Premio Racconti nella Rete 2026 “Un attimo di Pace” di Fiamma Florena
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Aprii un occhio e purtroppo anche l’altro, mi alzai a fatica e andai dritto alla macchina del caffè, inserii la cialda, premetti quel maledetto bottone e… niente, neanche una goccia. Come se la giornata non potesse iniziare meglio, fui costretto a scendere al bar, e “Dio che fastidio“: tutti si urlavano addosso, si spingevano e si aggrovigliavano. Quanta pazienza, provai a respirare e immaginare il bar vuoto, silenzioso; potrei urlare, dire a loro tutti di scomparire, sbriciolarsi come pane secco, perché io non ce la faccio, il mio tempo non può essere sprecato così, tra i loro baccani. Quando arrivai al banco questa signora bassa e cicciona, vestita di rosa mi chiese: “le dispiace se vado prima io, è che ho un appuntamento importante sa!”. Si fermò per riprendere fiato “o signora Maria (la barista), non sa quanto sono emozionata…” “No” risposi fermo “sono qua da già fin troppo tempo, e se non l’avesse notato, nessuno mi ha ceduto il posto in cui sono adesso“. Con voce ancora più stizzita dissi “quindi faccia la fila!“ La signora scioccata non poté che tornare al suo posto bisbigliando un: “che maleducato”.
“Come si può“ pensai. Potrei sembrare scortese, fastidioso, qualche stolto acculturato direbbe “bellicoso”, ma non mi interessa, vita mia scelte mie.
Così, dopo un straziante caffè, mi diressi verso l’autobus, e mi sedetti a una di quelle sporche panchine che sono soliti usare i barboni.
Sentìi in quel momento una tranquillità assoluta; di solito la panchina è piena, ma stavolta no, siamo solo io e il vento, come se il resto del mondo fosse stato finalmente eliminato.
A distruggere questo attimo fuggente fu una donna, io direi una ragazzina.
Ella aveva i capelli messi a nido di rondini, tenuti insieme grazie a un elastico rosso fluorescente, potei notare, grazie a un badge attaccato a una camicia sgualcita che si chiamava Irene.
A quanto pare questa Irene non se la cavava tanto bene, aveva grosse occhiaie sotto gli occhi, che delineavano due iridi verde smeraldo. Irene, per quanto fosse “ una rovinatrice di attimi” e un po’ troppo accartocciata, era quasi bella.
Si sedette accanto a me per aspettare insieme l’autobus e le cadde un piccolo portachiavi a forma di peonia; stranamente mi venne spontaneo aiutarla, raccolsi il portachiavi e lei lo prese, mi guardò e disse: “oh, grazie” con tale gentilezza, con tale tranquillità, che sentii un’ondata di calore accarezzarmi.
“Aspetta anche lei l’autobus?“ mi chiese “sì, ma guardi, è una cosa insopportabile non passano mai“ la mia voce si affievolì quasi per rinnegare il mio tono scortese; cosa ha questa ragazzina di tanto importante? E mentre la mia mente balenava da un pensiero a un altro, lei rispose con tutta calma “non so… alla fine il loro dovere lo fanno o almeno ci provano”. “Non direi, passano ogni morte di Papa” dissi sbuffando un po’ in sottovoce, lei rise sotto i baffi poi mi guardò seria, ed annunciò come un messaggero divino: “lei si deve godere quest’unica vita che abbiamo!“ Io rimasi scioccato dalla sua spavalderia e risposi di santa ragione “ma come si permette di dirmi cosa fare della mia vita!” “Signore mio, le posso dire il mio segreto se non le dispiace“ annuii un po’ corrotto dalla curiosità “per quel poco che ho vissuto, ho capito poco o niente, ma so che il potere di esprimere ciò che siamo senza la costante paura di ciò che gli altri pensano è l’unica cosa che ci porta avanti in questo mondo di pazzi“ io rimasi un po’ stupito “sai Irene, ciò che dici è una pazzia! Noi siamo come bestie, fatte per divorarci a vicenda senza pietà, questo non è un mondo di pazzi, è solo un mondo dove si diventa pazzi! Qui vince la legge del più forte. Se vuoi sopravvivere devi volare in basso per non lasciare che le tue ali si sciolgano, e devi emettere così tanta forza da poter sciogliere ciò che ti è attorno” la mia voce era ferma perché credeva in ciò che dicevo, non avevo problemi ad ammettere che questo è un mondo senza pietà.
Intanto il sole si faceva sempre più forte e i suoi raggi non portavano traccia nemmeno dell’ombra di un autobus.
Dopo una lunga pausa passata a guardare qualche uccello passeggero, la ragazzina riapri bocca e disse: “per la mia filosofia ciò che lei dice è scorretto, questo mondo è fatto di punti di vista: un eroe non farà che vedere la bellezza delle sue gesta e non altro, un poeta non farà che soffrire del suo amore platonico, un malvivente non vedrà altro che le strade che gli hanno sottratto la sua innocenza. Noi siamo i lettori di un romanzo che finisce con la morte“ si fermò un attimo per riprendere fiato, poi continuò “arrivati alla fine del racconto, mi dica lei cosa vuole leggere, anzi mi correggo, cosa ha bisogno di leggere, magari il suo deve essere un thriller in cui il suo protagonista è un dannato, costretto a vivere nella sofferenza, nel conflitto. Ma si ricordi che, per quanto spaventoso sia, possiamo sempre cambiare scrittura”. Quando finì, cadde un silenzio assordante che quasi mi ruppe i timpani.
A quel punto però arrivò un autobus, di certo non il mio, ma a quanto pare quello della mia insegnante. Lei si alzò e mi salutò, e persino ringraziò per la chiacchierata.
Mi lasciò da solo con un miliardo di domande; così fui costretto a pensare, a confrontarmi con il mio peggior nemico me stesso. Forse in tutti questi anni io ero stato accecato, forse, ma dico forse, bastava, come diceva Irene, “cambiare scrittura, cambiare la narrazione”.
Mi ritrovai a dover sgrovigliare un gomitolo infinito, e mi spaventai. Mi spaventai a tal punto che lo chiusi in un cassetto, nelle profondità del mio subconscio.
Il sole mi bruciava il viso segnato ormai dal pensare, in un batter d’occhio arrivò il mio autobus, pieno come una scatoletta di sardine e mentre salivo e mi infilavo in qualche centimetro, fui talmente schiacciato che non ebbi spazio di riflettere, a tal punto da poter nascondere quello tsunami che stava brancolando nelle profondità del mio io.
E senza coraggio ricostruii quella diga, potei solo tornare alla mia rassicurante scortesia, in un luogo dove il mondo è solo una guerra continua e la pace esiste solo per qualche istante negli occhi di una sconosciuta più coraggiosa di me, di nome Irene.
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