocato si sporge in avanti, il tono ha quasi una punta di eccitazione, quella del cacciatore che ha appena individuato la traccia giusta.
“Isaura, qui non c’è solo la parure che la signora sfoggia al funerale, ci sono altri pezzi unici: un bracciale, due anelli e un ciondolo a mandorla con rubino.”
Poi apre l’agenda e inizia a scrivere.
“Procederemo così: innanzitutto chiederò un sequestro conservativo di tutti i gioielli. L’ufficiale giudiziario andrà alla villa e la signora Neri dovrà consegnare i pezzi o rischia l’arresto. Il secondo punto però è quello che scotta, dobbiamo capire che fine avevano fatto i soldi prima di riapparire qui. Te la senti di procedere?”
“Assolutamente sì!”
Inizia una battaglia silenziosa, fatta di carte bollate e attese estenuanti. Le indagini si dibattono in un labirinto di archivi bancari per rintracciare quel finto pagamento a una ditta di legname inesistente. Ogni tassello richiede mesi tra rogatorie internazionali e perizie che confermano il dolo dietro l’incendio del vecchio laboratorio. Ma alla fine la verità viene fuori.
In un pomeriggio grigio come quello del funerale, Isaura è seduta nello studio dell’avvocato, qualche mese dopo il recupero dei gioielli. Sul tavolo c’è un atto di esecuzione forzata.
“Non è stato facile ma abbiamo vinto su tutta la linea. Il fondo estero è stato pignorato e il giudice ha stabilito il trasferimento immediato a tuo favore, non solo del saldo originale ma anche di tutti gli interessi e rivalutazione dei vent’anni. È una cifra che copre ampiamente il valore della villa.”
“Quindi la villa sulla collina ora è mia?”
“Tecnicamente sì. Villa e laboratorio sono pignorati per coprire il tuo credito. Giovanni Neri ha costruito il futuro di Clara e del loro figlio sul furto. Ora ne pagano le conseguenze.”
Qualche giorno dopo Isaura guida la sua utilitaria con le mani strette sul volante. È strano pensare come il destino si sia preso gioco di loro. È arrivata in questa città cinque anni fa, spinta da un’offerta di lavoro che sembrava un porto sicuro, poi aveva trovato posto anche qui come organista in chiesa. Senza sapere che Elias, ormai Giovanni, viveva a meno di tre chilometri da lei. Forse erano entrati nel solito negozio, o avevano percorso gli stessi portici, separati solo da una manciata di minuti. Erano stati vicini come due estranei, finché la morte non aveva deciso di riannodare i fili.
Quando arriva in cima vede Clara scendere gli scalini con lo sguardo basso.
Non c’è più rigidezza in lei, sembra spezzata. Sale sul taxi in silenzio.
L’ufficiale giudiziario le va incontro e le consegna le chiavi della villa e del laboratorio. È allora che Isaura vede Daniele, il figlio, fermo sulla soglia del laboratorio, le mani stringono una vecchia cassetta degli attrezzi. Gli si avvicina lentamente. Il ragazzo alza lo sguardo, smarrito.
“La villa è libera, signora” mormora. “Porterò via solo questo.”
Isaura guarda il laboratorio e poi il ragazzo che non ha colpe. Prende la chiave d’ottone e gliela porge.
“Tienila tu. Io volevo solo giustizia. Il laboratorio è giusto che resti a te. Ho saputo che hai lo stesso talento di tuo padre.”
Il ragazzo la guarda incredulo. Lei sorride e aggiunge:
“Resta pure a lavorare qui e continua quel che sai fare molto bene.”
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Racconto avvincente e ben scritto, con un’ottima premessa narrativa. Peccato per il finale, che sembra appartenere a una storia diversa da quella promessa all’inizio. Il conflitto emotivo tra Isaura ed Elias lascia rapidamente spazio a una risoluzione legale e patrimoniale, dando l’impressione che la vicenda venga chiusa più sul piano pratico che su quello umano. Il risultato è una conclusione corretta ma meno intensa di quanto le premesse lasciassero sperare.